Di che talk politico sei?

Pubblicato il 13 Settembre 2013 alle 16:02 Autore: Gabriele Maestri

Era stato il senatore Alessio Butti (An poi Pdl), a fare la proposta due anni e mezzo fa, nella Commissione parlamentare di indirizzo e vigilanza radiotv: per lo meno in Rai, più conduttori “di diversa formazione culturale” nello stesso programma e, magari, pensare a spazi “a rotazione”, alternando di settimana in settimana trasmissioni di sensibilità diversa, guardando a chi le confeziona e conduce.

Obiettivi di quell’atto di indirizzo erano soprattutto i programmi in onda nelle serate di martedì e giovedì, ossia BallaròAnnozero. Qualcuno immaginò scenari apocalittici o improbabili, come l’alternanza o la convivenza (come comproprietari di talk show) di Santoro e Belpietro; giudizi a dir poco negativi arrivarono da altri responsabili di programmi, come Milena Gabanelli, poi la cosa finì lì. Un fuoco di paglia, come in Italia ce ne sono tanti.

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Eppure l’idea che una certa parte politica (a prescindere dal fatto che sia o meno al governo) occupi gli spazi informativi e di dibatti della televisione è ben presente nelle forze politiche. A volte con ragione, a volte molto meno. E’ probabile, in questo momento, che i due maggiori partiti che (forse ancora per poco) governano insieme siano specularmente convinti – anche se non lo dicono più tanto spesso – che il loro compagno di governo in realtà stia occupando la Rai e, in generale, tutta l’informazione tv che conta.

Forse, allora, vale la pena di fare qualche conto, dando uno sguardo ai talk-show proposti nei palinsesti. Porta a Porta è sempre lì, con la sua pretesa imparzialità ed equidistanza (o equivicinanza, per dirla alla Travaglio), ma difficilmente si troverà qualcuno disposto a inquadrare Bruno Vespa come sbilanciato a sinistra. E’ tornato Ballarò, che sembra ancora il più seguito, con Giovanni Floris che nel tempo ha infastidito più esponenti del centrodestra (ma anche qualcuno a sinistra non lo sente nominare volentieri).

Matrix con Luca Telese ha assunto una sorta di veste schizofrenica: lui, il “comunista impegnato in un giornale di destra” (così si definiva all’epoca della sua esperienza al Giornale) forse non ha trovato l’amalgama giusto ed è partito con un basso (per la rete) 6,8% di share. E’ andata sicuramente peggio a Nicola Porro (editorialista del Giornale) e a Gianluigi Paragone (Libero e Padania nel suo palmarès): l’ultima puntata di Virus su Rai2 ha raccolto il 3,31%, La Gabbia, al suo debutto su La7, è andata un po’ meglio al 3,97% (L’Ultima parola su Rai2 era andato molto meglio).

Nella rete di Cairo non c’è più Gad Lerner, che aveva battezzato La7 e ne era stato un pilastro per anni, soprattutto con L’Infedele e poi con Zeta. In compenso è tornata Lilli Gruber, che conduce uno dei primi programmi di Lerner su quella rete, Otto e mezzo, c’è Piazzapulita di Corrado Formigli e mancherebbero due settimane al ritorno di Servizio pubblico, sempre nelle mani di Michele Santoro. Il lunedì su Rete4, poi, c’è di nuovo Quinta colonna, condotta da Paolo Del Debbio, tra i fondatori di Forza Italia.

L’occupazione di cui si parla dall’una e dall’altra parte, insomma, c’è e non c’è. Se in passato molti del talk show erano effettivamente a maggiore guida “sinistra”, negli ultimi anni si sono moltiplicati gli spazi affidati a editorialisti dei maggiori quotidiani di destra (uno dei primi era stato Excalibur per Antonio Socci e non lo si ricorda con piacere). Alla fine, i conduttori hanno quasi finito per bilanciarsi a vicenda (forse più nel numero che nella platea televisiva), ma in fondo parlare di occupazione è più comodo per tutti. Senza preoccuparsi, magari, del “vuoto” preoccupante di quegli stessi programmi.

L'autore: Gabriele Maestri

Gabriele Maestri (1983), laureato in Giurisprudenza, è giornalista pubblicista e collabora con varie testate occupandosi di cronaca, politica e musica. Dottore di ricerca in Teoria dello Stato e Istituzioni politiche comparate presso l’Università di Roma La Sapienza e di nuovo dottorando in Scienze politiche - Studi di genere all'Università di Roma Tre (dove è stato assegnista di ricerca in Diritto pubblico comparato). E' inoltre collaboratore della cattedra di Diritto costituzionale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma, dove si occupa di diritto della radiotelevisione, educazione alla cittadinanza, bioetica e diritto dei partiti, con particolare riguardo ai loro emblemi. Ha scritto i libri "I simboli della discordia. Normativa e decisioni sui contrassegni dei partiti" (Giuffrè, 2012), "Per un pugno di simboli. Storie e mattane di una democrazia andata a male" (prefazione di Filippo Ceccarelli, Aracne, 2014) e, con Alberto Bertoli, "Come un uomo" (Infinito edizioni, 2015). Cura il sito www.isimbolidelladiscordia.it; collabora con TP dal 2013.
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