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pubblicato: giovedì, 5 novembre, 2009

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La cattedra e il crocifisso

La cattedra e il crocifisso

 

La cattedra e il crocifisso

La decisione della Corte di Strasburgo sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche ha suscitato molte polemiche. Ma che cosa ha stabilito esattamente la Corte? E quali saranno le conseguenze per l’Italia?

 

La Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha condannato la Repubblica italiana al pagamento di cinquemila euro, per danni morali, ad una cittadina che aveva chiesto la rimozione del crocifisso dall’aula della scuola statale frequentata dai figli.

[ad]Lo scandalo suscitato dalla sentenza ed il tono delle reazioni suggeriscono di fare un po’ di chiarezza.
Innanzitutto, l’Unione Europea, che a detta del Presidente del Consiglio “con questa sentenza inaccettabile sconfessa le sue radici cristiane”, è innocente. Né si capisce chi siano “i giudici UE” che “bevono troppo” di cui scrive oggi (4/11) Il Giornale.
La Corte di Strasburgo è organo del Consiglio d’Europa, un’istituzione sovranazionale che riunisce oltre 40 Paesi, tra i quali l’Italia. Il suo compito è quello di garantire il rispetto, da parte degli Stati membri, della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, in vigore da cinquantasei anni.
Il caso oggi alla ribalta riguarda, ma solo indirettamente, l’obbligo di esporre il crocifisso in tutti gli uffici pubblici, compresi i tribunali e le aule scolastiche, previsto fin dal 1924 (art.118, R.D. n. 965 del 1924 e art. 119, R.D. n. 1297/1928). Infatti, la coppia italiana ha adito la Corte di Strasburgo a seguito del rifiuto, da parte della scuola frequentata dai figli, di rimuovere il crocifisso dalla loro aula. Dettaglio, questo, non di poco conto, perchè circoscrive la questione ad un ambito specifico.

Ma ripercorriamo la vicenda fin dall’inizio. Nel 2002, durante una riunione tra insegnanti e genitori, i signori Lautsi (il cognome è finlandese) avevano lamentato che la presenza del crocifisso nelle aule di un istituto statale, oltre ad essere – a loro avviso – incomprensibile in uno Stato laico, turbava i due bambini, che i genitori intendono educare in modo rigidamente aconfessionale. Pochi giorni più tardi, la direzione scolastica respingeva la richiesta formale di rimuovere il crocifisso.
I Lautsi ricorrevano allora al T.A.R. del Veneto, provocando l’intervento del Ministero che, oltre a costituirsi in giudizio, emanava una circolare diretta a tutti i dirigenti scolastici, nella quale si “raccomandava” di esporre i crocifissi, rammentando l’obbligo di legge (spesso ignorato, come sa bene chi frequenta le scuole italiane).

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