Mafia, Corte Strasburgo: “Bruno Contrada non andava condannato”

Pubblicato il 14 Aprile 2015 alle 11:47 Autore: Antonio Atte

Bruno Contrada non andava condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e adesso l’Italia dovrà risarcirlo con 10mila euro per danni morali. A stabilirlo è la Corte per i diritti umani di Strasburgo, secondo la quale il reato contestato a Contrada all’epoca dei fatti (1979-1988) “non era sufficientemente chiaro”. L’anno scorso la Corte di Strasburgo aveva già condannato l’Italia per l’incompatibilità tra le condizioni di salute di Contrada, nel periodo tra il 2007 e il 2008, e il regime carcerario a cui era sottoposto.

“Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione e la corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l’udienza il 18 giugno. La sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna”, ha affermato l’avvocato difensore di Contrada, Giuseppe Lipera. “Ora capisco perché nonostante le sofferenze quest’uomo a 84 anni continui a vivere”, ha aggiunto.

Bruno Contrada: la vicenda giudiziaria

Contrada – ex numero tre del Sisde, ex Capo della Mobile di Palermo ed ex Capo della Criminalpol – fu arrestato il 23 dicembre del 1992 con l’accusa di essere “a disposizione di Cosa Nostra” – sulla base delle dichiarazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi e Rosario Spatola – e scarcerato nel 1995 dopo 31 mesi di carcerazione preventiva. Nel 1996 arrivò la condanna in primo grado a dieci anni (il pm Antonio Ingroia ne aveva chiesti 12), nel 2001 l’assoluzione in appello con formula piena “perché il fatto non sussiste”.

L’anno successivo la Cassazione annullò la sentenza per un vizio di forma, ordinando un nuovo processo. Nel 2006 Contrada fu condannato nuovamente nell’appello bis e dal maggio 2007 – quando la Cassazione confermò la condanna – recluso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta.

bruno contrada

Bruno Contrada non ha mai esplicitamente chiesto la grazia al Presidente della Repubblica – “dallo Stato mi sarei aspettato un grazie e non una grazia” – ma nel dicembre del 2007 fu il suo legale, Giuseppe Lipera, a inoltrare a Napolitano una “accorata supplica” per sollecitarlo a concedere la grazia a Contrada.

Nel 2008 Contrada ottenne gli arresti domiciliari a causa delle sue precarie condizioni di salute (un diabete allo stadio terminale, ndr). Nel 2012 la fine della pena per l’uomo il cui nome fu associato alla strage di Via D’Amelio, dove morì il giudice Paolo Borsellino.

Il commento di Contrada

“Mi interessa la giustizia italiana, non quella europea. Certo è importante la sentenza di Strasburgo, secondo cui non dovevo essere condannato, ma mi interessa quella italiana. Deve essere un tribunale italiano a dire che sono stato condannato e messo in prigione da innocente”. Questo il commento rilasciato all’Adnkronos da Bruno Contrada dopo il verdetto di Strasburgo.

“Avevo già avuto una sentenza favorevole dalla Corte europea, per la detenzione ingiusta – dice ancora Contrada – mentre avevo diritto agli domiciliari, ma anche per la mia età e per il mio precario stato di salute. Il governo italiano venne condannato, ma 23 anni di sofferenza non si cancellano neppure con dieci miliardi, altro che diecimila euro. Nessuna cifra può ripagare la distruzione di un uomo da punto di vista morale e fisico, civile e sociale, professionale e familiare. Non è questione di prezzo, non mi interessa. Voglio essere giudicato innocente da un tribunale italiano. In nome del popolo italiano va emessa la sentenza, non europeo”.

L'autore: Antonio Atte

Classe '90, stabiese, vive a Roma. Laureato al DAMS con 110 e lode, si sta specializzando in Informazione, editoria e giornalismo presso l'Università degli studi Roma Tre. E' appassionato di politica, cinema, letteratura e teatro. Mail: antonio.atte@termometropolitico.it. Su Twitter è @Antonio_Atte
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