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pubblicato: sabato, 7 marzo, 2015

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Infografiche: Stranieri e occupazione in Europa

stranieri locali occupazione europa

“Gli stranieri ci rubano il lavoro”, è un leitmotiv degli ultimi 25 anni almeno, e non solo in Italia. Al di là del lato pop, e diremmo populista, del tema, come è la realtà del lavoro degli stranieri in Europa?

Abbiamo voluto prendere i dati dell’occupazione nei Paesi europei e confrontare quelli relativi agli autoctoni e agli stranieri.

I dati sono molto interessanti. Innanzitutto che le grandi differenze presenti tra i locali (in Italia al 55%, in Germania oltre il 70%), si appiattiscono tra gli stranieri, che hanno normalmente livelli di occupazioni simili, complice il fatto che hanno una tendenza allo spostamento molto maggiore dei locali, come è facile immaginare, e si muovono dalle aree con meno possibilità a quelle con più lavoro. Si veda anche l’enorme differenza nella loro presenza in Italia tra Nord e Sud.

Quello che ci interessa osservare è la differenza tra il tasso di occupazione degli stranieri e dei nativi e come cambia nel tempo.

Una cosa subito evidente, per esempio dalla prima infografica, è come nei Paesi a reddito ed occupazione maggiori i nativi godano di tassi occupazionali decisamente maggiori, anche se si tratta di Paesi ad alta densità straniera.

Vi sono Paesi come Germania, Francia, Svezia, Paesi Bassi, Inghilterra in cui l’occupazione dei locali è di 6 punti (Germania), o anche 14 (Paesi Bassi) o 3 (Inghilterra) maggiore di quella degli stranieri, che pure sono molti. Razzismo? Maggiore “tutela” del lavoro dei locali come vorrebbero alcune forze politiche? Tutt’altro, si tratta, tranne la Francia, di Paesi con un mercato del lavoro piuttosto flessibile e aperto. Il punto è un altro, che si trovano sul loro territorio imprese ad alto valore aggiunto che valorizzano l’offerta di lavoro dei laureati, per esempio, i quali sono realmente favoriti nel mercato del lavoro rispetto a chi ha meno skills, come per ora gli stranieri. Si veda però il caso inglese in cui la differenza è minore. Effettivamente sono molti gli stranieri con una laurea a trovare un lavoro oltremanica, tanto da generare le prime reazioni protezioniste.

Nel corso degli ultimi 10 anni questa tendenza è rimasta stabile in questi Paesi

Poi abbiamo alcuni Paesi dell’Est come Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia in cui la tematica immigrazione 10 anni fa non esisteva, ovviamente era molto maggiore l’occupazione locale e ora invece sembra addirittura più alta quella straniera, per es. del 2% o 6%  nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, anche se l’economia cresce, ma probabilmente conta la struttura dell’economia stessa, che come in Italia favorisce le mansioni a minore valore aggiunto.

In Italia appunto come si vede vi è sempre stata, sia per gli uomini che per le donne un tasso occupazionale maggiore per gli stranieri. E’ l’insieme del fattore già citato, meno lavoro per competenze più alte e per i laureati e un tasso di inattività dei locali, soprattutto per le donne, molto alto. In realtà gli stranieri non hanno più lavoro che nel resto d’Europa, piuttosto il contrario, però il problema sta nei locali.

Atipico il caso spagnolo in cui si è passato da una situazione italiana e mediterranea (si veda la Grecia) a una in cui si ha un tasso occupazionale maggiore per gli autoctoni. Si tratta di un Paese più dinamico del nostro, e si è assistito al ritorno in patria di moltissimi stranieri, fino a raggiungere un saldo negativo a livello migratorio, al contrario dell’Italia, per cui a fronte di un tasso occupazionale minore locale, quello degli stranieri è diminuito maggiormente, soprattutto quello maschile, infatti è un’eccezione anche nel mostrare una presenza lavorativa, rispetto ai locali minore degli uomini che delle donne, come si vede nelle altre due infografiche.

Nel complesso possiamo dire che se nei Paesi con più stranieri, ma anche una economia più produttiva i locali non faticano a trovare lavoro, e lo trovano più degli stranieri, il problema non è l’immigrazione, ma l’economia stessa e la sua capacità di generare valore aggiunto


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