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pubblicato: giovedì, 14 maggio, 2015

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Dalla Libia alla Siria: migrazioni, crisi umanitaria, minacce alla pace, risposte a livello regionale e internazionale

libia

(in collaborazione con Mediterranean Affairs)

I conflitti civili in Libia e in Siria, unitamente al consequenziale progressivo radicamento del Daesh, hanno permesso l’incremento dei massici flussi migratori, diretti ora verso i Paesi vicini ora verso l’Unione Europea, dando luogo a una crisi umanitaria.

Dalla Libia alla Siria: migrazioni e crisi umanitaria

L’area del Mediterraneo e del Medio Oriente è la prima a essere toccata dall’ondata di migranti per varie ragioni. Oltre alla vicinanza geografica, vi è il fatto che, dopo anni di conflitto, quelli che partono ora sono economicamente meno abbienti e, pertanto, non possono permettersi di intraprendere un viaggio così ‘costoso’ sotto ogni punto di vista come quello verso l’Unione Europea.

Secondo i dati dell’UNHCR, i rifugiati siriani superano il milione in Turchia, sono circa 134mila in Egitto e poco meno di un migliaio in Giordania. Il Libano, il secondo Paese al mondo per numero di profughi ospitati, ne ospita anche più di un milione e ha incominciato a valutare la possibilità di limitare l’accesso ai profughi siriani e di istituire campi di accoglienza. Similmente, anche la Giordania ha operato un restringimento dell’accesso dei profughi siriani.

Con riferimento alla Libia, i flussi migratori da questo Paese si sono sempre indirizzati soprattutto a Tunisia ed Egitto. Lo scoppio della guerra civile in Libia ha provocato un aumento dei profughi e dei richiedenti d’asilo che, all’ottobre del 2014, si aggiravano intorno ai 64mila. Tuttavia, solo pochi sono riusciti ad ottenere l’asilo per via del blocco delle frontiere imposto, prima, da parte dell’Egitto e, più recentemente dalla Tunisia.

L’isolamento della Siria e della Libia a livello regionale si è tradotto in un incremento dei c.d. “Internally Displaced”, nonché dell’afflusso dei migranti verso la sponda meridionale dell’Unione Europea. Per ovvie ragioni geografiche, l’Italia e Malta sono i primi stati a essere toccati da questo fenomeno: le stime parlano di un +288% di sbarchi solo tra il 2012 e il 2013.

L’anno scorso il numero degli arrivi irregolari in Italia ha toccato la quota di 219mila. Ora, è noto che l’Italia non è la destinazione cui i migranti ambiscono e ciò lo dimostra che i rifugiati nella penisola sono solo un terzo di quelli in Germania. Nondimeno, l’Italia non può sottrarsi all’obbligo internazionale di soccorrere i migranti in mare, sebbene le ben note difficoltà. Dopo Mare Nostrum, l’operazione Triton si è rivelata materialmente inefficace: si stima che già a maggio 2015, il numero dei morti nel Mediterraneo abbia raggiunto quota 1’800 contro i 3’500 di tutto il 2014. Basti pensare che solo nella strage del mese di aprile siano morte circa 900 persone.

libia migranti

Dalla Libia alla Siria: le risposte internazionali

E’ stata proprio questa tragedia ad attivare le istituzioni europee rispetto alla questione. Il Consiglio Europeo, riunitosi in sessione straordinaria lo scorso 23 aprile, si è prefisso di triplicare sino al 2016 i mezzi finanziari a disposizione di Triton e Poseidon, di realizzare una più efficace cooperazione tra le organizzazioni Europol, FRONTEX, EASO ed Eurojust e con i partner regionali, come anche di istituire un primo progetto pilota su base volontaria di re-insediamento e un programma di rimpatrio in linea con FRONTEX.

Quest’orientamento presenta però due criticità. Innanzitutto, in Unione Europea manca ancora una vera politica comune d’immigrazione e di asilo. Inoltre, l’incremento del budget di Triton non compensa la scarsità del mandato generale affidatogli, limitato al pattugliamento delle frontiere entro 30 miglia dalla costa italiana.

Proprio su questo punto si è focalizzata la risoluzione del Parlamento Europeo del 29 aprile scorso in cui si richiedeva un ampliamento del mandato di Triton a livello europeo e la ricostituzione di una robusta e permanente operazione umanitaria e di salvataggio come Mare Nostrum. Inoltre, il parlamento ha richiesto agli stati europei di contribuire maggiormente al finanziamento dei programmi di reinsediamento e trasporre nell’ordinamento nazionale le regole del “Common European Asylum System”.

Infine, è stata prefigurata la creazione di un sistema di quote per ridistribuire egualmente i rifugiati tra i Paesi europei. Questa linea è stata rafforzata dalla Commissione Europea la quale ha presentato mercoledì la sua politica per l’immigrazione, volta a concretizzare il sistema delle quote, il programma di re-insediamento e a fornire mezzi legali ai migranti per raggiungere l’Europa.

Malauguratamente, le proposte della Commissione hanno subito incontrato l’opposizione di un gruppo di Paesi, quali la Gran Bretagna, l’Ungheria, la Slovacchia e l’Estonia. Nonostante ciò, l’Unione Europea si è mostrata unita dietro l’Alto Rappresentante che, in un intervento dell’11 maggio al Consiglio di Sicurezza, ha richiesto il via libera per agire direttamente contro le imbarcazioni dei trafficanti al fine di arginare questa crisi che sempre più mostra i tratti di una minaccia alla pace.

Nello stesso giorno, Peter Sutherland, il Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per le migrazioni internazionali, ha rilasciato una dichiarazione in cui, pur riconoscendo la gravità della situazione nel Mediterraneo, ha ritenuto però che questa abbisogni primariamente di maggior dialogo tra le Nazioni Unite e i partner regionali.

Le parole di Sutherland, pronunciate proprio mentre è redatta da alcuni paesi dell’Unione Europea una bozza di risoluzione secondo i termini predetti, sembrano far trasparire l’incertezza di molti, tra cui il Segretario Generale delle Nazioni Unite, rispetto a un intervento militare soprattutto per il probabile veto che sarebbe posto a proposito dalla Cina e della Russia. Anche lo stesso rappresentante libico ha reso nota la contrarietà del suo Paese a un eventuale uso della forza.

Francesca Azzarà

(Mediterranean Affairs – Editorial board)

 


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