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pubblicato: venerdì, 10 maggio, 2013

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Enrico Mentana lascia Twitter e dovrebbe leggere Pennac

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Con un tweet fulminante – “Un saluto finale a tutti” – Enrico Mentana pare aver datto l’addio al social network più amato da giornalisti e celebrities scatenando le reazioni più contrapposte, ma anche qualche giusta riflessione in merito all’uso dei social media, soprattutto perchè la cosa è avvenuta al termine di una settimana in cui il Presidente della Camera Laura Boldrini era balzata agli onori (e oneri) delle cronache per aver sollevato più di una preoccupazione sul dilagare di insulti e offese difficilmente gestibili.

[ad]Al di là delle faziosità di parte, proviamo ad analizzare il problema in modo costruttivo e utile per far sì che non lascino Twitter persone che, come il Direttore del Tg di La7, ne arricchiscono il contenuto senza del resto ricadere nell’altrettanto grave rischio di censurare Internet o lederne lo spirito di partecipazione e confronto da cui è contraddistinto: i social media sono “armi di conversazione di massa” e non solo, come qualcuno ritiene, “armi di distrazione di massa“.

Enrico Mentana era purtroppo incorso, pochi giorni prima, in un incidente legato alla perdita dello smartphone che, senza alcun dubbio, gli aveva fatto prendere ulteriore coscienza della sensibilità di questo stumento: del resto erano gli stessi giorni in cui Wall Street era crollata per una falsa notizia su Obama ferito twittata dalla Associated Press a seguito dell’hackeraggio del suo account.

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L’incidente in cui è incorso Enrico Mentana prima della vicenda legata alla frase di Giuliano Ferrara.

Pochi giorni dopo, la vicenda legata ad una frase andata in onda durante una trasmissione di La7 e attribuita a Giuliano Ferrara senza essere oggetto di una immediata presa di distanza da parte del Direttore ha fatto colmare il vaso: Enrico Mentana, subissato di accuse e offese anonime, ha deciso di lasciare Twitter perchè ormai, come afferma, è diventato un bar pieno di ceffi da cui guardarsi.

Credo che il problema sia proprio questo: Twitter non è un bar perchè, salvo bloccare i follower, non vede su un piano di parità chi parla e chi scrive, ma consente a chiunque di seguire un’altra persona e di esprimere approvazione, dissenso, condivisione e censura. Così come in un convegno – Twitter è piuttosto un convegno, non un bar – il relatore non si sentirebbe in dovere di rispondere a tutti e lascerebbe cadere un intervento offensivo e non motivato perchè si commenterebbe da solo così su Twitter non è un obbligo rispondere proprio per non dare ulteriore visibilità a un attacco: come giustamente si dice “don’t feed the trolls“.

Come Daniel Pennac in “Come un romanzo” ci libera dal timore reverenziale nei confronti di un libro così l’episodio di Mentana dovrebbe renderci più disincantati sull’uso di questo strumento e sugli obblighi a cui dover sottostare.

Certo, essere insultato non è piacevole per nessuno e soprattutto non lo è a fronte di chi abusi dell’anonimato che in una certa misura Internet agevola. Ma Internet non abita su Avatar bensì è soggetto alle regole della nostra vita civile e dovremmo, soprattutto dopo tali episodi, non chiedere leggi speciali per la Rete, ma domandarci se, in un mondo che è cambiato, le leggi e le risorse materiali che le rendono applicabili nella società sono adeguate a garantire il diritto d esprimersi che è sancito dalla Costituzione e che la Rete agevola. Questo, insieme al bisogno che il Paese acquisisca maturità nel servirsi di questo nuovo strumento di partecipazione democratica, è il vero dibattito soprattutto in un Paese che di fronte a un problema pensa a nuove leggi invece che aiutare chi deve applicarle a fare al meglio il proprio lavoro: chiunque si sia confrontato con la Polizia Postale sa quanto questa debba essere aiutata a fare meglio il proprio compito di fronte all’esplosione dei diritti che deve proteggere.

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