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pubblicato: lunedì, 10 giugno, 2013

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La grande saggezza: i saggi di Letta e le riforme costituzionali

Napolitano e Letta

La grande saggezza: i saggi di Letta (e Napolitano) e le riforme costituzionali

[ad]I tecnici ci avevano annoiato ed erano spocchiosi: adesso è l’ora dei saggi, che sono invece più umili e competenti. Potrebbe essere questo un provocatorio sottotitolo di Dagospia alla notizia della costituzione da parte del governo di un collegio composto da docenti e politici esperti di diritto, che fino a ottobre lavoreranno come consulenti dell’esecutivo in tema di forma di governo e legge elettorale, passando per la riforma del bicameralismo perfetto e l’intera architettura istituzionale.

Ed è subito polemica.

Molte critiche sono già sul metodo, perché queste nomine rappresentano solo il primo passaggio di un percorso di cambiamento della Costituzione, che, al fine di individuare tempi certi e presumibilmente più stretti (il ddl stabilisce la road map della riforma e riduce da tre mesi ad uno l’obbligatorio intervallo che deve intercorrere tra le due successive deliberazioni delle Camere), intende aggirare le regole stabilite dall’art. 138. In 18 mesi, infatti, il governo si ripropone di far approvare una nuova Costituzione: già il prossimo ottobre si esaurirà la funzione dei saggi, che, consegnando una relazione, lasceranno, con una sorta di “staffetta”, il posto alla cd. Convenzione per le riforme, composta da 20 deputati e 20 senatori.

Napolitano e Letta

Napolitano e Letta

Quando poi vengono scelte addirittura 35 persone, a cui si devono aggiungere gli ulteriori 7 “relatori”, che scriveranno materialmente i testi, è naturale che ci si concentri non solo su chi c’è, ma anche sugli assenti. E se non mancano le donne (10 su 35 e 2 su 7) e i tanti nomi illustri, una parte del Paese sembra decisamente sovrarappresentata (ad esempio toscani e siciliani e le università di Roma e Bologna) rispetto ad altre (in particolare la scuola napoletana). La sensazione ulteriore è che si sia cercato un assetto che comprendesse tutte le sensibilità presenti nei partiti di governo, pur mancando il più “sottile” fra i giuristi di Stato, ma al tempo stesso si sia guardato poco oltre il perimetro della maggioranza. Non è naturalmente semplice realizzare un organo consultivo così sui generis, ma, se può essere più comprensibile non inserire nel Comitato chi svolge alcuni particolari incarichi di natura istituzionale, destano, comunque, perplessità le assenze di qualche grande figura: giusto per fare dei nomi, non ci sono due “rock star” del diritto come Rodotà e Zagrebelsky… un po’ come fare le convocazioni per la nazionale di calcio e non chiamare Mazzola e Rivera, perché poi possono esserci problemi di “equilibri”.

Il timore di una mortificazione del Parlamento sembrerebbe però cedere di fronte alla volontà del governo che la futura composizione della Convenzione tenga conto non solo degli equilibri della maggioranza e di quelli presenti in Parlamento, ma anche dei voti effettivamente presi, in modo tale da garantire maggiormente quegli elettori che si sono riconosciuti nel movimento 5 stelle. Forse però per rendere ancora più prezioso e incisivo il ruolo dei saggi sarebbe stato più opportuno procedere con questo criterio già adesso…

Le perplessità ricorrenti sull’“ennesima trovata” per rimandare alle calende greche le riforme sembrano invece un po’ stucchevoli: sarebbe quasi come dire che il nuovo tentativo debba essere necessariamente “in sé” il primo passo verso il fallimento e non magari verso il successo. Una nuova architettura costituzionale deve essere ripensata ed elaborata nel suo complesso e non con innesti progressivi. Un’evoluzione della forma di governo comporta una modifica della legge elettorale e una trasformazione del sistema di garanzie, e così via. L’importante è sapere da dove si parte e quale è la meta: il viaggio sarà magari tortuoso, anche avventuroso, ma alla fine la nave arriverà in porto.

Questo deve essere il momento del coraggio.

Non si può affrontare il nodo delle riforme, non si può parlare di democrazia partecipativa e forma di Stato, partendo da pregiudizi, tabù e incomprensioni: bisogna sforzarsi di andare finalmente “oltre” ed essere seri nell’elaborazione di un cambiamento, altrimenti si finirà per essere come gli amanti, che sono spesso i primi a non credere alle promesse che si scambiano. Già cominciano i dubbi, gli smarcamenti e le prese di posizione, qualora le proprie ragioni non dovessero prevalere, ma anche qui servono impegno e umiltà: non si abbandona una partita di Monopoli se ci capitano solo vicolo corto e vicolo stretto e, inoltre, più il tavolo è importante, maggiormente bisogna riflettere prima di pensare di rovesciarlo. Alla fine, è condivisibile che la parola passi all’elettorato per chiarire tramite referendum se la maggioranza del Paese sarà o meno favorevole al nuovo edificio della Repubblica.

Pertanto buon lavoro ai “nuovi” saggi e speriamo che questa sia la volta buona, altrimenti potremo davvero dire che è «tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di»… saggezza.

di Davide Ragone


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