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pubblicato: martedì, 23 aprile, 2013

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Per lingua madre il Cantico dei Cantici attraversa il Mediterraneo

Per lingua madre. “Cantu de tutti li canti – cuntu de tutti li cunti – vasame cu tutti li vasi de tutta la vucca toa – megghiu de lu mieru ete quandu me ‘ncarizzi” Questo è l’incipit del Cantico dei Cantici nella riscrittura che ne fa Fabio Tolledi (Il Cantico dei Cantici per lingua madre, Astragali Edizioni 2012), direttore artistico e regista di Astragali Teatro  fondato a Lecce nel 1981 e che rappresenta l’Italia all’interno dell’International Theatre Institute dell’Unesco.

[ad]Alla riscrittura in neo – salentino del Cantico segue, nel volume, la versione medievale in giudeo italiano in caratteri ebraici, e la sua traslitterazione introdotta da una nota critica di Fabrizio Lelli, docente di Lingua e letteratura ebraica.

Mistero ed erotismo sono la cifra del  Cantico dei Cantici (in ebraico scir ha – scirìm), da sempre miniera inesauribile, per la straordinaria forza evocativa delle immagini che racchiude, e per i molteplici piani di lettura attraverso cui, di volta in volta, gli uomini si sono accostati ad esso. La tradizione volle attribuirne la composizione a Re Salomone, ma più probabilmente il Cantico comparve nel III o IV sec. a.C. come rielaborazione ad opera di anonimo di un corpus di testi antecedenti. Il titolo contiene un superlativo: il Cantico è quindi il più sublime di tutti i cantici, da qui il parallelo che suggerirono i rabbini tra il testo e la parte più interna del Tempio di Gerusalemme, il luogo in assoluto più sacro perché è lì che alberga Dio. Tuttavia, il Cantico dei Cantici venne inserito nel canone biblico solo un secolo dopo la nascita di Cristo.

Il Cantico dei Cantici per lingua madre (2) è stato composto da Tolledi tra il 1996 ed il 1999 Il testo nasce come cerimonia teatrale per sette giovani donne, lo scenario votato a celebrare questo rito poetico è il frantoio ipogeo, luogo costitutivo e fondativo della memoria del Salento.

Movimento/divenire/vita. Questo è il mare, questo il ritmo di chi lo attraversa, come i marinai. Un processo trasformativo analogo era quello che si compiva nei frantoi, dove in inverno lavoravano i marinai: grazie a loro le olive si facevano olio. In mare aperto e nel secretum dei frantoi si parlava quindi la stessa lingua, quella marinara.

Partendo dal confronto di molteplici traduzioni del Cantico dei Cantici, Tolledi ha poi (ri) costruito un approccio autonomo e inconfondibile alla carica vitale sprigionata dai versi. Scrive Tolledi:  “Attraverso questo processo poetico non mi sono sentito vincolato nemmeno ad una lingua precisa, ad un dialetto uniforme e unico. Ho scelto di volta in volta, all’interno della coerenza intima del verso, un termine più cittadino o griko, levantino o jonico. Una pluralità di registri che ha cercato sempre la sensualità e la carnalità della poesia. Questa libertà ho cercato di riversarla anche nella traslitterazione dei caratteri, pensati più come annotazione musicale che come scrittura. La lettera respira nella multiforme sensualità dei suoni […] Scrittura di corpi che suonano parole. Danza della poesia nella bellezza assoluta di sette corpi di giovani donne che promettono vita e piacere”.

(Per continuare la lettura cliccate su “2”)

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