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pubblicato: lunedì, 28 maggio, 2012

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Quelle sfide che vanno accettate

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I supporter del sistema elettorale a doppio turno, o ancor meglio del sistema istituzionale francese, si augurano che la spinta propulsiva originata dalla vittoria di Hollande in Francia dia tutti i suoi frutti. O comunque non si disperda nel breve periodo.

[ad]La politica italiana infatti come molto spesso capita è galvanizzata dagli eventi internazionali e ora tutti vogliono fare i “francesi”. Accadde già nel 2007 quando tutto il centrodestra nostrano fu colpito dall’infatuazione sarkozysta non prevedendone, come era evidente, i nefasti esiti.

Il PdL allora sfrutta il caso ellenico, d’impronta proporzionalista, e la speditezza del sistema francese per fare una proposta da sempre non lontana dal dna della destra italiana: l’elezione diretta del capo dello stato.

Si tratta senz’altro di una mossa di impronta tattica da parte di Berlusconi che non sembra trovare una quadra per il suo partito. E la tanto agognata discontinuità promessa dalla leadership di Alfano non si è mai vista e ha mostrato i suoi profondi limiti. Sia sotto il governo “amico” sia sotto il governo Monti.

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Non è dunque la “più grande novità politica dai tempi della discesa in campo” ma la proposta del PdL di passare ad  un sistema di tipo semipresidenziale non è del tutto nuova anche solo dal punto di vista teorico.

Quello che fa riflettere maggiormente è però la reazione alla proposta berlusconiana. Perché se l’Udc comprensibilmente fa melina, non pensando ad altro che al modello tedesco, è la reazione del  Pd che dovrebbe far riflettere.

Pierluigi Bersani ha subito detto che probabilmente si tratta di una mossa tattica da parte di Berlusconi e che probabilmente (visto che l’ex premier propone una riforma costituzionale) non ci sono i tempi tecnici.

Un’analisi ineccepibile. Ma che forse pecca proprio su questo punto: è un’analisi quasi troppo d’analista e non da chi guida e fa parte a pieno ritmo del gioco politico.

L’approccio della sinistra al tema del semipresidenzialismo e del doppio turno alla francese è infatti da sempre una storia contrassegnata dal coraggio. Per quanto non sia il sistema da sempre prediletto lo stesso Massimo D’Alema nel corso degli anni ha più volte dichiarato che non occorreva demonizzare una proposta di questo tipo. E non servivano alzate di spalle ma schiena dritta.

Certo, i precedenti, Bicamerale in testa, non sono quanto mai favorevoli.

Ma il quesito è: perché il Pd, a maggior ragione dopo la sua proposta di riforma elettorale, non accetta la sfida di Berlusconi? Perché non ci sono i tempi tecnici? Probabilmente per quanto riguarda l’aspetto costituzionale (elezione diretta del Presidente della Repubblica) ma non è detto che lo sia per tutte quelle riforme di carattere ordinario come la legge elettorale.

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1 comments
Adriano Gizzi
Adriano Gizzi

Domanda preliminare: quante probabilità ci sono che un uomo politicamente finito, con un processo in corso che ne sta minando definitivamente la già vacillante reputazione, faccia una proposta di riforma elettorale pensando veramente “al bene esclusivo dell’Italia”? Non si può prescindere da questo presupposto: l’ex premier sta giocando l’unica carta che gli resta per distrarre l’attenzione dalla frana della sua immagine pubblica e tentare disperatamente di tornare in campo. L’elezione diretta del presidente della Repubblica è in effetti l’unico modo di rimettere in pista quello che resta comunque un abile comunicatore nonché proprietario di metà dell’informazione televisiva. Infatti Alfano ha promesso di risolvere il problema del conflitto d’interessi… ma come: se era un problema, perché non l’hanno risolto in questi 18 anni? E se, come hanno sempre sostenuto, non era un problema… perché lo diventa proprio ora? Il sistema elettorale a doppio turno di collegio “alla francese”, inoltre, è l’unico che potrebbe garantire una buona tenuta del Pdl, se non addirittura una maggioranza almeno relativa in Parlamento. Se passano al secondo turno tutti coloro che hanno il 12,5% dei voti sugli aventi diritto (diciamo più o meno il 17%, se vanno a votare tre quarti degli elettori), è abbastanza probabile che almeno nella metà dei collegi la sfida per il secondo turno veda la presenza sia di un candidato del Pd sia di uno del movimento 5 stelle. Questo significa che, in una situazione di centro e destra frammentate (Casini; Fini, Rutelli; Montezemolo, Storace, Maroni... nessuno di loro può sognare di prendere il 17% da solo in più di una decina di collegi in tutto!), il Pdl potrebbe passare quasi ovunque ai ballottaggi e rappresentare da solo tutto il cosiddetto “elettorato moderato”, trovandosi spesso in una sfida “a tre” che a quel punto lo vedrebbe con discrete possibilità di successo. Perché il Pd non accetta la sfida? Mi pare che ci stia pensando pure troppo, prima di respingerla definitivamente al mittente. (Adriano Gizzi)