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pubblicato: sabato, 18 ottobre, 2014

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Lucy, la mente è un abisso o un tesoro?

rubriche lucy film

Il nome Lucy racchiude l’inizio e la fine del percorso dell’uomo sulla Terra, come l’alfa e omega della vita. E la chiusura del cerchio si celebra a Taiwan. Narratore di questa epopea è Luc Besson, confezionando un film che, sin dal titolo Lucy rende omaggio a una figura femminile assolutamente non convenzionale.

Lucy (Scarlett Johnsson), studentessa che vive nella cittadina asiatica,viene improvvisamente catapultata in un giro di trafficanti di droga tanto spregiudicati quanto determinati e freddi, capeggiato dallo spietato Mr Jang (Choi Min-Sik). Il caso però rivoluziona il suo piano apparentemente perfetto, e la ragazza, da innocuo e passivo corriere, si trasforma in una specie di “macchina da guerra”. Così, in pochissimo tempo arriva a controllare e sfruttare ben più del classico 10% di facoltà intellettive a disposizione degli uomini. Con risultati esplosivi e sorprendenti per tutti, che rappresentano il coronamento di una vita di studi e di ricerche, quella del professor Norman (Morgan Freeman).

film cinema lucy

Cosa succederebbe se, all’improvviso, ci trovassimo nelle condizioni di esplorare appieno la nostra mente, diventando consapevoli di tutte le sue potenzialità? E’ questo l’interrogativo intorno a cui ruota Lucy, che non a caso è il nome scelto per la protagonista femminile, omonima della prima donna studiata dall’antropoarcheologia. Gli essere umani sarebbero in grado di sostenere uno sviluppo cognitivo tanto intenso quanto tumultuoso, ci chiede e si chiede Besson? Saremmo capaci di prendere il posto di Dio, dopo aver raggiunto il pieno controllo? Lucy sembra un personaggio Marvel, eppure ridurre il film a una sorta di deriva fumettistica di Besson sarebbe ingeneroso. Senza dubbio regia ed effetti speciali svolgono un ruolo essenziale, però la storia offre numerosi elementi di riflessione e suggerisce molteplici chiavi di lettura e interpretazioni.

Qualcuno, ad esempio, ha rintracciato delle affinità con le filosofie orientali, scrivendo «se si guarda nel profondo ci si può accorgere che il più americano dei registi francesi mentre sembra servire al grande pubblico un mix di SuperQuark e di Science fiction in realtà sta esponendo una sorta di trattato sul Tao. Chiunque abbia confidenza con i principi di questa filosofia potrà ritrovarli utilizzati a marcare le tappe del percorso della protagonista». Un esempio su tutti, è la scena in cui Lucy è al telefono con la madre, mentre subisce un’operazione senza anestesia.

Inoltre, è emblematica la scelta di “consegnare” il riscatto dell’umanità a una donna, per giunta bionda, laddove questa nell’immaginario collettivo incarna lo stereotipo della figura femminile ritenuta oggetto, e quindi totalmente subordinata all’uomo.  Peraltro Besson ci ha abituati a storie che hanno al centro donne straordinarie, nel senso di fuori dall’ordinario: basti pensare a Nikita, alla Aung San Suu Kyi di The Lady e a Milla Jovovich ne Il quinto elemento.

D’altra parte, non sono mancate le critiche al regista, soprattutto quelle circa un’eccessiva esemplificazione dei temi in gioco. “Il Besson di una volta appariva meno ingenuo, più concreto e attento alle verosimiglianze. Con molto meno del 10% del nostro cervello ci accorgiamo che a Morgan Freeman vengono fatte pronunciare affermazioni indegne di qualsiasi persona capace di riflettere un filo correttamente sul concetto di evoluzione e coscienza dell’uomo. La fantascienza ha la sua forza quando stimola la scienza normale ad allargare la propria visione, ad avere un nuovo punto di vista, a sentire ciò che vive nell’invisibile.  Questa forma naif invece servirà al più a giustificarne le debolezze”.

Ad ogni modo, che siate o meno amanti del genere fantascientifico, vale la pena andare a vedere Lucy, anche solo per decidere se la definizione adatta al film sia mistico o, al contrario, superficiale. O magari trovare un terzo aggettivo, ben più calzante, per “classificarlo”.

 


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