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pubblicato: mercoledì, 5 agosto, 2015

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Israele: la tragedia del gay pride sintomo di uno stato “a due velocità”

israele gay pride

Israele: si è concluso in tragedia il Gay Pride di Gerusalemme, celebrato con una parata lo scorso giovedì 30 luglio, dopo che un ebreo ultraortodosso ha accoltellato sei manifestanti, tra cui la sedicenne Shira Banki. La giovane è spirata domenica 2 agosto per le ferite ricevute. Hadar Elboim, del Centro Medico Hadassah, ha dichiarato alla stampa che gli organi della giovane verranno donati.

Israele: il responsabile dell’attacco

Il sospettato dell’assalto, Tishai Shlissel, è stato arrestato sulla scena del delitto. Si tratta di un ebreo ultraortodosso con precedenti penali. Poche settimane prima dell’assalto era stato scarcerato dopo aver scontato la pena della reclusione a 10 anni per aver accoltellato tre manifestanti durante il Gay Pride di Gerusalemme del 2005. La polizia starebbe subendo aspre critiche per non aver posto Shlissel sotto sorveglianza.

Israele: le condoglianze di Netanyahu

Le autorità israeliane hanno annunciato domenica la costituzione di un comitato per esaminare le circostanze che hanno permesso all’assalitore di portare a termine il sanguinoso attacco.

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha inviato le proprie condoglianze alla famiglia della giovane vittima, allo stesso tempo riferendovisi come una persona coraggiosa che supportava il principio per il quale “tutti hanno il diritto di vivere le proprie vite nel rispetto e nella sicurezza” e promettendo di fare giustizia nei confronti dell’assalitore, onde contrastare ogni assalto ai valori fondanti della società israeliana. Le affermazioni del Primo Ministro, tuttavia, non appaiono rispecchiare la realtà tangibile nello Stato di Israele.

israele gay pride 4

Israele: in mancanza di una legislazione adeguata

L’assalto mette in luce le carenze della legislazione israeliana in tema di tutela delle comunità LGBT. Sebbene Israele, ed in particolare la vibrante città di Tel Aviv, venga spesso vista come una destinazione privilegiata per le comunità stesse, vi sono indiscutibili segnali di discriminazione nei confronti dei loro membri.

Certo è che non si può pretendere di porre rimedio a questa problematica semplicemente con l’introduzione di un corpus di norme volte a reprimere atti discriminatori, ma si riuscirebbe comunque a mandare un segnale alla società: lo Stato non tollera tali condotte e tratta la comunità LGBT allo stesso modo di chiunque altro. Così si toglierebbe legittimità ad ogni forma di violenza o discriminazione.

Tra le riforme auspicate si annoverano l’introduzione del matrimonio civile – o almeno delle unioni di fatto equiparate al matrimonio – l’apertura di tali istituti alle coppie dello stesso sesso, una riforma delle norme sulle adozioni, conferendo pari diritti ai membri delle comunità LGBT, nonché la sostituzione, nella normativa sulle successioni, dei lemmi “uomo” e “donna” con “partner” e l’introduzione di un’apposita normativa antidiscriminatoria.

Israele: violenza diffusa

L’assalto di giovedì scorso, d’altra parte, mette in luce un’altra allarmante caratteristica della società israeliana attuale: la cronicizzazione della violenza come mezzo di discriminazione e l’incapacità dello Stato di porvi un freno.

L’esempio lampante è rappresentato dall’incendio appiccato nella casa di alcuni palestinesi, nel villaggio di Duma, venerdì 31 luglio, da un gruppo di ebrei estremisti. Le fiamme hanno ucciso un bambino palestinese di 18 mesi, Ali Saad Dawabsha, e ferito gravemente il padre e la madre, Saad e Reham Dawbsha, e un altro figlio, Ahmad, 4 anni.

Gli abitanti della Cisgiordania non sono nuovi a questo tipo di attacchi, cui ci si riferisce comunemente come “price tag”. Si tratta di assalti motivati da un nazionalismo estremo. Sebbene le condanne siano fioccate dall’amministrazione israeliana, queste giungono tardivamente e, soprattutto, in piena contraddizione con la causa scatenante delle violenze, cioè l’occupazione dei territori palestinesi.

Nonostante vi sia chi parla di episodi sporadici, appare lampante l’incapacità delle autorità israeliane di arginare l’utilizzo della violenza come mezzo di discriminazione e di contrastare fenomeni di estremismo come quelli che si stanno moltiplicando nel corso degli anni.


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