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pubblicato: mercoledì, 6 giugno, 2012

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Le ragioni di Fassina e l’eterno ritorno dell’uguale in Italia

fassina

Le ragioni di Fassina e l’eterno ritorno dell’uguale in Italia

Il senso di inanità e di noia è qualcosa con cui abbiamo imparato a convivere ormai da lungo tempo. L’impressione di avere a che fare con parole tanto a lungo ripetute da aver smarrito il proprio senso, parole tra cui il lessico del nuovo occupa ormai il primo posto. E’ da decenni che si pontifica di novità, di giovani, di rinnovamento, ma via via con un crescente senso di fatica e stanchezza.

[ad]Nel frattempo la Seconda Repubblica sembra infilarsi in una masochistica coazione a ripetere, riproducendo la crisi che diede ad essa la luce nel 1992-1993. Una crisi finanziaria. Un governo tecnico. Una rivolta popolare contro la partitocrazia. Un dilagare di inchieste giudiziarie. Nuovi partiti che bussano alla porta, sovrapponibili a quelli di un tempo (Montezemolo come nuovo Berlusconi, Grillo come nuovo Bossi). Una sinistra che sopravvive ma non sfonda.

Tuttavia questo destino non è senza alternative. E’ su questo punto che la proposta di Fassina di andare ad elezioni ad ottobre vorrebbe sollevare una riflessione.

Cosa implicherebbe questa decisione?bersani e fassinaSi tratterebbe certo di una rottura forte con quello che si è detto e praticato finora. L’azione di governo è stata finora, non solo in Italia, ma in tutti i paesi mediterranei coinvolti dalla crisi, improntata a un determinato concetto di responsabilità. E’ necessario – si diceva – formare governi tecnici, o di larga coalizione che prendano decisioni impopolari che restaurino la fiducia dei mercati. Paradossalmente, come ha poi aggiunto Fassina replicando a Casini che sosteneva appunto la necessità di scelte impopolari, si assume quasi l’impopolarità della scelta come pietra di paragone della sua bontà.

Si assume che l’uso di questi strumenti sia migliore del ricorso alle urne, in quanto quest’ultimo avrebbe condotto a spinte populistiche.

Si imposta così una unilaterale alternativa tra “populismo delle destre e impopolarità delle tecnocrazie. Al fondo sta la convinzione che, insomma, la democrazia va bene ma solo quando serve a poco, mentre invece quando il gioco si fa duro, nei momenti delle scelte decisive, quel manipolo di buffoni e teatranti che affollano la scena politica debba farsi da parte per far spazio alle persone serie. Ma se poi accade che il gioco si inceppa e le persone serie falliscono?

A questo punto la politica pare trovarsi sola di fronte alla propria crisi e alla minaccia del populismo, essendo state spazzate via tutte le alternative. Ma quello che bisognerebbe invece capire è che la radice della crisi della politica sta proprio nella sua non volontà di affrontare le crisi, le situazioni di emergenza.

Che il politico deve assumersi delle responsabilità. E che i sacrifici possono e devono essere chiesti, se necessari, ma che compito della politica è spiegare perché si debbano fare tali sacrifici, a quale fine, in base a quale orizzonte di senso. E compito della politica nel momento della crisi è anche e soprattutto scegliere (giacché krisis significa proprio scelta), perché non esistono soluzioni tecniche, ma solo soluzioni politiche, che inevitabilmente colpiscono alcuni interessi più di altri.

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