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pubblicato: mercoledì, 3 giugno, 2009

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Professione comunicare. Proforma-Pustetto a confronto

Professione comunicare. Proforma-Pustetto a confronto

Dino Amenduni Maria Bruna Pustetto

Proforma: un gruppo di giovani creativi di Bari, esplosi con le campagne elettorali di Emiliano (2004) e Vendola (2005) e poi passati a seguire Bertinotti, i DS e ancora Emiliano. Pustetto: una “veterana di centinaia di campagne elettorali”, dall’Italia agli USA e ritorno, scrive il Corriere della Sera.
Dino Amenduni, responsabile di Emilab e collaboratore di Proforma, e Maria Bruna Pustetto a confronto. Sulla comunicazione politica nel 2009. Cioè manifesti e Facebook. Candidati e spin doctor. Internet e tv. Berlusconi e Obama. L’INTERVISTA

PROFORMA (Dino Amenduni)

Partiamo dal progetto Emilab. Che cosè?

[ad]«E’ nato un anno fa come unità specialistica per occuparsi della gestione web della campagna di Michele Emiliano a Bari. In sostanza in questi mesi ho staccato da Proforma e faccio il coordinatore di Emilab, che è un laboratorio che serve a mettere in rete i talenti di giovani di Bari. Siamo partiti da un gruppo di dieci persone sotto i 30 anni e poi ci siamo allargati con un meccanismo di passaparola qualificato, basato su fiducia e competenze. Ora l’unità conta 150 persone e siamo un po’ il cuore pulsante della campagna Emiliano. Più che essere uno strumento per la campagna, è la campagna che è servita a mettere a punto un progetto nato da subito con prospettive a medio-lungo termine».

Sembra di sentire il modello di coinvolgimento e segmentazione dell’elettorato che ha fatto la fortuna della campagna di Obama.

«Ci siamo mossi dalle esperienze internazionali di successo, in particolare da luglio a novembre scorsi abbiamo seguito giorno per giorno la corsa di Obama. Che ha delegato gran parte della sua campagna a forme di organizzazione spontanea, dal basso. La sua è stata più una vittoria organizzativa che comunicativa. I laboratori, la rete, i social network servono a questo: più come strumenti per interconnettere e proporre contenuti che come veicoli di comunicazione in senso stretto».

America-Italia. Che cosa c’è stato lì che non può esserci qui?

«Qui c’è diffidenza. Spesso quando provi a proporre qualcosa di originale subentra la diffidenza, il “ma tanto su Facebook non sposti un voto”. Il che in senso stretto magari è vero, ma se tu metti centinaia o migliaia di persone in condizione di poter disporre di un pacchetto di strumenti crei uno spazio per chi non può fare campagna direttamente per un candidato. Non generi consenso spostando direttamente voti. Ma questo non rassicura chi ti chiama perché vuole essere eletto. Però i risultati che stiamo ottenendo potrebbero stimolare una riflessione su questo, sarà una questione di tempo».

E la cara vecchia televisione? Quanto pesa il messaggio tv in Italia, anche visto il mono/duopolio Rai-Mediaset? E soprattutto, i politici lo sanno?

«L’influenza della televisione nel generare consenso è ancora troppo forte, anche se non so dirti se venga prima l’uovo o la gallina. In altre parole, forse in regime di mono/duopolio qualunque strumenti sarebbe dominante: con un presidente del Consiglio che possiede tre reti e controlla il cda delle altre tre è difficile capire se il problema stia nel mezzo televisivo o in come viene gestito. Resta il fatto che finché non cambia il sistema non ci sono alternative alla rete, è l’unico strumento che potrà esprimere forme di partecipazione. La tv è un mezzo passivo, Internet è bidirezionale e richiede uno sforzo superiore. Ci vorrebbe uno sforzo di mesi o anni per stimolare una nuova ‘opinione pubblica’ che si organizzi attraverso la rete».

Ma fare il consulente o il comunicatore politico vuol dire vendere un prodotto-candidato o anche, che so, mettere in comunicazione eletti ed elettori?

«Questo dipende molto dalle volontà del committente. Nel nostro caso ci sono i precedenti di Michele Emiliano nel 2004 e di Nichi Vendola nel 2005. Emiliano in particolare ha sdoganato un certo atteggiamento tipico del centrosinistra, secondo cui i consulenti di comunicazione politica sono il demonio perché assomigliano al marketing politico di Berlusconi».

Ricordo una gustosa cronaca di Fabio Martini sulla Stampa durante la campagna politiche 2008, Realacci rivendicava a sé e Veltroni il ruolo di “annusatori della società italiana”.

«Anche Veltroni è caduto in questo luogo comune, poi abbiamo visto com’è andata a finire. Ritengo che ci sia bisogno di un processo di elaborazione, più che vendere un candidato significa mettere in fila le parole-chiave, i concetti su cui insistere e quelli su cui stare attenti. Questo è un lavoro che un politico può svolgere fino a un certo punto, perché non ha il distacco del consulente di comunicazione politica».

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