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pubblicato: martedì, 24 settembre, 2013

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Kenya sotto tiro

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Il Kenya non esce bene dall’attacco dei terroristi Shebab. Era un attacco annunciato, per molti versi atteso e nonostante tutto ci sono voluti tre giorni per sgomberare il centro commerciale al costo di decine di morti e tra loro molti stranieri. Ma l’aspetto più inquietante non è questo, che è senza dubbio  il più drammatico. L’aspetto più inquietante è che il Kenya ne esce come un paese vulnerabile.

I miliziani Al Shebab sono di origine somala sebbene ormai possano contare nelle loro fila combattenti di ogni nazionalità. Proprio per l’intervento determinante del Kenya nella guerra in Somalia avevano minacciato e promesso vendetta a Nairobi. La vendetta è arrivata e non è affatto detto che non ce ne saranno altre.

Il Kenya è vulnerabile da questo punto di vista perchè al suo interno ci sono centinaia di migliaia di somali. A Nairobi c’è un intero quartiere di somali, molti clandestini senza documenti, dove, quasi certamente, sono passate le armi, l’esplosivo e i miliziani che hanno realizzato l’attacco al Westgate.

La regione a nord del Kenya è storicamente abitata da popolazioni somale, inoltre ad un centinaio di chilometri dal confine con la Somalia, nei lunghi anni della guerra civile, fiumane di civili hanno formato il campo profughi più grande del mondo, quello di Dadab: oltre cinquecentomila somali che di fatto costituiscono la terza città del Kenya, dopo Nairobi e Mombasa, e la prima per abitanti della Somalia.

Insomma i somali in Kenya sono un paese nel paese e oggi, dopo l’attacco degli shebab, ognuno di loro è un potenziale terrorista. Non se la passeranno bene nel prossimo futuro e nonostante questo le autorità di Nairobi non riusciranno e stroncare traffici loschi e terrorismo.

Non riusciranno perchè il problema non sono i somali. Il problema è un’altro e per sapere quale basterebbe rispondere ad una domanda che, per il momento, resterà senza una risposta definita.

La domanda è la seguente: chi ha voluto l’attacco degli shebab, tenendo presente che si è trattato di una operazione che ha necessitato di una notevole capacità logistica (trasporto di armi, esplosivo, istruzioni al commando, sopralluoghi preventivi all’obiettivo da colpire), di denaro per le armi e per mantenere a Nairobi il commando, di capacità di eludere l’intelligence keniana e non solo.

Insomma realizzare questo attacco non era cosa da poco. Evidentemente gli Shebab hanno potuto contare su una mente capace di attingere a denaro, appoggi e sostegni esterni al Kenya e, probabilmente, esterni anche all’Africa.

Di certo di questi tempi il Kenya è importante nei ragionamenti politico-strategici. Sta diventando un paese petrolifero in una macro regione (la costa orientale africana) sempre più ricca di risorse energetiche, è un paese crocevia di interessi occidentali, sede di molte agenzie umanitarie dell’Onu e non.

Adesso è anche un paese sotto tiro, evidentemente conteso da interessi contrapposti che potrebbero trasformarlo in un campo di battaglia.


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