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pubblicato: domenica, 2 marzo, 2014

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Il sogno del primo marzo

primo marzo

Ieri primo marzo. Un tempo, non molti anni fa, si era sperato che questa data potesse essere presa come una sorta di simbolo della presenza straniera in Italia. Anzi, in Europa perché tutto era cominciato in Francia.

Si parlava genericamente di stranieri ma, essendo nata in Francia, si intendeva soprattutto africani. Nelle intenzioni doveva essere una sorta di sciopero che avrebbe dovuto dimostrare quanto forte e determinante era la presenza degli stranieri nell’economia delle nazioni europee.

Si era sognato: e se per un giorno gli stranieri (africani) non avrebbero rigorosamente usato il cellulare? Che perdita sarebbe stata per le compagnie? E se per un giorno badanti, donne delle pulizie, facchini avessero disertato il lavoro? Come avrebbe reagito la società? Avrebbe finalmente capito che gli stranieri sono parte integrante della nostra economia, che ne abbiamo bisogno, che senza sarebbe il tracollo non solo economico ma anche sociale?

Poi non era successo nulla. Anzi era successo così poco che l’iniziativa è stata quasi dimenticata (si, lo so che anche oggi ci saranno manifestazioni e iniziative, ma chi ne parla? Che impatto hanno?).

Tutto è continuato come prima: c’è stata la strage di Lampedusa, nei centri di accoglienza si continua a vessare e a tirare in lungo chi vi finisce, il lavoro degli stranieri continua ad essere pagato meno di quello dei lavoratori autoctoni e gli immigrati continuano ad essere oggetto, spesso, di violenze e episodi razzisti.

Peccato. Il primo marzo avrebbe potuto essere qualcosa di salutare più che per gli stranieri per le nostre società. Ci avrebbe aiutato a capire che i fenomeni migratori che viviamo in questo scorcio di inizio del terzo millennio non sono qualcosa di eccezionale, ma sono la norma. Avrebbe aiutato i nostri politici a capire che tutta la storia dell’umanità è costellata da migrazioni e che chi ha saputo fare dell’integrazione e della diversità un valore è risultato vincente, è diventato una “Grande Potenza”.

Era un sogno, purtroppo, e adesso ci siamo svegliati.





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