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pubblicato: giovedì, 14 marzo, 2013

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Fact checking – Pagella Politica Grillo e Articolo 18

articolo 18 non si tocca

[ad]Beppe Grillo ha dichiarato: “Nessuno prima [del governo Monti] aveva mai messo in discussione l’articolo 18 a difesa dei lavoratori”. Pagella Politica ha effettuato il fact checking della dichiarazione di Grillo e si è espressa con un “Pinocchio andante”.

Quando si dicono frasi come “nessuno prima aveva mai” il rischio panzana è sempre in agguato. In realtà basta tornare indietro pochi anni per ricordare che, prima del governo Monti, l’articolo 18 è stato messo in discussione eccome.

Per capire cosa dispone l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e come è cambiato con la riforma del lavoro varata dal governo Monti rimandiamo a un ottimo video di Quattrogatti.info. Quanto ai tentativi di modificarlo, come dimenticare la stagione degli scioperi durante il secondo governo Berlusconi? Era il novembre del 2001 quando il governo presentava una legge delega in materia di lavoro che proponeva, tra le altre cose, l’introduzione in via sperimentale di modifiche all’articolo 18, prevedendo, in alternativa, il risarcimento al reintegro nel posto di lavoro (art. 10). La proposta incontrò fortissime resistenze sindacali coronate in uno sciopero generale il 16 aprile 2002. Alla fine fu accantonata.

Non è tutto. Precedentemente, il 21 maggio 2000, si tenne un referendum che non solo metteva in discussione l’articolo 18 ma ne minacciava la stessa esistenza. Oggetto del referendum erano sette quesiti piuttosto eterogenei: si spaziava dai rimborsi elettorali alla separazione delle carriere tra giudici e magistrati, passando per l’abolizione del sistema proporzionale e le elezioni dei magistrati nel Consiglio Superiore della Magistratura. Il sesto quesito, promosso dai Radicali, dal Partito Repubblicano e da Forza Italia, aveva ad oggetto proprio l’abrogazione dell’articolo 18. Tuttavia, in nessuno dei quesiti si raggiunse il quorum: soltanto un terzo degli italiani andò a votare e in ogni caso il 66% dei votanti aveva respinto con un sonoro NO la proposta di abrogazione dell’articolo 18. Nel 2003 si tenne, invece, un altro referendum che contrastava l’articolo 18, anche se probabilmente non nel senso indicato da Grillo.Rifondazione Comunista proponeva, infatti, di allargare l’applicazione dell’articolo 18 alle aziende con meno di 15 dipendenti in modo da tutelare anche queste categorie di lavoratori. Tuttavia, anche in questo caso, non si raggiunse il quorum: soltanto un quarto degli italiani si recò alle urne (da notare però che l’86% di questi aveva votato a favore della proposta).

E ancora prima dei referendum e delle proposte di legge dei primi anni duemila, erano state avanzate proposte di modifica di questa chiacchieratissima norma. Come evidenzia un articolo che ne ripercorre la storia – scritto da Lucio Baccaro dell’Università di Ginevra e Marco Simoni della London School of Economics – già nel 1997 il senatore Debenedetti dei Ds aveva presentato una proposta di legge di modifica dell’articolo in oggetto, che eliminava, di fatto, l’obbligo del reintegro nel posto di lavoro del lavoratore licenziato illegittimamente, sostituendolo con un indennizzo economico. Da ultimo, qualche mese prima del governo tecnico, aveva fatto discutere la manovra finanziaria presentata dal governo Berlusconi. Tra le altre cose, si prevedeva, all’articolo 8, la possibilità di stipulare contratti di lavoro aziendali o territoriali “anche in deroga alle disposizioni di legge” (compreso, quindi, l’articolo 18) e alle “relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Un codicillo che aveva riacceso lo scontro tra il leader della Cgil, Susanna Camusso (“Il governo cancella la Costituzione“!) e l’allora ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi (l’articolo 18 “freno irrefrenabile [ossimoro voluto? ndr] alla propensione all’assunzione“!).

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