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pubblicato: mercoledì, 1 luglio, 2015

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Israele: la Freedom Flotilla 5 anni dopo i morti della Mavi Marmara

israele mavi marmara

Israele: 5 anni dopo il disastroso tentativo dell’imbarcazione Mavi Marmara di forzare il blocco navale imposto su Gaza dalle autorità israeliane, gli attivisti della Freedom Flotilla organizzano una nuova carovana del mare verso la Striscia.

Israele: la Marianne e il fallimento della Flotilla

È del 29 giugno scorso la notizia che la Marianne, imbarcazione appartenente alla Freedom Flotilla, diretta a Gaza con lo scopo di forzare il blocco navale israeliano sulla Striscia, sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla situazione umanitaria a Gaza, e portare aiuti agli abitanti della Striscia, è stata intercettata dalla marina militare israeliana e condotta al porto di Ashdod.

Apparentemente, nessun incidente si sarebbe verificato nell’abbordaggio dell’imbarcazione da parte della marina israeliana, e le autorità di Tel Aviv hanno annunciato che gli attivisti, una volta approdati sulla terraferma, verranno identificati e successivamente espulsi attraverso lo scalo aeroportuale di Tel Aviv.

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Israele: l’antefatto della Mavi Marmara

I fatti si sono consumati poco più di 5 anni dopo quel maledetto 31 maggio 2010, quando l’imbarcazione Mavi Marmara, anch’essa appartenente alla Freedom Flotilla, era stata abbordata da un commando israeliano, mentre tentava di forzare il blocco navale attorno alla Striscia di Gaza. All’epoca il bilancio dell’incidente era stato molto più drammatico. Dieci morti, almeno venti feriti gravemente e centinaia di fermati dalle autorità israeliane.

I profili fattuali della vicenda sono ormai noti, sebbene vi siano delle discrepanze tra la ricostruzione israeliana e quella degli attivisti.

Il convoglio era stato organizzato con lo scopo dichiarato di forzare il blocco navale imposto dalle autorità israeliane sulla Striscia di Gaza, in particolare a seguito del trionfo elettorale di Hamas nel 2006. La Flotilla era composta da otto imbarcazioni che trasportavano circa 700 passeggeri di 40 nazionalità differenti.

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Le violazioni israeliane del diritto internazionale

L’abbordaggio di una delle imbarcazioni, la Mavi Marmara, era risultato in uno scontro violento tra attivisti e soldati israeliani. Sebbene le autorità di Tel Aviv abbiano ripetutamente sostenuto la versione secondo la quale il commando avrebbe reagito all’aggressione degli attivisti, che avrebbe messo a repentaglio la vita dei soldati, molteplici fonti, tra cui l’autorevole Commissione d’Inchiesta Internazionale del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, hanno ritenuto che l’utilizzo della forza da parte delle forze israeliane sarebbe avvenuto in spregio delle norme internazionali.

A simili conclusioni era giunta anche Fatou Bensouda, Procuratrice della Corte Penale Internazionale, che, chiamata a pronunciarsi sull’incidente dalla Repubblica delle Comoros, presso cui l’imbarcazione era registrata, ha declinato di iniziare una formale investigazione, non per l’infondatezza della notizia di reato, ma piuttosto perché l’incidente non sarebbe stato sufficiente grave da meritare lo scrutinio della Corte, impegnata nella prosecuzione di crimini caratterizzati dalla sistematicità e dal carattere esteso.

Una conclusione di certo non sorprendente, visti gli scopi istituzionali della Corte Penale Internazionale.

Israele: gli scopi politici della Flotilla

Al di là di considerazioni giuridiche e fattuali, tuttavia, merita di essere ripercorsa l’analisi effettuata dalla Commissione d’Inchiesta dell’ONU che, nel considerare gli scopi della Flotilla nel 2010, aveva notato, nonostante l’opinione contraria degli attivisti, un’incongruenza tra la priorità dichiarata del convoglio di portare aiuti umanitari a Gaza, e il fine politico di forzare il blocco navale.

Quest’ultimo figura tra gli obiettivi dichiarati della Flotilla, non solo nel caso del 2010, ma anche per il convoglio intercettato dalla marina israeliana il 29 giugno scorso. Un video, pubblicato su YouTube dal capitano della Marianne poche ore prima dell’abbordaggio, dimostra che l’intento del convoglio non era limitato alla consegna di aiuti umanitari a Gaza, ma aveva come obiettivo ulteriore quello di forzare il blocco navale ed esporre al mondo intero la portata della crisi umanitaria a Gaza.

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Israele: successo o sconfitta?

E, se da un lato, le forze israeliane sono riuscite questa volta a prendere in mano la situazione senza spargimenti di sangue, dall’altro, l’obiettivo della Flotilla è stato, quantomeno parzialmente, raggiunto. Il convoglio umanitario è infatti riuscito ancora una volta a mettere sotto i riflettori dell’opinione pubblica il blocco navale a Gaza e la crisi umanitaria che affligge la Striscia da anni, aggravatasi successivamente all’operazione militare israeliana della scorsa estate.

L’episodio si situa nel solco di una campagna, condotta a livello internazionale, volta ad esporre gli effetti delle politiche israeliane nei confronti della popolazione civile palestinese e a provocare un cambio di rotta. Tra le iniziative si ricordano i passi effettuati dalle autorità palestinesi presso la Corte Penale Internazionale, il Movimento Internazionale di Solidarietà (International Solidarity Movement), la campagna per il boicottaggio dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane in territorio palestinese, ecc.

Se, infine, gli sforzi coordinati di coloro coinvolti in questa campagna volta ad esporre l’illegittimità delle politiche israeliane vis-a-vis i territori palestinesi avranno avuto successo, sarà da valutarsi in futuro. Quel che è certo è, ancora una volta, il progressivo isolamento di Israele nel consesso della comunità internazionale. Questo potrebbe fungere da precondizione per l’avvio di un processo di revisione a livello sia interno che internazionale delle politiche fino ad ora poste in essere.


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