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pubblicato: domenica, 3 aprile, 2011

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Tra luci e ombre, la scuola politica del PD

pd

La nuova scuola di formazione politica del PD, un’occasione per un’analisi sulle concezioni della figura del “politico”

Roma, via Laurentina: l’8 aprile prenderà ufficialmente il via Officina Politica, la scuola di formazione del PD. Come si legge in un comunicato del Partito Democratico, dal mese prossimo partirà un master, organizzato dal PD e tenuto da dirgenti del partito ed esperti dei temi trattati, articolato su tre macroaree: cultura politica, istituzioni, e comunicazione.

 

Secondo quanto afferma Annamaria Parente, responsabile della formazione politica nella segreteria nazionale,

 

dopo tanti anni riprendiamo l’esperienza di una scuola strutturata per sostenere il partito nella sua crescita e per operare in modo concreto nella formazione e nel ricambio della classe dirigente.

 

[ad]In effetti, la similitudine con le Frattocchie, la scuola di formazione del vecchio PCI, è sotto gli occhi di tutti; proprio questo apparente ritorno al passato, tuttavia, può servire a denotare in maniera chiara la posizione del Partito Democratico su uno dei temi più controversi e accesi degli ultimi anni, ovvero l’approccio alla formazione politica e di conseguenza alla figura del politico professionista.

La fine della Prima Repubblica, il disvelamento delle grandi reti clientelari costruite intorno ai palazzi del potere ed il progressivo deterioramento della classe dirigente hanno fatto aumentare l’insofferenza verso la politica ed i politici, etichettati a torto o a ragione come “casta” chiusa in sé stessa e lontana dal vivere comune della popolazione.

Berlusconi fu il primo a cogliere l’umore popolare su questo tema così delicato e a offrire una sua ricetta: con abile strategia mediatica il Cavaliere trasmise al grande pubblico l’idea del cittadino prestato alla politica, presentando sé stesso per primo in questa veste e candidando persone provenienti al di fuori dell’esperienza dei partiti nelle proprie liste. Il cortocircuito tra il cittadino-elettore e il politico portava quindi all’eliminazione di tutta la gavetta necessaria per l’assunzione di un ruolo di rilievo nazionale, il passaggio dal circolo alla circoscrizione, dal comune alla provincia fino alla regione, eliminando quindi la figura ormai esecrabile del politico di professione e al tempo stesso trasformando il ruolo stesso del politico ad un sogno accessibile a tutti.

Se questo è stato il prodotto pubblicizzato da Berlusconi al tempo della sua entrata in politica, la realtà si è dimostrata ben differente. La Legge 270/2005, il famigerato “Porcellum”, ha eliminato le preferenze dirette durante l’operazione di voto, mettendo le candidature nelle mani dei partiti come mai lo erano state in passato: nel partito personalista berlusconiano, il partito del “chiunque può fare politica”, le possibilità di candidatura si sono inesorabilmente ridotte al compiacimento del padre-padrone, che secondo il proprio arbitrio determina chi può accedere al dorato mondo della casta e chi no.

scuola politica del pd

Il sogno offerto da Berlusconi si è rivelato un inganno perché altro non poteva essere: la figura del cittadino prestato alla politica, offerta come criterio di normalità nel confronto con i nostri vicini europei, si è dimostrata il grimaldello con cui la mediocrità è entrata nelle sale del potere e con cui l’incompetenza è stata mascherata da novità. Nella foga di presentarsi come il nuovo rispetto ai politici professionisti, e quindi appetibile all’elettorato, Berlusconi ha troppo spesso tralasciato la ricerca della competenza nelle persone di cui si è via via circondato, riducendo i suoi parlamentari e a volte persino i ministri dei suoi Governi a semplici persone-immagine, slogan pubblicitari di un messaggio destinato alla mera perpetuazione del potere.

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