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pubblicato: martedì, 11 settembre, 2012

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La strada stretta di una sinistra di governo. Terza parte. Le forze politiche.

sinistra

Dopo aver proposto un’analisi della situazione internazionale ed italiana (http://www.termometropolitico.it/21934_la-strada-stretta-di-una-sinistra-di-governo-prima-parte.html) e le proposte (http://www.termometropolitico.it/21942_la-strada-stretta-di-una-sinistra-di-governo-le-proposte.html) di un possibile schieramento di sinistra, veniamo ora al punto fondamentale: quali forze politiche, quale elettorato, quali interessi potrebbero riconoscersi in un tale programma.

[ad]L’analisi non può che partire dal principale partito del centrosinistra: il Partito Democratico. A prima vista può sembrare che questo si situi in una posizione molto lontana dalla visione delle cose accennata negli articoli precedenti: ha sostenuto il governo Monti, ha votato a favore dell’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, la riforma del lavoro, quella delle pensioni.

Tuttavia il PD non può essere considerato come un monolite: al suo interno esistono aree e sensibilità molto diverse, e in occasione di ognuno dei provvedimenti sopra citati c’è stata un’accesa discussione interna. La segreteria Bersani ha effettuato un lungo lavoro di revisione di quelle che erano le parole d’ordine portate avanti da Veltroni (la rappresentanza di tutti gli interessi, il partito liquido, un’identità concepita come in radicale discontinuità rispetto alle storie e alle tradizioni delle culture e dei partiti che andavano a confluire nel PD). La crisi è stata l’occasione di questo lavoro di ripensamento. La crisi è stata concepita come crisi del pensiero neoliberista e della fiducia nella capacità dei mercati di autoregolarsi. E’ certo vero che le ricette del pensiero liberista sono state applicate in Italia con molti limiti e in maniera parziale e selettiva. E’ però anche vero che l’assunzione di un determinato impianto ideologico ha portato a una deresponsabilizzazione della politica, che ne ha tratto pretesto per non assumersi l’incarico di governare i processi. Dalla riflessione che si è sviluppata è scaturita la consapevolezza della necessità di un ritorno in primo piano della politica, che deve riprendere il suo ruolo regolatore nei confronti dell’economia, ovviamente migliorando contemporaneamente il proprio livello rispetto al decadimento dell’ultimo trentennio. Per fare questo la politica dovrebbe recuperare il proprio radicamento nei territori, la propria organizzazione, rivalutare il rapporto con i corpi intermedi e a livello di governo riscoprire il concetto di politica economica e, se necessario, anche quello di intervento pubblico.

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All’interno del PD chi più convintamente ha portato avanti quest’opera di rinnovamento, che corrispondeva peraltro a un movimento di pensiero diffuso a livello internazionale, è stato un cospicuo gruppo di giovani dirigenti tra i quali i più noti sono Stefano Fassina e Matteo Orfini. Espressione di questa tendenza politica sono il gruppo T/Q (Trenta-quarantenni) e l’associazione Rifare l’Italia. Questi portano avanti un’idea di “rinnovamento” del partito e della società alternativa rispetto a quella portata avanti da Matteo Renzi. Nel corso della segreteria Bersani questo gruppo, a cui è stato dato uno spazio anche a livello di incarichi nel partito, ha portato avanti un lavoro di riflessione notevole su diverse testate on-line e siti internet, che ha trovato alcune consonanze nelle idee portate avanti dal quotidiano l’Unità. Questi punti di vista trovano un significativo consenso nella base del partito. Rispetto ai dirigenti c’è invece un atteggiamento più complesso: al riconoscimento di alcuni meriti si affianca una critica che viene estesa anche ai governi Prodi, D’Alema e Amato, di sostanziale subalternità al pensiero liberista e di eccessiva condiscendenza con l’establishment.

Questo gruppo, se prevalesse all’interno del PD, rappresenterebbe senz’altro il fulcro per una proposta di sinistra di governo. Ad esso si contrappongono, sempre dentro il PD correnti che invece insistono sulla necessità di impostare la nuova proposta di governo in continuità con il governo Monti. Il principale esponente di questa tendenza è Enrico Letta, a cui si aggiungono personaggi come Walter Veltroni, Pietro Ichino, Enrico Morando e altri.

La posizione di Bersani in questo quadro è quella di chi cerca un punto di mediazione, punto di mediazione che però potrà essere più o meno avanzato a seconda di come si svilupperà la lotta tra le posizioni in campo.

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