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pubblicato: mercoledì, 4 maggio, 2011

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La democrazia nei partiti: problemi e proposte

Il tema della democrazia interna ai partiti risale ai lavori della Costituente. Oggi un progetto di legge targato PD lo rimette al centro della discussione parlamentare

 

[ad]L’attuale crisi della politica ha il suo epicentro nel discredito dei partiti e nella crescente sfiducia nella loro capacità di svolgere l’importante funzione di rappresentanza che gli è assegnata dalla Costituzione. Le speranze di un sistema partitico riformato e rigenerato in conseguenza del passaggio ad un sistema di elezione prevalentemente maggioritario sono state deluse. La transizione istituzionale ha positivamente accompagnato una più vasta evoluzione sociale e politica, leggibile nella stessa ispirazione maggioritaria che sembra caratterizzare le scelte politiche compiute dai cittadini in tutte le consultazioni elettorali avvenute negli ultimi anni, e per tramite della quale alcune vecchie anomalie del sistema partitico italiano sono state rimosse. Nonostante ciò, fenomeni di degenerazione e di frammentazione ulteriore sono intervenuti a complicare il quadro, di modo che ancora non può dirsi concluso e completato il percorso della transizione italiana in chiave coerentemente bipolare e de-radicalizzata. In questa caratteristica incompiutezza della transizione italiana si è soliti vedere un limite di natura costituzionale: l’invecchiamento della Costituzione del 1948 e l’incapacità delle forze politiche parlamentari (drammaticamente testimoniata dai ripetuti fallimenti delle apposite Commissioni bicamerali) a operare la revisione costituzionale resa necessaria dal mutamento degli assetti reali dei poteri.

Anche se questa analisi appare condivisibile, rimane insondato il tema della democrazia interna ai partiti, costante nella storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dalla nostra Carta costituzionale: in tal modo si rischia di lasciare spazio ad una polemica antipartitocratica che, spesso confondendosi con l’antipolitica, sfuma in un alterco sulla natura ed il ruolo dei partiti politici, così inflessibile da giungere a negarne la stessa funzione democratica. Non è un caso allora se nel nostro Paese, in considerazione del particolare grado di logoramento del rapporto fiduciario tra i partiti e la popolazione, la società civile chiede con sempre maggiore insistenza, di potere partecipare attivamente e in maniera propositiva alle vicende politiche. Si tratta quindi di riprendere, almeno in parte, i fili del discorso sulla disciplina giuridica dei partiti, di modo che, a dispetto di sterili polemiche antipolitiche, l’essenziale funzione democratica dei partiti non possa essere più semplicemente presunta, o peggio ancora rivendicata con arroganza, ma richieda che i partiti siano effettivamente e autenticamente soggetti che agiscono secondo metodi democratici.

È ben noto che l’articolo 49 della Costituzione fa cenno alla libertà di associarsi in partiti e al “metodo democratico” della vita politica, ma non fa alcun riferimento alle forme della vita interna dei partiti. Il dibattito sull’articolo 49 che si svolse in Assemblea Costituente si declinò in funzione dei diversi significati dell’espressione “metodo democratico” e si concentrò in particolare sull’emendamento Mortati che mirava a imporre un vincolo di democraticità interna per cui: “tutti i cittadini hanno diritto di riunirsi liberamente in partiti che si uniformino al metodo democratico nell’organizzazione interna e nell’azione diretta alla determinazione della politica nazionale”. Si noti inoltre che, nella seduta del 22 maggio 1947 – dopo la crisi di governo dovuta alla Guerra Fredda – l’onorevole Moro, pur ribadendo l’importanza di non porre limiti alle finalità perseguite dai partiti, per evitare il rischio di decisioni arbitrarie “sulla base del presunto carattere antidemocratico del loro programma”, in accordo con Mortati, propose la costituzionalizzazione del vincolo democratico interno, sulla base della considerazione che se non vi è una base di democrazia interna, i partiti non potrebbero trasfondere un indirizzo democratico nell’ambito della vita politica del Paese. Tale proposta non fu tuttavia adottata dalla Costituente e il riferimento al “metodo democratico” richiamato nell’articolo 49, anziché imporsi come condizione di vita dei partiti politici, restò solo un limite legato all’uso della violenza nel concorso alla determinazione della politica nazionale.

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