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pubblicato: giovedì, 21 agosto, 2014

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Gli scontri a Ferguson e l’America dei dubbi

A Ferguson, sobborgo di St. Louis, nel Missouri, l’America è sembrata tornare indietro di decenni, alle lotte razziali, agli scontri tra bianchi e neri. La scintilla è stata l’uccisione di un diciottenne di colore, Michael Brown, assassinato a colpi di pistola da un poliziotto bianco. L’indagine è ancora in corso. Era il 9 agosto. Da lì in poi, tensione e violenza. Lacrimogeni, proteste, cariche, scontri tra manifestanti afroamericani e polizia. Il coprifuoco. Decine di arresti. L’intervento della Guardia Nazionale.

La scintilla che ha infuocato le strade di Ferguson è razziale ma l’intera storia è più complessa di quanto possa sembrare. Il Washington Post ha mostrato come Ferguson sia tra i centri abitati del Missouri dove l’integrazione funziona meglio. Bianchi e neri guadagnano più o meno le stesse cifre. Vivono mescolati. Michael Brown è stato ucciso in una zona abitata prevalentemente da afroamericani ma la situazione a Ferguson è comunque molto diversa rispetto a quella di St. Louis, ad esempio, dove la segregazione razziale delinea la mappa dei quartieri della città e alimenta un humus fatto di emarginazione e frustrazione.

L’integrazione razziale nei quartieri di Ferguson però non entra nelle sale del governo locale, né tra le forze di polizia. Lì la situazione è rimasta più o meno uguale rispetto a trent’anni fa. Tanti i motivi: le persone di colore votano meno dei bianchi, ad esempio, e i candidati afroamericani risultano spesso avere profili meno carismatici. Il risultato è un circolo vizioso nel quale il deficit di rappresentanza fatica ad essere scardinato. Inoltre La polizia ferma gli afroamericani molto più spesso di quanto faccia con i bianchi, anche se comunque meno di quanto accada in media in altre zone del Missouri.

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Photo by The U.S ArmyCC BY 2.0

L’America apparentemente si è divisa. Secondo un sondaggio pubblicato dal Pew Research Center e condotto a cavallo di Ferragosto, l’80 per cento degli afroamericani crede che la sparatoria di Ferguson sollevi questioni razziali che vanno affrontate. Il 47 per cento dei bianchi pensa invece che l’episodio abbia avuto più copertura mediatica del dovuto. Gli afroamericani si fidano della giustizia molto meno di quanto facciano i bianchi.

L’America ha seguito i fatti di Ferguson e i fatti di Ferguson sono arrivati sin dentro la Casa Bianca. Obama non ha evitato la questione. La stampa gli ha posto domande e lui ha risposto. Ha lanciato appelli affinché tornasse la calma nelle strade. L’amministrazione ha avviato le indagini per fare luce su quanto accaduto. Come ha scritto Charles Lane sul Washington Post, Obama ha parlato con misura per evitare di vedere strumentalizzata ogni sua parola in una fase politica che tra poche settimane condurrà l’America alle elezioni di metà mandato.

Eppure l’agenzia Bloomberg (ma non solo) ha sottolineato come il presidente non si sia recato in Missouri. È rimasto alla Casa Bianca. Obama ha spiegato la sua scelta dicendo di non voler dare l’impressione di sostenere una delle due parti prima della fine delle indagini. Ha evitato di personalizzare la tragedia di Ferguson. Ha mantenuto una sorta di distanza di sicurezza per evitare di finire intrappolato nella morsa si una situazione spinosissima.

Ma per molti la Casa Bianca non ha fatto abbastanza. Molti avrebbero voluto un Obama fino in fondo presidente afroamericano. Jonathan Capehart ha sottolineato sul Washington Post che “la gente vuole di più. Durante la sua presidenza, alcune associazioni di afroamericani hanno invitato Obama a fare di più e a dimostrare con più forza la sua vicinanza alla comunità di colore”. La tragedia di Ferguson e le lunghe notti di guerriglia hanno rimesso a nudo un nervo che in molti luoghi dell’America significa ancora rabbia ed emarginazione.

Immagine in evidenza: photo by Steven DepoloCC BY 2.0

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