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pubblicato: giovedì, 6 marzo, 2014

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L’indagato del Pd, Bubbico: “Non mi dimetto”

Si complica la situazione per Matteo Renzi. Anzitutto il Governo non è il ‘dream team’ che ci si aspettava precedentemente alla sua formazione. Secondo poi la squadra dei vice ministri e dei sottosegretari risulta essere in evidenza per alcune scelte, ritenute da molti, errate. Si parla dei membri del Governo allo stesso tempo indagati: Del Basso De Caro e Barracciu (entrambi PD) gli ultimi due esempi. Poi le dimissioni di Gentile (Ncd). Adesso è il caso di Filippo Bubbico, vice ministro addirittura rinviato a giudizio.

Una storia marcatamente di sinistra quella di Bubbico: Pci-Pds-Ds-Pd. Da segretario provinciale comunista di Matera fino a diventare vice ministro dell’Interno, prima con Letta poi confermato con Renzi. Di fatto, però, il problema non è di natura politica ma giudiziaria: Bubbico, intervistato telefonicamente da Maurizio Belpietro, durante la trasmissione ‘La telefonata di Belpietro (su Canale 5), si difende così: “sono contro due pesi e due misure, io sono garantista sempre e nei confronti di tutti”. Torna sul caso Gentile: “nel caso di Antonio Gentile non c’erano avvisi di garanzia, ma è stata una decisione politica”. Sono due casi diversi, sostiene il democratico.

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Il vice di Alfano continua: “l’avviso di garanzia è a tutela dell’indagato. Dobbiamo imparare a distinguere e a non fare di tutta l’erba un fascio”. Poi si arrocca in una strenua difesa della sua situazione quando afferma di essere: “in una fase più avanzata dell’avviso di garanzia, sono stato rinviato a giudizio per concorso in abuso d’ufficio ed ho rinunciato alla prescrizione perché ritengo che il giudice debba esprimersi sulla richiesta del Pm”. Ricorre, quindi, al discorso che molti in passato hanno utilizzato: nessuna dimissione fino a che non vi sia una sentenza passata in giudicato. E’ lo stesso Bubbico ad affermarlo: “abbiamo bisogno di far funzionare le istituzioni e saper distinguere la valutazione politica dal fatto rilevante dal punto di vista giudiziario, caso per caso. Io – concludendo – sono pronto ad assumermi le mie responsabilità, se ho sbagliato pagherò, ma sarà necessario motivare le ragioni che sostengono l’eventuale condanna e se fossi chiamato ad assumere nuovamente quella decisione del 2006 per la quale sono a giudizio, la rifarei”.

 

Daniele Errera

 

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