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pubblicato: mercoledì, 6 agosto, 2014

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Nel caos della Libia, seconda parte: la situazione militare

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(In collaborazione con Mediterranean Affairs)

Deposto Gheddafi, circa 200.000 uomini armati affollavano le vie e le piazze libiche esultando per la caduta del vecchio regime. Si pensava che le milizie ribelli sarebbero presto state integrate all’interno del nuovo esercito libico, sia attraverso la costrizione militare che attraverso la volontaria deposizione delle armi. Si pensava anche che i gruppi jihadisti, che pure hanno avuto un ruolo importantissimo nel rovesciamento della Jamāhīriyya (Repubblica delle masse), sarebbero stati in pochi anni marginalizzati e ricacciati nel deserto o, meglio, annientati dal nuovo Stato Libico forte del (presunto) appoggio americano ed europeo.

Qualcosa però non è andato come pensava illo tempore il Consiglio nazionale di transizione libico e il governo attuale si trova davanti ad una crisi generale senza precedenti – crisi soprattutto legata allo scarso controllo del territorio dovuto alla situazione di caos a livello militare.

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Quali attori contribuiscono, nel bene e nel male, consapevolmente o inconsapevolmente, a questa situazione di estremo caos? Quali legami hanno l’una con l’altra e quali invece sono i punti di conflitto? Quali sono i rapporti tra essi e le istituzioni nazionali e internazionali? Qual è lo scenario militare attuale e quali strumenti la politica internazionale e italiana adottano e potrebbero adottare? A queste domande fondamentali è necessario rispondere per comprendere la centralità dello scenario libico all’interno della politica mediterranea ed europea.

Esercito, milizie e gruppi fondamentalisti – Una serie cospicua di attori è attiva sul territorio libico. Si potrebbero dividere questi attori in tre macro-aree ma rimane comunque difficile fare delle distinzioni nette e precise perché non è raro imbattersi in milizie che rispondono (talvolta) agli appelli delle istituzioni libiche – come quelli che chiedono la difesa della rivoluzione del 2011 contro i gruppi fondamentalisti – o che sono direttamente finanziate da queste istituzioni, come non è sempre chiaro quanto alcuni di questi gruppi siano più o meno lontani dalle idee di altre formazioni jihadiste. In poche parole, forze ‘governative’ e gruppi paramilitari rappresentano gli estremi di un continuum che è caratterizzato da due fattori: la ‘lealtà’ alle istituzioni vigenti libiche e quello che si potrebbe chiamare ‘il livello di islamizzazione’.

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Photo by Magharebia - CC BY 2.0

Ad un estremo di questo continuum si trova l’Esercito Libico che conta circa 35.000 unità ed è composto da ex reparti disertori del vecchio esercito della Jamāhīriyya e gruppi di milizie ribelli che dopo la rivoluzione del 2011 hanno ‘deposto le armi’ per continuare la loro attività sotto il comando delle istituzioni libiche. Sostanzialmente, l’apparato militare libico conserva quel che rimane degli equipaggiamenti del vecchio esercito libico, materiale per lo più acquistato dall’ex Unione Sovietica ma anche da Italia, Stati Uniti, Cina e altri.

Parallelamente all’esercito, agisce formalmente una forza speciale di circa 5.000 unità, che comprende soprattutto gruppi paramilitari, denominata Al-Saiqa. Questo gruppo di élite si è ribellato al regime di Gheddafi ed è stato un attore fondamentale sia per la caduta del vecchio regime che per la difesa di Bengasi nell’estate 2013 e per tutto il corso del 2014.

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La costituzione di Al-Saiqa è molto più antica della rivoluzione del 2011, infatti, essa ha avuto un ruolo nello scongiurare la ribellione del Gruppo Combattente Islamico Libico negli anni ’90. In tempi odierni, questo ha portato ad un forte rapporto conflittuale con i gruppi fondamentalisti soprattutto legati ad Al-Qaeda e AQIM. Non solo Al-Saiqa ha un rapporto di continuo scontro con le forze qaediste, ma ha sviluppato un rapporto molto conflittuale anche con le forze di polizia libiche, frustrate dal fatto che Al-Saiqa svolga un ruolo di polizia e anti-terrorismo migliore rispetto a quello della Direzione Nazionale di Sicurezza che nonostante conti quasi il doppio delle forze di Al-Saiqa, rileva un peggiore addestramento ed equipaggiamento.

