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pubblicato: mercoledì, 8 giugno, 2011

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In Danimarca si va verso un cambio di governo

danimarca

“Non c’è molta politica in questi giorni perchè tutti aspettano che il primo ministro prema il bottone delle elezioni. Il risultato è che non c’è niente di nuovo e la scena è dominata da uno scandalo dopo l’altro. Socialdemocratici e Partito Popolare Socialista non hanno davvero bisogno di fare molto: il governo sta facendo più che abbastanza per rovinarsi da solo”. Sono parole dell’ex ministro convervatore Hans Engell, oggi commentatore politico. Eravamo a fine febbraio eppure continuano a fotografare bene la situazione che la Danimarca sta vivendo da qualche mese perché riassumono in poche righe le due cose che dominano lo scenario politico: scandali ed elezioni.

[ad]Il governo di centro-destra guidato da Lars Løkke Rasmussen non se la passa bene. Una giornata simbolo è stata quella dell’8 marzo: in una sola mattinata sono saltati due ministri. Tina Nedegaard che guidava il dicastero della pubblica istruzione ha inaspettatamente lasciato per motivi personali. Più gravi le dimissioni di Birthe Rønn Hornbech, ministro per l’immigrazione, dimissionata dal premier Rasmussen. La Hornbech paga lo scandalo della cittadinanza negata ai giovani palestinesi nati in Danimarca, una vicenda che alcuni hanno paragonato addirittura al Tamil-gate. In realtà le dimensioni sono molto ridotte ma comunque di scandalo si tratta: una commissione d’inchiesta è stata aperta su pressione dell’opposizione e verrà fatta luce anche sulle responsabilità del premier.

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Ministri che se ne vanno, scandali e sondaggi negativi. Il governo Rasmussen naviga in queste acque da mesi. La guerra in Libia ha dato un po’ di respiro. La Danimarca è stata tra i primi paesi a chiedere un intervento e tra i primi a inviare i propri caccia. Il premier ha potuto ridare lustro alla sua figura, appoggiando il sentimento popolare che voleva un intervento a sostegno degli insorti, e approfittando di una politica che si è schierata compatta a favore di una soluzione militare. Ma è stata una parentesi. Gli affari interni si sono ripresi i titoli e la Danimarca è tornata in quella palude di cui parlava Engell. Uno scossone l’ha dato a maggio il pacchetto di riforme economiche intorno alle quali i partiti hanno discusso a lungo. In particolare la proposta sui pensionamenti ha infiammato il dibattito. I socialdemocratici hanno abbandonato subito il tavolo, e il governo ha concluso l’accordo con le forze di centro-destra, dovendo concedere qualcosa. Nelle ore immediatamente successive, alcuni giornali avevano scritto che la decisione dei socialdemocratici aveva provocato un calo di consenso nei loro confronti, e che quindi il premier Rasmussen avrebbe potuto approfittarne per andare a votare in fretta e furia. Nulla di tutto questo: qualche giorno di dubbi, poi lo stesso Rasmussen ha fatto chiarezza: “Non sto ancora pensando alle elezioni, sto pensando a governare questo paese”.

Ma a parte i sussulti vissuti nella prima metà di maggio, la dialettica politica langue e langue in un contesto dove la disoccupazione sta diminuendo ma i dati sul Pil raccontano di un paese in recessione. I danesi hanno dato prova di voler girare pagina in fretta, andando a votare. Già a fine febbraio un sondaggio del quotidiano Politiken mostrava che la maggior parte della popolazione voleva le urne in primavera, senza aspettare l’autunno. Rasmussen però, giocando sul potere del primo ministro di poter scegliere quando indire le elezioni, ha deciso di aspettare tempi migliori. È stato inutile, e a questo punto oltre novembre non potrà andare.

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