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pubblicato: martedì, 22 dicembre, 2009

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Sicilia: Lombardo contro tutti?

lombardo-micciche

Il governatore siciliano Lombardo (a sinistra) e il coordinatore del Pdl Sicilia Micciché (a destra)

Ci risiamo. Nella crisi di inizio anno, per indurre a più miti consigli Raffaele Lombardo, il medico catanese diventato governatore che minacciava la rottura dell’alleanza sia a Roma che a Palermo, si era ventilata una modifica costituzionale allo Statuto regionale siciliano che metteva minacciosamente in conto morte del governatore (sic!).

Ora che è scoppiato un nuovo scontro a Palazzo dei Normanni col voto contrario di due terzi dei consiglieri al Dpef siciliano, Lombardo teme anche lui di diventar vittima degli opposti estremismi, mentre dalla sua forzata convalescenza Silvio Berlusconi, attende che tutte le seconde file, inclusi i suoi plenipotenziari isolani, se le siano date di santa ragione.

Bersani intanto ha compiuto la sua prima mossa strategica nella grande partita delle imminenti regionali, tutta all’insegna del centralismo democratico, dopo che per settimane i dirigenti locali, ma anche nazionali, del suo partito si sono arrovellati su un punto: è moralmente giusto per i democratici stringere patti non tanto con il governatore Lombardo quanto col pupillo del Cavaliere, Gianfranco Miccichè, e nientedimeno con il suo sodale Marcello Dell’Utri?

I vari Giuseppe Lupo (segretario siciliano del Pd), Antonello Cracolici (capogruppo all’Assemblea regionale), Giuseppe Lumia (ex presidente della Commissione antimafia), Enzo Bianco (ex ministro dell’Interno ed ex sindaco di Catania), Sergio D’Antoni (ex capo della Cisl), al netto delle sfumature personali – che vanno da un “antilombardismo” ideologico ad un’apertura al dialogo tacciata di inciucio o peggio di collaborazionismo col nemico – concordano sul fatto che le elezioni anticipate significherebbero l’ennesima sconfitta per il loro schieramento, in una terra ancora saldamente granaio di voti per il centrodestra.

Il segretario del Pd, dopo aver mandato in avanscoperta sull’isola il capo della sua segreteria Filippo Penati per saggiare l’umore dei vertici regionali, la settimana scorsa ha sancito per iscritto il sì del suo partito alla prosecuzione dell’esperienza governativa di Lombardo, garantendo l’appoggio dei consiglieri Pd sul grande tema delle riforme e chiudendo le porte a scenari che prospettavano addirittura l’ingresso di assessori di centrosinistra nella nuova giunta. Adesso il cerino è nuovamente in mano al governatore, finora rimasto magistralmente a galla nonostante le continue accuse di trasformismo che gli provengono sia dagli isolani che da Roma, dove i coordinatori nazionali del Popolo della Libertà, Bondi, Verdini e La Russa, lo mettono in guardia da possibili ribaltoni che “sovvertano il voto popolare”.

Attualmente l’ipotesi più accreditata è quella di un Lombardo-ter di minoranza con assessori del suo partito, l’Mpa, e di quel Pdl che ancora gli è fedele, con l’appoggio esterno del Pd sulle materie più importanti. Una formula minima che gli permette di rimanere in sella almeno fino alla prossima primavera, quando non è escluso che ci siano ulteriori rimaneggiamenti. Così continua l’opera del picconatore siciliano che con abilità ha sconvolto la struttura dei partiti di centrodestra che gli hanno garantito una maggioranza bulgara alle elezioni del 2008, dopo aver sconfitto sonoramente Anna Finocchiaro ferma ad uno scarno 30% dei consensi.

I risultati gli stanno dando ragione. Lombardo ha rotto in due il Popolo della Libertà (che pure si riconosce unito nel leader di Arcore): uno cosiddetto “lealista”, critico nei confronti delle pretese autonomiste di Lombardo, che ha come mentori il ministro Alfano e il presidente del Senato Schifani, e l’altro “localista”, che all’Assemblea regionale si è costituita come gruppo autonomo col nome di Pdl Sicilia e ha il suo padre nobile in Miccichè, lo stesso che nel 2008 dovette rinunciare alla candidatura su richiesta di Berlusconi. L’Udc, che in Sicilia prende ordini direttamente dall’ex governatore Cuffaro ed è vicina alle posizioni del Pdl “lealista”, da mesi fa guerra aperta a Lombardo dopo che nel rimpasto della primavera scorsa ai suoi uomini non è stato affidato alcun assessorato, ma al momento è fuori dai giochi di potere, nonostante raccolga circa il 20% di consensi.

Sullo sfondo della crisi politica, come se non bastassero le annuali classifiche del Sole 24 Ore che vedono stabilmente la Sicilia agli ultimi posti di tutti gli indici di vivibilità, c’è Palermo che ricorda la Napoli dell’anno scorso, con le strade piene di rifiuti ma senza lo stesso palcoscenico mediatico riservato alla città partenopea. Dentro la crisi, invece, a pieno titolo, la riforma degli assessorati voluta da Lombardo e il valzer delle nomine dei nuovi superburocrati, che dal primo gennaio vedrà ridisegnate le caselle del sottogoverno, che assieme alle leve del budget muove anche quelle del potere politico.

Nell’attesa che parli Berlusconi, o che Lombardo faccia qualche passo inatteso da qui a Natale, lo spettro del “grande inciucio”, mascherato dalla nobile quanto mobile retorica delle riforme, aleggia sull’isola che cinquant’anni fa fu la culla dell’insolita alleanza tra la destra monarchica e la sinistra comunista nella breve stagione del milazzismo. Mentre allora si assisteva al logoramento del centrismo democristiano che da dieci anni governava il Paese, ora è il declino del berlusconismo che costringe i poli oramai invecchiati ad interrogarsi sul loro futuro, provando e riprovando miscele non si sa quanto digeribili dai propri elettori.


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