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pubblicato: mercoledì, 27 febbraio, 2013

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Stallo alla messicana

Lo scenario disegnato dal voto del 24 e 25 febbraio non è considerabile come uno scenario alla greca.

Lo scenario elettorale greco, stiamo parlando del 2012, ha visto la ripetizione delle elezioni a seguito dell’impossibilità assoluta di comporre qualsiasi tipo di coalizione. Ciò ha portato il paese di nuovo alle urne, guidato da un esecutivo retto dal presidente consiglio costituzionale, in cui si è polarizzata la dialettica politica tra le forze filo-memorandum europeo (conservatori di Nuova Democrazie e socialisti del Pasok in primis) e forza anti-europee e anti-austerity (la sinistra di Tsipras).

[ad]Oggi in Italia numericamente può esserci un governo possibile (quello tra Pd e PdL, già ipotizzato da Berlusconi) cosa assente nel primo scenario greco.

Mentre appare quanto mai irrealistica un fronte nazionale anti-populista (quindi anti-Grillo) da comporre in vista di nuove ed imminenti elezioni politiche, sulla falsariga del secondo scenario ellenico.

Resta il fatto che sul fronte europeo lo scenario che si è delineato era quello più temuto dagli osservatori internazionali. E per capire come si è arrivati a ciò occorre levarsi di dosso alcuni stereotipi e certe semplificazioni:

Il vero sconfitto: il vero sconfitto è uno solo: il centrosinistra e la coalizione Italia Bene Comune guidata da Pierluigi Bersani.

Sconfitti per varie ragioni. Innanzitutto bisogna considerare che la coalizione di centrosinistra partiva favorita in questa competizione. E appariva come la coalizione più forte in quanto all’opposizione dal 2008 al 2011, ovvero sotto il quarto governo Berlusconi.

L’impopolarità di alcune misure e di alcuni atteggiamenti presi da governo di centrodestra ha spinto molti a guardare alla coalizione di Bersani come l’alternativa naturale di fronte al malcontento nei confronti del fronte berlusconiano.

Nonostante la posizione di vantaggio il centrosinistra ha vinto per lo 0.4% alla Camera dei Deputati mentre al Senato ha perso in molte regioni in maniera inaspettata (Calabria, Abruzzo, Puglia)  e in regioni in bilico ma dove però si era ottimisti (la Campania).

Ciò porta il centrosinistra ad avere una maggioranza alla Camera di 345 deputati. Per quanto lo scarto tra centrosinistra e centrodestra alla Camera non sia troppo dissimile da quello del 2006 bisogna osservare che proporzionalmente questi 345 deputati sono molti di più rispetto a 7 anni fa in quanto non si è delineato uno scenario ultra-polarizzato come quello del 2006 e dunque il restante 45% dei seggi non è andato ad una singola coalizione ma a tre (Berlusconi, Grillo, Monti).

Tanto che lo scarto in termini di seggi tra centrosinistra e centrodestra a Montecitorio supera i 200 deputati.

Al tempo stesso però il centrosinistra ha solo la maggioranza relativa al Senato. Ed è quanto mai lontana dalla maggioranza assoluta a Palazzo Madama.

Uno schieramento che si aspettava di governare da solo, pur con un certo allargamento al centro, si troverà nella migliore delle ipotesi a governare col centrodestra di Berlusconi.

Il Pd alla Camera prende il 25.4%. Si tratta della peggior percentuale della storia del partito a livello nazionale. Ancor più basso dello storico minimo del partito, quel 26.1% che prese guidato da Dario Franceschini alle europee del 2009.

Il centrosinistra perdente nel 2008 ottenne circa il 38% dei voti contro un centrodestra vicino al 48%. Questo vuol che non solo il Pd di Bersani non è stato assolutamente in grado di intercettare quei voti che cinque anni fa determinarono la vittoria dello schieramento vincitore, ma ne addirittura persi. Sia dal punto di vista percentuale (oltre 8% in meno del 2008) sia dal punto di vista assoluto (affluenza crollata del 5.3% rispetto a cinque anni fa).

La verità è che Bersani, eletto segretario del partito nell’ottobre 2009, non ha mai vissuto veri e propri test nazionali.

L’unico test in parte nazionale sono state le regionali del 2010, dove andarono al voto 11 regioni.

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