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pubblicato: martedì, 19 gennaio, 2010

articolo scritto da:

A Copenaghen tra scienza e, soprattutto, interessi economici

di GOBETTIANO ed il suo nuovo sito

Senza pretesa di esaustività, ma solo per inquadrare i termini del poliedro dalle mille facce rappresentato dal tema della riduzione delle emissioni nell’atmosfera, qualche notazione.

La conferenza di Copenaghen, sequel della lunghissima serie di conferenza ai massimi livelli che da 15 anni si susseguono è figlia di una ipotesi scientifica: l’origine antropica delle variazioni del clima. Il riscaldamento della temperatura è originato dall’emissione nell’atmosfera di gas dannosi come il CO2. Questi Gas sono generati da attività umane industriali e, per rendere evidente il fenomeno, valga l’esempio dalla circolazione di auto alimentate da carburanti fossili o si pensi alle emissioni di impianti industriali pure alimentati da carburanti fossili, vale a dire petrolio, derivati, gas e carbone.

Già da questo si può dedurre il durissimo conflitto che anima portatori di interessi divergenti: petrolieri contro ambientalisti, paesi in via di sviluppo contro paesi sviluppati, conservatori libertari individualisti contro cosiddetti progressisti e/o no-global in una sequenza infinita che non esclude affatto gli scienziati.

Alcuni osservano che la storia della terra ha evidenziato dei cambiamenti ciclici del clima e delle temperature di origine ‘naturale’ e verificatisi anche prima del primo sviluppo industriale; altri concordando parzialmente, sostengono che l’andamento climatico naturale è stato accelerato dall’attività umana e dalle emissioni ritenendo di aver trovato inequivocabili prove del rapporto causa-effetto delle emissioni nocive, altri ancora sostengono l’esclusività della causa antropica nel cambiamento del clima e nell’innalzamento delle temperature.

La difficilissima e fitta dialettica è stata recentemente alimentata e distorta dal ‘climagate’ lo scandalo che la pubblicazione di un certo numero di documenti e mail provenienti dal CRU, il Climatic Research Centre della Università dell’East Anglia, Norwich, Inghilterra che opera con l’istituzione delle Nazioni Unite. Per chi volesse approfondire i risvolti tecnico-statistici, al termine dell’articolo troverà segnalati alcuni link. In sostanza da queste mail, sarebbe emersa la strumentalità di certe analisi finalizzate a ‘forzare’ i dati dai quali si ricaverebbe il riscaldamento della temperatura.

La premessa è utile per motivare la posizione di alcuni paesi in materia. Sta di fatto che in sede politica è prevalsa l’ipotesi antropica sicchè, dopo anni di trattative, nel 1997 è stato sottoscritto da molti paesi il protocollo di Kyoto da cui rimasero fuori molti paesi tra cui USA e Cina principali originatori di emissioni ritenute nocive. In questa sede, i paesi sottoscrittori tra i quali i paesi europei, assunsero l’impegno di ridurre le emissioni nocive secondo le scadenze e le quantità definite nel protocollo stesso.

E’ da questo approccio che scaturiscono conseguenze epocali. Se alcuni gas, i cosiddetti gas serra dovuti ad attività umana sono nocivi, generatori di riscaldamento globale e dovuti all’utilizzo di energia fossile è evidente che da qui nascono enormi investimenti in energie rinnovabili ed altrettanto enormi investimenti necessari a ristrutturare i processi industriali per finalizzarli ad una quantità di emissioni nocive decrescenti. Si genera addirittura un mercato delle emissioni nocive non facilissimo da comprendere e che di fatto carica di costi imprese e/o paesi che non vogliano o riescano a rientrare nei limiti di emissioni fissati dal Protocollo.

Il contrasto di interessi con gli operatori delle energie fossili e con i paesi in via di sviluppo, appare nitido ed evidente e non è detto che sia estraneo ai duri contrasti che ancora oggi dividono gli scienziati. Oltre che studiosi ed opinioni pubbliche, fino a rendere l’argomento un tema ideologico. Per averne un saggio italiano, valga l’articolo Scoppia il clima-gate: si manipolavano dati per avvalorare le tesi catastrofiste pubblicato sul sito Libertiamo

La necessaria brevità, impedisce l’esaustività su temi tanto controversi e la citazione di tutti gli eventi avvenuti dal 1997 ad oggi, passando per la conferenza di Bali chiusa con questo impegno: l’Europa tagliera’ il 30% delle emissioni . Nel 2008, l’elemento nuovo: l’elezione di Barack Obama alla Presidenza degli USA. Cambia la posizione degli USA, ed a sorpresa, pare anche mutare l’approccio della Cina sia pure a livello di disponibilità a considerare la questione. La Cina è un paese che emblematizza tutti i paesi in via di sviluppo che, come accaduto per i paesi sviluppati a suo tempo, sono grandi produttori di quantità crescenti di gas serra ed hanno posizioni critiche verso i paesi sviluppati. Il modello di sviluppo umano, implica di necessità la produzione di gas serra in quanto basato su energie fossili.

E’ in questo scenario contraddittorio ed immensamente complicato che si è aperta la conferenza di Copenaghen.