Al-Saiqa e anche l’esercito libico hanno avuto forti frizioni anche con il Libyan Shield Force (LS), una organizzazione piuttosto numerosa e divisa in brigate per lo più di ispirazione islamica distribuite equamente su tutta la fascia nord del territorio libico. Il LS è un’organizzazione border line tra i gruppi legati ad ambienti governativi ed ambienti qaedisti e fondamentalisti; talvolta si è schierata con il governo di Tripoli e altre volte con le forze jihadiste, in particolar modo con Ansar Al-Sharia e le brigate di Misurata con cui a cavallo tra luglio e agosto ha contribuito alla costituzione dell’Emirato islamico di Bengasi dopo giorni di violenti scontri con le forze di Al-Saiqa.

Tra le altre forze sotto controllo governativo si possono annoverare l’Unità anti-crimine, la Forza Speciale di Deterrenza di Tripoli (SDF – che ha avuto non pochi problemi con la popolazione locale), il Comando per le Operazioni di Sicurezza Comune (Joint security operations room) e la Guardia per le Strutture del Petrolio (Petroleum Facilities Guard – PFG). Quest’ultima milizia è di fondamentale importanza: il PFG è (formalmente) sotto il controllo del Ministro del Petrolio e stipendiato dal Ministero della Difesa, comprende circa 20.000 unità di cui solo un decimo sono state addestrate dall’esercito libico, mentre le restanti fanno parte delle milizie di Ibrahim Al-Jathran (che è anche un noto leader politico della Cirenaica).

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Photo by BRQ NetworkCC BY 2.0

Quest’ultimo, in virtù dell’importante ruolo di ‘tutore della produzione petrolifera’ ha ottenuto dal governo la costituzione di una propria agenzia di produzione petrolifera, la Libyan Oil and Gas Corporation. Al-Jathran non ha esitato ad utilizzare la leva energetica per condizionare le politiche del governo e le politiche delle compagnie energetiche estere, soprattutto quella dell’Eni che è costretta a subire i ‘capricci’ politici del leader del PFG.

Tra le milizie rivoluzionarie che sono state citate, troviamo la Libya Revolutionaries Joint Operations Room (LRJOR – Cellule per le Operazioni dei Rivoluzionari Libici), fondata da un ordine esecutivo del Presidente del Parlamento libico Nouri Abusahmain nel 2013 per proteggere l’ordine pubblico di Tripoli. Ufficialmente, queste milizie avrebbero dovuto rispondere al Ministro della Difesa ma hanno agito sempre indipendentemente dagli ordini, tanto da essere coinvolti nel tentativo di colpo di Stato dell’ottobre 2013, quando furono sollevati da qualsiasi incarico. Dopo poche settimane, il LRJOR tornò a Tripoli e anche a Bengasi per continuare a difendere la rivoluzione con le armi, ma il governo, nonostante abbia cercato di ‘normalizzare’ le milizie, ha rifiutato di riconoscere il ruolo di tutore dell’ordine pubblico del LRJOR soprattutto per quanto riguarda la sua brigata di Bengasi.

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Tra le milizie islamiche già citate, si possono annoverare la Brigata Al-Qaqaa che conta circa 18.000 uomini ed è considerata una delle milizie islamiche più importanti sul territorio libico, la Brigata Al-Sawaiq, molto vicina all’esercito libico come anche la Brigata jihadista Rafallah al-Sahati, con la differenza che la Al-Sawaiq negli ultimi mesi di disordini è rimasta fedele al Governo, mentre la Brigata Rafallah al-Sahati si è alleata con le altre forze jihadiste che hanno preso la città di Bengasi. Legata al gruppo qaedista di Ansar Al-Sharia vi è anche la Brigata Omar Al-Mukhtar, ispirata dalla resistenza dell’omonimo eroe libico durante la guerra italo-turca del 1911-12 e durante le operazioni di colonizzazione italiane del 1935-36.

‘Somalizzazione’ e politiche internazionali – In questi anni, il blocco occidentale guidato dalla NATO ha visto in prima linea gli addetti militari di diversi Paesi membri del Patto Atlantico fornire assistenza militare e addestramento all’esercito libico. In testa troviamo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e la Turchia. Le esercitazioni di circa 5.000 unità del personale militare libico sono avvenute in Bulgaria durante la fine del 2013. Purtroppo, il programma di addestramento delle forze armate libiche non ha ottenuto i risultati attesi per via dell’acuirsi dell’instabilità dovuta alle milizie sostanzialmente rimaste ‘autonome e indipendenti’ rispetto il governo di Tripoli.

