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pubblicato: domenica, 12 luglio, 2015

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Crisi greca, la voce degli altri Paesi dell’euro che stanno peggio della Grecia

crisi greca, bare in lilla e blu, rappresentanti i salari nominali e PPP, con valori in euro

Crisi greca, la voce degli altri Paesi dell’euro che stanno peggio della Grecia

Le ultime ore, con Schauble che viene affiancato nella linea dura contro la Grecia dai Paesi dell’Est e del Nord-Est Europa fanno capire che non si è mai trattato di una sfida Tsipras-Merkel come in modo facile e semplicistico molti media vorrebbero fare credere, o tra i poveri greci e i ricchi egoisti del Nord Europa. L’area euro è fatta di 19 Paesi, e almeno 4 hanno un reddito pro-capite più basso di quello greco, si tratta di 4 Paesi ex comunisti che hanno avuto accesso recentemente alla moneta unica: Slovacchia, Estonia, Lettonia, e Lituania.

Insieme hanno una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, più di quella greca, hanno, oltre alla moneta, una storia comune, con un passato direttamente o indirettamente sotto il tallone di Mosca, e l’accesso all’Unione Europea fortemente voluto il 1 gennaio del 2004, salutati come la Nuova Europa.

E ora sono insieme anche tra i più contrari a un salvataggio della Grecia.

Per il ministro delle finanze slovacco Kazimir “è assolutamente impossibile” accettare un haircut, per Reirs, ministro delle finanze lettone, “i lettoni non capiscono i greci”.

Come riporta il quotidiano greco Ekathimerini, il presidente estone Hendrik ricorda che i Paesi più poveri dell’eurozona perderebbero quote equivalenti al 4,2% del PIL da una cancellazione del debito greco, mentre il caporedattore del principale giornale estone, Merit Kopli, rimarca “Gli estoni proprio non capiscono il modo di vivere greco, Noi siamo sempre stati abituati a risparmiare e vivere frugalmente”.

L’Estonia ha un rapporto debito/PIL del 10%.

Perchè queste reazioni?

Crisi greca, i salari medi e le pensioni di Slovacchia e Paesi Baltici

Diamo un’occhiata a quale è il salario medio in questi Paesi allora.

Questi sono i salari minimi in Europa, da dati Eurostat:

crisi greca, istogrammi gialli con livello dei salari minimi

In Lituania dal 1 luglio è di 325€, mentre in Lettonia di 320€ e in Polonia di 397€. Come si vede in Grecia, anche dopo le decurtazioni degli anni passati è di 687€

Si potrebbe dire: ma il costo della vita è più basso nell’Est Europa!

In realtà utilizzando il criterio della Parità di Potere d’Acquisto, ovvero tenendo in conto il livello dei prezzi medi, il salario minimo greco appare ancora superiore a quello di Slovacchia e Paesi Baltici:

crisi greca, bare in lilla e blu, rappresentanti i salari nominali e PPP, con valori in euro

764€ in Grecia, superiore anche rispetto al Portogallo, rispetto ai 536€ della Slovacchia o ai 507€ della Lettonia.

Oltre ai salari minime possiamo osservare anche i salari medi, part time o full time,  e come si vede una coppia con due figli con un solo lavoratore guadagna 7750€ in Lettonia in media, 6473€ in Lituania, 11177€ in Estonia, 9778€ in Slovacchia

crisi greca, tabella con sei colonne e cifre, i salari medi

Sono 17250€ in Grecia, meno dei 24 mila circa dell’Italia, che avevano quasi raggiunto nel 2008, ma ancora poco meno del doppio di quanto guadagnato nei Paesi della Nuova Europa

E le pensioni? E’ qui che le differenze si fanno enormi.

Il sito della Sicurezza Sociale americana mette a confronto i sistemi pensionistici del mondo. Ebbene

– In Estonia la pensione minima, ovvero quella sociale, è di 140,81€

– In Lettonia è solo di 64,03€!!

– In Lituania è di 94,63€

– In Slovacchia non c’è pensione minima! Può essere concessa una pensione di almeno 142,68€ ma si devono avere almeno 5 anni di contributi

Come sappiamo in Grecia la pensione minima è di 486,84€+230€ di contributo di solidarietà per chi ha meno di 7785€ euro annui di reddito, quindi 716,84€, certamente superiore anche alla pensione minima italiana.

In particolare i Paesi Baltici per i più liberisti e i sostenitori dell’austerità sono un esempio positivo: dopo aver sofferto una bolla simile a quella irlandese tra il 2000 e il 2008, quando erano soprannominati “tigri baltiche”, con eccesso di afflusso di capitali, di investimenti finanziari ed immobiliari la crisi del 2008-2009 portò a un crollo, che fu accentuato dalle misure di austerità prese con il taglio tra il 10% il 30% dei salari, associate a una permanenza del legame con l’euro e la rinuncia all’uso della svalutazione.

Dopo questa cura, che provocò un calo del PIL del 18.3% in Estonia, 21.0% in Lettonia e 11.9% in Lituania, vi fu una rapida ripresa, che ha, come vediamo di seguito da un’elaborazone dell’università di Vilnius, riportato questi Paesi ai livelli precedenti, grazie a un boom delle esportazioni e al recupero di competitività

crisi greca, linee del livello del PIL di vari coloro di Grecia, Paesi Baltici, Irlanda, ecc

In realtà questi Paesi non avevano un debito pubblico alto, che, anzi, era minimo, il 10% solamente in Estonia, e la crisi era stata, come in Irlanda, soprattutto finanziaria e avevano però mantenuto quella competitività che ha di nuovo attirato aziende straniere (come Ericsson) dopo il 2009.

Il caso della Grecia è diverso, ma certo la scelta dal 1990 in poi di diventare economie di mercato molto più liberali della media europea con uno stato sociale leggero e aperti agli investimenti esteri per gli abitanti di questi Paesi dovrebbe essere un esempio per tutti, soprattutto per i greci, che così non si sentono di aiutare, finchè rimangono nonostante tutto più poveri degli abitanti del Paese ellenico.

 


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7 comments
Vittorio Cobianchi
Vittorio Cobianchi

A leggere il titolo, sembra che l'unica via sia avere salari e pensioni da fame.

Luciano Salardi
Luciano Salardi

Notare bene che in quella tabella.....l'Italia.....non c'è

diego1962genova
diego1962genova

@TermometroPol riconsegnarli alla sfera di influenza di Putin così abbasserebbero le ali.... questi ultimi arrivati amichetti della Germania

amaryllide1
amaryllide1

@TermometroPol vediamo pure, ma tutti assieme contano il 5%, e non bastano per il 15% minimo x bloccare accordo. Il problema resta Germania