Lo scenario economico politico entro il quale la Conferenza di Copenaghen si è aperta, ha visto vati protagonisti: gli USA, l’Europa, La Cina ed i paesi del BRIC, i paesi in via di sviluppo e gli altri.

L’Europa, anche in questa occasione ha dimostrato la sua inconsistenza politica dovuta al prevalere degli interessi nazionali di ciascun paese, nonostante faticosi accordi al suo interno. Essa ha quindi giocato un ruolo marginale, sovrastato dal peso di USA e Cina oltre che dei paesi quali Brasile, Russia, SudAfrica,Messico oltre alle ‘tigri asiatiche’ le cui economie hanno ripreso a tirare. Vasi di coccio i paesi africani, quelli che certamente corrono i rischi delle peggiori conseguenze da un riscaldamento delle temperature. Ma all’evento partecipavano anche molte ONG.

Per avere un’idea della varietà, vastità, complessità dei temi, si tenga presente che del tema fa parte la deforestazione come la ricerca di petrolio, la circolazione di auto come il modello di sviluppo economico finora prevalente, l’allevamento del bestiame come le ricette economiche prescritte dalla Banca Mondiale ai paesi nei quali essa interviene. Ma non è estraneo un fondo di risentimento anti-colonialista di alcuni paesi in via di sviluppo i quali imputano, non del tutto a torto, ai paesi occidentali la maggior responsabilità delle emissioni . Ed ancora: si determina una divisione culturale con risvolt ideologici tra chi sostiene con fiducia la capacità umana di soluzione di ogni problema ed inoltre ipotizza la cospicua disponibilità di risorse disponibili e coloro che ritengono comunque NON infinte le risorse e la dimensione di problemi come il clima talmente grandi e complessi da apparire sempre meno facilmente risolvibili dall’uomo. E’ una poco sofisticata semplificazione, ma credo sia sufficiente ad avere idea di cosa ci troviamo di fronte.

Dare dettagliato conto sarebbe improbo ed impossibile nello spazio di poche righe, ma chi volesse cimentarsi, può farlo collegandosi al sito istituzionale della conferemza ed al sito dove si resocontano le 560 conferenze a latere di quella principale e qui per i documenti che la Conferenza ha prodotto. E tra essi, l’accordo raggiunto nella notte dell’ultimo giorno e promosso dagli USA. Dopo forti contrasti e strane convergenze un non accordo. Tanto che CorSera titola Approvato accordo sul clima. Il terzo mondo capitola Basta leggerlo. Si prende atto, si stima, si ritiene, si ipotizza, si conviene ma di impegni precisi non si parla, di tempi neppure, di elementi quantitativi non c’è traccia. Eppure non si può paradossalmente negare che siano accaduti fatti nuovi, vale a dire il cambiamento di approccio degli USA e soprattutto della Cina. Il punto di divisione è che si è verificato uno sdoppiamento tra un gruppo di paesi sviluppati in cui impegni di riduzione delle emissioni sono stati accolti nella legislazione ed un gruppo di paesi emergenti che invece hanno assunto, e questa è la novità cinese, un impegno autonomo di riduzione delle emissioni rispetto al 2005, impegno considerato non negoziabile e non suscettibile quindi di inclusione in un accordo globale impegnativo. I cinesi lamentano al pari di altri paesi il costo di questo sforzo che per loro ed i paesi in via di sviluppo, estremamente più gravoso e costoso per la mancanza di capitali e tecnologie adeguate a consentire l’obiettivo. Ma è pur sempre una presa d’atto per la stessa Cina a sua volta capofila di un nutrito gruppo di altri paesi.

Che l’argomento clima-emissioni abbia formidabile valenza economica, capace di incidere sulla competitività dei sistemi industriali ed economici e quindi tenga banco nelle conferenze iternazionali è anche comprensibile riflettendo ad esempio sul fatto che 1000€ investiti per ridurre emissioni in Italia, hanno un impatto di gran lunga inferiore a 1000€ investiti in Cina.

L’informazione ha ‘coperto’ l’evento in maniera, a parere di chi scrive, non molto soddisfacente né tanto meno esaustiva mentre è di tutta evidenza che la natura dell’argomento deve essere necessariamente nota e compresa dalle opinioni pubbliche.

Come contributo conoscitivo ed informativo, di seguito segnaliamo alcuni siti utili ad una miglior comprensione, da cui attingere informazioni e dati:

  1. Una visione d’insieme nel Dossier del Sole 24 Ore
  2. Kyoto protocol
  3. UN Climate Changes Conference Bali
  4. UN Climate Changes Conference Copenaghen
  5. Copenaghen Side events
  6. Copenaghen UN framework convention on Climate Change

Un articolo, uno solo, ma sufficiente a chiarire che i problemi relativi alle emissioni hanno impatto sulle economie e sulle decisioni connesse:

  1. Clima, commercio e Krugman di PG Fortunato (da nfA)

Qualche accenno sulle diverse opinioni scientifiche, statistiche e metodologiche degli opposti schieramenti articoli di cui è consigliabile leggere anche i commenti

  1. Nella cucina della ricerca sull’ambiente di A. Rustichini (da nfA)
  2. Il surriscaldamento (globale) della blogosfera e il metodo scientifico di G. Gilestro (da nfA)
  3. Global Warming: guardate il dito di A. Rustichini (da nfA)

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