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pubblicato: domenica, 10 aprile, 2011

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Sea Shepherd “infierisce” sul Giappone

giappone

Nell’ultimo anno il Giappone ha dovuto subire anche un pesante colpo ad un settore fondamentale della sua economia: la pesca

[ad]Dopo il terremoto dell’11 marzo scorso, il conseguente devastante tsunami ed il pericolo nucleare che incombe da giorni su Fukushima, pare proprio che non sia un buon periodo per l’economia giapponese, recentemente anche scalzata dal secondo posto nella classifica mondiale del PIL dalla Cina. Pur non volendo mettere il dito nella piaga, ci sembra interessante riportare quest’anno sia stato “devastante” per il Giappone anche da un altro punto di vista, piuttosto importante: il mercato delle balene, la cui attività di caccia nell’Antartico è stata per la prima volta sospesa a causa delle pressioni esercitate dall’associazione in difesa dell’ambiente chiamata Sea Shepherd.

Nata nel 1977, Sea Shepherd si pone l’obiettivo di intervenire direttamente per la conservazione dell’ambiente marino, laddove le leggi che lo proteggono vengano violate da governi, industrie o singoli individui. Paul Watson, fondatore dell’organizzazione, da sempre tiene a precisare come l’azione di questa ong non sia volta alla protesta, pur legittima, nel caso di violazioni di obblighi internazionali, quanto piuttosto mirata al rafforzamento della efficacia delle leggi vigenti e della loro applicazione. E se la legge è fatta per essere aggirata, Sea Shepherd si propone di agire come “guardiano dei mari”. Ecoterroristi contro governi? In realtà, non si può ridurre ad una tale semplificazione la battaglia, non solo navale ma soprattutto legale, che oppone l’organizzazione non governativa all’industria della pesca illegale.

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Simbolo di questo impegno per la conservazione dell’ambiente marittimo è lo scontro che avviene in Antartide, da quasi dieci anni, tra le navi nere di Sea Shepherd e la flotta baleniera giapponese. Ogni estate (australe) la flotta baleniera si prefigge una quota di balene da pescare ed ogni anno, dal 2002 – con l’eccezione degli anni 2003 e 2004 – viene “disturbata” dagli ambientalisti, che si oppongono e cercano di contrastare la caccia alle balene, illegale secondo la moratoria internazionale del 1986 che l’ha messa al bando per scopi commerciali. Proprio secondo una diversa interpretazione di tale moratoria, il governo giapponese giustifica invece la caccia alle balene come un’attività perfettamente legale e “scientifica”. È necessario tornare indietro nella storia legislativa della caccia alle balene per fare luce sulle differenti interpretazioni di questo nodo giuridico. Dopo la seconda guerra mondiale, le grandi potenze hanno sentito il bisogno di creare la Convenzione internazionale per la regolazione della caccia alle balene, che ha visto nascere di conseguenza, nel 1949, la Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC), tuttora in attività. Negli anni ‘70, varie proposte di moratoria per bandire la caccia commerciale alle balene sono rimaste lettera morta, mentre solo nel 1982 la Commissione ha approvato una moratoria che vieta la caccia alle balene per scopi commerciali. Il Giappone, senza sorprendere nessuno, ha votato contro; ciò non ha impedito alla moratoria di entrare in vigore nel 1986.

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