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pubblicato: domenica, 14 ottobre, 2012

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Ucraina, altre due generazioni per poter cambiare

ucraina

In ucraina nessun cambiamento si paleserà prima di due generazioni. Lo dicono gli studi sui perpetrati effetti sociali del modello sovietico, lo dicono i dati che rintracciano un disinteresse del 97% dei giovani verso la politica, lo dice soprattutto un giorno passato tra i banchi dell’università. Questi giovani, pur nati a ridosso della caduta dell’Unione Sovietica, sono stati socializzati all’interno di un modello che li induce ancora oggi a credere che ci sia sempre qualcuno pronto a pensare per loro. Sono inermi, sfiduciati, passivi, eterni infanti.

[ad]Non conoscono la responsabilità, l’impegno in prima persona, la fatica di esporsi, dibattere, discutere tra pari. Le amare conclusioni tracciate in queste prime righe sono frutto della lezione che ho tenuto ieri all’università. L’attualissimo tema, per studenti del quinto anno di Relazioni Internazionali, in un paese che non può concepire la propria Storia al passato ma deve costruirla quotidianamente in un eterno presente, si proponeva di indagare i processi di allargamento dell’Unione Europea verso est, con un focus particolare sull’Ucraina. L’approccio scelto era la voluta provocazione, la ricerca di un costruttivo scontro verbale. In un’università che mantiene la cecità critica dei propri studenti, nutrendoli solo di nozioni da imparare a memoria, era mia intenzione porre davanti alla loro evidenza fatti che non avrebbero più permesso il loro voltarsi dall’altra parte.

Volevo un confronto duro, volevo sentirli parlare, sentirmi criticare, volevo insomma scuoterli. Così terminata la presentazione, invito gli studenti ad aprire il dialogo con la seguente frase “You can say that everything I’ve said was bullshit, I’m fine with it, but you should bring evidences to support your position”, potete dire che tutto ciò che ho sostenuto sin ora erano cazzate, a me va benissimo, l’importante è che portiate argomentazioni alla vostra contro-tesi. Nel primo intervento una ragazza, mostrando il suo risentimento, mi ha velatamente accusato di appoggiare chi osteggia l’ingresso dell’Ucraina nella Ue; nel secondo un ragazzo ha evidenziato i miei sentimenti anti-ucraini; nel terzo sono stato ritenuto responsabile di aver definito, cosa che seppur penso non ho detto, la società ucraina anti-democratica. Dopo qualche minuto, scuotendomi di dosso lo scotto delle accuse, ri-oriento il dibattito sulle opportunità di cambiamento all’interno dello scenario ucraino e, di tutta risposta, gli studenti cambiano bersaglio.

ucraina

Il testimone dell’imputazione passa da me alle malvagità dell’élite al governo che, tra mille sproloqui demagogici, vengono energeticamente illustratemi dalla classe. Pur condividendo i capi di imputazione sottopongo agli studenti un’ulteriore provocazione: “Pensate veramente che se domani, intorno a questo tavolo, vi sia raccolta tutta la classe dirigente ucraina, scoppi una bomba e muoiano tutti, qualcosa cambierà in questo Paese? Io penso di no”. Inizia così la discussione sull’importanza della società civile nei processi di cambiamento. Concetto ai più disconosciuto, percepito come astratto, assumente concretezza nel dato che presento loro, frutto di un recente studio, che attesta l’impegno di soli due ucraini su dieci all’interno di organizzazioni, associazioni, della società civile. Dato immediatamente confermato dal piccolo sondaggio svolto in classe dove su dodici persone nessuna ha mai preso parte in attività proposte dalla società civile. Una studentessa in quel momento alza la mano e mi chiede “Ma dove ci è possibile iniziare ad esercitare il ruolo di società civile?”. La mia laconica risposta non tarda ad arrivare: “Qua”. “Ma qua noi veniamo ad imparare concetti che non conosciamo da chi li conosce, ossia i professori”. “No, qua voi venite a discutere criticamente tra pari i concetti che vi vengono illustrati dai vostri professori”. Sì, perché l’università ucraina, oltre ad essere didatticamente organizzata come un liceo, non è percepita in primis dagli studenti come luogo di critica, di dibattito, di discussione.

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1 comments
Giuliano Caponi
Giuliano Caponi

Se tu avessi tenuto questa lezione qui in Turchia dove vivo io avresti ricevuto probabilmente le stesse impressioni di distacco e individualismo. Siamo il prodotto di un paese iperpolemico, cinico e oramai de-gerarchizzato e dovremmo renderci conto, senza senso di superiorita' ma anche senza l'ipocrisia del relativismo culturale assoluto, che milioni di individui anche geograficamente non lontanissimi da noi venga fuori da un contesto culturale quello si reazionario, verticale, dogmatico. Qui per esempio nelle universita' e nelle scuole non si parla se non quando interrogati direttamente, non si contraddice l'opinione del docente e si cerca sempre di non esporsi, nel bene come nel male. Vivono da centristi diciamo, studiano per trovare un lavoro (enorme la preponderanza di studi economici/finanziari rispetto a che so scienze politiche, lettere, giurisprudenza) e non si lasciano coinvolgere facilmente nelle discussioni. Idealismo zero, un po' di rivalsa nei confronti del governo attuale (se si parla coi figli delle elite laiche), molto pragmatismo e voglia di guadagnare bene. Punto. Le cause sono molte ma due su tutte: una tradizione di governo repressivo immutato dai tempi del Sultano a oggi (centinaia di studenti arrestati, bastonati o aggrediti col gas al peperoncino nelle manifestazioni antigovernative) e il colpo di stato del 1980 che ha completamente sbrindellato quella che tu chiami la societa' civile, dando ai giovani del tempo il messaggio chiaro che di politica non ci si deve occupare. Tale messaggio é oggi trasmesso dai giovani di allora ai loro figli, completamente immersi nel "sogno americano" del consumismo a debito.