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pubblicato: sabato, 2 agosto, 2014

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Il prossimo, futuro sultanato africano

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La notizia è di queste ore ed è clamorosa, seppure attesa. Il gruppo libico Ansar Al Sahria avrebbe preso il controllo della città di Bengasi spaccando la Libia a metà, secondo una linea di frattura che esprime un divisione storica di questo paese che gli italiani, in epoca coloniale, hanno unificato. Il problema è che in questo caso la linea di frattura esprime bel altro: chi ha preso il controllo della cosiddetta “Libia Utile” (i giacimenti di greggio si trovano in quella regione) sono una formazione jihadista legata direttamente al cartello di Al Qaeda. Questa preoccupante constatazione suscita una serie di riflessioni che hanno una valenza importante anche per l’Africa a sud del Sahara.

Innanzi tutto non si può non prendere atto del fatto che tutto ciò che si è mosso negli ultimi dieci anni (rivolte arabe, guerra civile in Siria, in Iraq, in Afghanistan) si è risolto in una lotta per il potere nella quale da una parte ci sono forze (più o meno) laiche e con orientamento (più o meno) democratico, e dall’altra formazioni dell’integralismo islamico armato che puntano a creare emirati o sultanati, cioè delle vere e proprie società alternative, e in opposizione, a quella occidentale.

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Photo by US Army AfricaCC BY 2.0

In molti casi queste forze ‘occulte’ hanno riportato vittorie clamorose (vedi la Libia di cui sopra, oppure l’Iraq del nord) il che dimostra che, evidentemente, ci sono imperi finanziari ed economici che gettano denaro e investimenti in questa impresa mondiale che potremmo definire una sorta di “globalizzazione alternativa”. Non è difficile immaginare quali, a cominciare dai soliti Qatar e Arabia Saudita. Ma è certo che la geografia dei finanziatori di questa strategia è molto più varia e complicata e difficile da seguire.

Quello che è certo è che l’Africa è al centro di questa strategia, anzi è addirittura diventata la Nuova Frontiera della espansione dell’integralismo islamico. Chi avrebbe mai detto che in Centrafrica si potesse arrivare ad avere un conflitto tra cristiani e islamici? Ebbene ora c’è, nonostante il fatto che questi ultimi nel paese sono sempre stati una ridottissima minoranza. Evidentemente l’Alleanza di matrice islamica Seleka (che ha rovesciato il dittatore Bozizè) ha potuto contare su soldi, armi e sostegno esterni. E che dire di Boko Haram in Nigeria? E che dire, ancora, di quello che è avvenuto (e avviene) in Mali negli ultimi anni? E si potrebbe continuare: che dire del fatto che ormai la costa orientale africana, in particolare il Kenya un tempo patria del turismo, è ormai deserta, con conseguente grave danno economico per i paesi africani e per le compagnie occidentali? La causa di tutto questo è una formazione nata in Somalia, i miliziani di Al Shebab, che hanno praticamente infestato tutta la costa, e non solo.

Si potrebbero citare altri paesi nei quali l’integralismo islamico si espande a livello di scuole coraniche, di prediche infuocate. Di costruzione di moschee. Per fare queste cose – e ancor di più per fare guerre e attentati – ci vogliono soldi, logistica, esplosivo, combattenti addestrati. Insomma ci vogliono immense finanze, una regia e una strategia globale.

Immagine in evidenza: photo by Carl MontgomeryCC BY 2.0


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