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pubblicato: lunedì, 29 luglio, 2013

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L’Africa e la legge di Murphy

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L’Africa e la legge di Murphy

C’è una legge ferrea, infallibile con la quale interpretare le vicende politiche in Africa. La legge dice che un presidente che indice le elezioni e le realizza, di sicuro le vince anche.

Naturalmente ci sono le eccezioni, ma sono quelle che confermano una regola che anche in questi giorni sta dimostrando la sua validità.

Due casi: lo Zimbabwe dove si vota mercoledì. Il presidente Mugabe, ben 89 anni e con al suo attivo 33 anni di potere, è il candidato favorito di una consultazione che non ha storia, dal punto di vista del conteggio dei voti. Potrebbe riservare sorprese solo se questa volta l’opposizione dell’eterno sfidante Morgan Tsvangirai dovesse decidere di non accettare un compromesso di potere, come ha fatto l’ultima volta, nel 2008 quando ottenne la maggioranza dei voti nelle elezioni che però erano state organizzate da Mugabe e, di conseguenza…vinte dall’eterno presidente.

Domenica scorsa ci sono state anche le elezioni legislative in Togo, naturalmente vinte dal partito del presidente al potere che le aveva organizzate. Il partito è l’Unione per la Repubblica, che ha totalizzato 61 seggi su 91, maggioranza assoluta. Il presidente invece è Faure Gnassingbè (nella foto) che è figlio di un altro presidente del Togo che nei suoi 38 anni di potere aveva anche lui organizzato diverse consultazioni. Tutte vinte, ovviamente per onorare la legge di cui sopra.

I presidenti in carica in Africa sono abili e soprattutto godono del totale appoggio del loro popolo che non li vuole mai cambiare. Robert Mugabe per esempio, nonostante l’età e le voci che fosse malato, è riuscito a fare un comizio di chiusura di campagna elettorale nel quale ha parlato per due ore davanti a migliaia di suoi sostenitori. Vincerà. E se non vincerà il popolo si opporrà al fatto che lui lasci le stanze del potere. A quel punto lui, che ricambia l’amore incondizionato dl popolo, non se la sentirà di abbandonare la guida del paese.

Gli analisti, dunque non si affatichino. Inutile seguire le consultazioni nei paesi del continente. Parliamone solo quando la legge in questione viene disattesa e soprattutto non offriamo patenti di democrazia solo in virtù del fatto che le elezioni si tengano.


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