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pubblicato: martedì, 9 aprile, 2013

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La politica ultraespansiva del Giappone: un rischio che vale la pena prendere?

Cherry blossoms are in full bloom in front of the Bank of Japan headquarters in Tokyo

Venerdì mattina in un noto telegiornale è stata fatta una battuta “mentre l’Europa riflette sul futuro dell’euro, il Giappone reagisce”.

[ad]Difatti nella notte tra giovedì 4 e venerdì 5 aprile il Governatore dell’Istituto Centrale del Giappone ha deciso di cambiare una parola sulle dichiarazioni di intenti per il futuro da “la Banca tenderà a conseguire” a “la Banca raggiungerà l’obiettivo entro due anni” e per di più manterrà una politica ultra espansiva finché il rialzo annuo dei prezzi al consumo sarà del 2% in modo sostenibile.

Per la prima volta dall’inizio della Crisi del 2008 una nazione osa laddove nessuno ha messo piede: inondare letteralmente il mercato di liquidità per alimentare aziende e quindi rimettere in moto l’economia. Stiamo parlando del Giappone, paese con un indebitamento rapportato al Prodotto Interno Lordo più alto di qualsiasi altra Nazione del Pianeta, che, se sottoposta alle stesse analisi che in questi anni hanno affondato l’Europa, verrebbe considerato un potenziale insolvente. Ma la natura del debito nipponico è diversa e figlia della cultura del sol levante, che non ha dimenticato il senso di appartenenza nazionale e quindi lo vede quasi esclusivamente detenuto in patria e non all’estero.

Questa manovra prevista dalla Bank of Japan (BoJ) viene descritta come QQE ovvero Quantitative and Qualitative Easing e prevede che la quantità di titoli di stato detenuti dall’Istituto non deve più avere come limite il denaro circolante, ma si prevede arrivi ben oltre tre volte quel limite.

Tradotto per i meno esperti significa che le Banche e le Aziende nipponiche potranno godere di finanziamenti a tassi estremamente bassi (in Giappone il tasso di riferimento è inchiodato allo 0,10% dai tempi della “lost decade”), questo dovrebbe permettere alle aziende di fare investimenti in ricerca e innovazione e quindi dovrebbe trasformare il denaro in posti di lavoro e maggiore remunerazione per i dipendenti.

In estrema sintesi si tratta della classica operazione di politica keynesiana: lo Stato paga il sig. Qualcuno per far qualcosa, il sig. Qualcuno ha del denaro per spendere, aumenta i consumi e fa lavorare di più le aziende.

L’effetto è dirompente, il NIKKEI passa nel giro di poco da un -2% e un +2,2% e lo yen si deprezza quasi a voler dare il benvenuto a una svalutazione competitiva che permetterebbe il Giappone di esportare più di quanto si possa fare oggi. Infatti l’Impero del Sol Levante resta un paese di trasformazione delle materie prime di cui è povero, in fin dei conti ricordiamo tutti che lo scorso secolo fu terra di conquiste tecnologiche quasi avveniristiche, poi completamente spazzato via dalla deflazione, ovvero la discesa dei prezzi e la stagnazione dell’economia.

Il Giappone resta il paese più vecchio del mondo con un sistema pensionistico che pesa tantissimo sui conti dello Stato e la struttura sociale è, anche se effettivamente non formalizzata, a caste, la corruzione dilaga nei palazzi del potere, ma la distanza tra il Governo e la popolazione è giustificata dall’architettura che vede al vertice un Imperatore quasi dio il cui culto non è mai scomparso dal cuore dei giapponesi (curiosi alcuni casi di harakiri quando morì Hirohito).

Questo, che dal punto di vista occidentale potrebbe essere un limite, permette all’elite di mettere in moto un meccanismo che in Europa viene paragonato al lancio di banconote dagli aerei, il pericolo è e resta l’iperinflazione. Nel primo dopoguerra la Germania stampò marchi per pagare i debiti di guerra, i risultati furono dilanianti e le politiche espansive vennero viste come un percorso minato difficile da intraprendere.

Dopo la tripla sciagura del marzo 2011 l’opinione pubblica ha spinto il Governo a progettare la chiusura delle centrali nucleari scegliendo per l’arcipelago le fonti rinnovabili (il suo isolamento geografico non permetterebbe altro), quindi parte di questo flusso di denaro potrebbe permettere alle menti migliori di avere fondi per trovare innovazioni tecnologiche di cui il mondo ha terribilmente bisogno; conti facili da fare, ma restano sul piatto gli interessi macroeconomici e geopolitici dei produttori di petrolio. Resta il fatto che questa è una strada percorribile da una Nazione con un know how di alto livello.

Sul lato della politica monetaria rimane l’incognita inflazione: sarà in grado la BoJ di tenere a bada il mostro ed evitare che la situazione si avviti in una crescita incontrollata e discriminata dei prezzi? Se così non fosse a pagare il costo di queste facilitazioni sarebbero le fasce più povere della popolazione, i pensionati, che vedrebbero il loro potere d’acquisto diminuire velocemente creando dei problemi sociali veramente pesanti. 

Ivan Peotta


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