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pubblicato: martedì, 17 settembre, 2013

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Il senatore franco (tiratore) e la pallina

E pensare che un tempo le palline bianche e nere, in Parlamento, erano una cosa serissima. Ancora oggi, i regolamenti prevedono che, quando non funziona il voto elettronico, i commessi tirino fuori un armamentario in uso alla Costituente: per dire “sì” si mettono le palline nelle urne di colore corrispondente, per dire “no” si mette la pallina nera nell’urna chiara e quella bianca nell’urna scura. Ora invece altre palline, quelle di carta, potrebbero addirittura decidere della decadenza di Silvio Berlusconi.

Il giochetto, in fondo, è semplice. Alla Camera e al Senato si può votare da anni con procedimento elettronico: ogni parlamentare attiva la postazione del suo banco con una scheda personale (quelle famose che i commessi devono ritirare se incustodite, per evitare tentazioni “pianistiche”). La postazione è uno schermo con alla base una pulsantiera di tre tasti (bianco-astensione, verde-sì, rosso-no): per garantire segretezza all’espressione del voto, i tasti sono in una “buca” di qualche centimetro, in cui inserire le dita. Il “cervellone” registra i voti ma, quando il voto è a scrutinio segreto, non registra anche l’identità del votante.

Al solito, il meccanismo salva la libertà di coscienza di ciascuno, ma è anche il maggior salvacondotto per i franchi tiratori. Già, perché se si inseriscono nella buca le tre dita centrali – come ha ricordato oggi con efficacia Tommaso Ciriaco su Repubblica –  il vicino di posto non ha alcuna possibilità di sapere se a fianco ha un collega che rispetta i patti oppure un cecchino.

I parlamentari di lungo corso, allora, avrebbero suggerito di piegare alla logica della disciplina un trucchetto, ideato quando c’era una fila di emendamenti simili da votare e mancava persino la voglia di pigiare più volte lo stesso bottone: un oggetto piccolo, abbastanza consistente per bloccare il tasto desiderato fino all’ultimo voto. E se in passato si è provato – con più o meno successo – a usare una moneta da due euro (che però sguscia via) o un pezzetto di legno (a patto di fare un po’ di bricolage preventivo), il sistema più rodato è quello della pallina di carta (alle Camere abbonda, anche dopo l’avvento dei Pdf), accartocciata al bisogno.

I vicini di banco, dunque, dovrebbero vigilare sulle fasi di appallottolamento, posizionamento in buca (sul tasto giusto), simulazione del voto con inserimento “morbido” del dito (per evitare che si noti troppo lo stratagemma usato) e la rimozione finale. Un compito delicato, ma meno brigoso del controllo su altri sistemi, come il voto con un solo dito (magari l’indice, più facile da verificare perché più corto del medio), dito che però potrebbe premere un nuovo tasto e cambiare segno al voto (il terminale lo permette).

Un sistema ingegnoso, certo, ma obiettivamente irrispettoso del regolamento al pari di altre pratiche, come quando votare “Pietro Grasso”, “Grasso Pietro” o solo “Grasso” permetteva di contare i voti dei singoli gruppi, in spregio alla segretezza del voto. Sta di fatto che i segretari d’aula del Pdl (da Lucio Barani a Elisabetta Casellati ad Alessandra Mussolini) saranno pronti alla caccia alle palline, per tutelare la segretezza dell’espressione del voto. Almeno stavolta. E se il voto andrà male, avranno già qualcosa da tirare ai colleghi.

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