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pubblicato: domenica, 26 ottobre, 2014

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Quando eravamo re

Muhammed Alì

Quarant’anni fa lo storico incontro di pugilato, a Kinshasa, tra Muhammed Alì e George Foreman. Era valido per il titolo mondiale dei pesi massimi. Era un incontro di boxe, ma fu molto di più.

I protagonisti erano tutti neri: i due pugili, il luogo dell’incontro, quella Kinshasa capitale di uno dei paesi africani, che allora si chiamava Zaire, più turbolenti e più interessanti per occidentali e sovietici che dominavano il mondo.

Ed era nero, ovviamente, anche il presidente di quel paese, Mobutu Sese Seko, che era al potere da dieci anni, che ci sarebbe rimasto ancora per oltre venti, che aveva contribuito a far fuori uno degli eroi delle indipendenze africane, Patrice Lumumba che l’indipendenza la voleva davvero.

E poi c’era una città, Kinshasa, che già si preparava a diventare una delle più caotiche megalopoli africane. Mobutu la trasformò in una città accogliente, adatta ai bianchi, ai giornalisti, ai ricchi appassionati di boxe e alle troupe televisive. Per farlo la fece letteralmente ripulire di tutti i mendicanti, dei bambini di strada, delle baracche e dalla spazzatura.

Muhammed Alì 2

Photo by Wikipedia Commons

E poi c’era Muhammed Alì, nome acquisito da Cassius Clay dopo la conversione all’Islam e dopo il rifiuto di assolvere al servizio militare e andare a combattere in Vietnam. Famosa la sua frase dell’epoca: “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”.

Negli Stati Uniti c’era ancora la segregazione razziale, c’era la guerra in Vietnam, appunto, combattuta in prima linea soprattutto da marines neri. L’incontro di Kinshasa era anche una sorta di rivincita dei neri americani.

Mobutu si giocò questa opportunità da grande opportunista quale era: capì subito che doveva stare dalla parte di Muhammed Alì anche se George Foreman aveva la pelle più nera. Muhammed Alì vinse.

Era spavaldo, offensivo, provocatore come si conviene a chi si prende una rivincita. Foreman era considerato come se fosse un bianco americano. Il colore della pelle, insomma, non contava quasi nulla.

A quaranta anni di distanza si parla ancora di quell’incontro proprio perché aveva travalicato i confini dello sport ed era diventato molto di più.

Norman Mailer scrisse un libro con un titolo che diceva tutto, sia dal punto di vista storico che da quello sociale e politico. Un titolo che era una rivincita: “Quando Eravamo Re”. Come dire: ricordatevi che eravamo grandi e potremmo anche tornare ad esserlo, sappiamo vincere.

Immagine in evidenza: photo by BenyuppCC BY 2.0


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