La NATO non ha avuto dunque il tempo per implementare le capacità di difesa e anti-terrorismo del corpo militare libico e, unitamente ad un’autorità politica pressoché inesistente, il controllo esercitato dal governo sulle milizie è precipitato, facendo aumentare, di riflesso, il peso politico, negoziale e militare delle forze jihadiste/quaediste. Durante gli ultimi eventi, che hanno visto la situazione divenire man mano più critica in seguito alla disfatta delle forze di élite Al-Saiqa a Bengasi, la politica internazionale non ha potuto fare altro che evacuare il proprio personale militare e diplomatico spostandolo in Tunisia o riportandolo in patria. Il gioco militare occidentale in Libia, iniziato con il supporto dato ai ribelli di Gheddafi, ha finito per essere un ‘gioco a somma negativa’: chi si aspettava un grosso vantaggio (economico e strategico) dalla caduta del regime – Stati Uniti e Francia in primo luogo – si è trovata a fare i conti una situazione non profittevole per via dell’instabilità militare che si concentra nelle zone di Tripoli e Bengasi ma che colpisce anche e soprattutto i confini dello Stato Libico che, essendo poco controllati, consentono il passaggio di armi destinate alle milizie e ai gruppi terroristici. Se le potenze occidentali (e mediterranee) stanno perdendo la ‘partita libica’, chi si suppone ci stia guadagnando è il Qatar.

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Photo by MagharebiaCC BY 2.0

Il Generale Khalifa Haftar ha accusato lo scorso giugno il governo qatariota di finanziare i gruppi ribelli per impedire che lo Stato libico torni forte e autorevole sugli attori politici e militari nazionali. Alla stessa maniera, il Generale ha detto che la posizione del Sudan riguardo la situazione libica non è chiara, mentre Egitto, Ciad, Niger, Mali, Algeria e Tunisia stanno collaborando con il governo libico (eletto lo scorso 25 giugno ma non ancora insediato) per impedire l’afflusso di armi ai ribelli e ai terroristi libici. Lo scenario sembra seguire lo stesso schema di quello egiziano ‘esercito laico Vs. milizie e gruppi islamici’ ma, in realtà, è di gran lunga più frammentato e incerto e potrebbe portare nel breve periodo ad uno scenario somalo all’interno del Mediterraneo.

Le politiche italiane – Se da un lato il ministro degli Esteri italiano, Mogherini, ha sottolineato l’importanza dell’insediamento del nuovo governo libico come una buona spinta verso la stabilità, il sottosegretario Minnitti chiede l’intervento diplomatico della comunità internazionale. Anche il premier Renzi ha chiesto l’intervento di un inviato ONU ma in più ha chiesto l’istituzione di un vero e proprio asse Roma-Il Cairo per risolvere l’emergenza militare (oltre che economica, politica e umanitaria) libica.

Stando ai dati di fatto, spesso dimenticati dalle dichiarazioni giuste ma troppo morbide imposte dal politically correct democratico, armare l’esercito libico e sostenere politicamente l’instaurazione di un regime democratico occidentalmente inteso, potrebbe non essere sufficiente a garantire la stabilità: questo sistema basato sulla diplomazia e il soft power ha consentito nell’ultimo anno il consolidamento degli ‘egoismi’ militari dei clan e delle tribù libiche affiliate a questa o a quell’altra milizia/gruppo jihadista (un risultato simile lo si è visto anche in passato quando le medesime politiche sono state applicate alla Somalia). Paradossalmente, ciò che servirebbe per la stabilità militare in Libia dopo la caduta di Gheddafi è un altro Gheddafi (come un nuovo Mubarak, Al-Sisi, ha sostituito il vecchio Mubarak in Egitto).

L’Italia non ha i mezzi diplomatici, economici e militari per poter invertire la tendenza somala in Libia, ma può tentare una strada: la creazione di una task force mediterranea che, con fondi internazionali, si occupi della stabilità della Libia e, quindi, di tutta l’area mediterranea. Questo tipo di soluzione non è detto che possa dimostrarsi vincente (si veda sempre il caso somalo) ma le probabilità di successo dipendono anche dalla tempestività dell’intervento: dalla stabilità militare libica dipendono la prosperità europea e mediterranea. Non si può più aspettare.

Marcello Ciola
(Mediterranean Affairs – Editorial board)

Immagine in evidenza: photo by BRQ NetworkCC BY 2.0

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