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pubblicato: mercoledì, 9 ottobre, 2013

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Lampedusa: elogio della contaminazione

Lampedusa

Lampedusa: elogio della contaminazione

L’ondata emotiva suscitata dalla tragedia di Lampedusa ci dovrà, nel prossimo futuro, far parlare di immigrazione, forti di tutte le riflessioni che questa vicenda ci ha fatto fare.

E’ evidente che l’immigrazione non si potrà fermare anche se militarizzeremo le frontiere, anche se costruiremo muri, anche se li accoglieremo a fucilate, anche se li aspetteremo con le galere aperte.

Pensare di fermare l’immigrazione è come pensare di fermare la ricerca scientifica su aspetti controversi come le biotecnologie e la clonazione. L’immigrazione, gli spostamenti di popoli fanno parte della storia, anzi sono la storia. Allora come trasformare in un arricchimento la inevitabile contaminazione con altre culture e con altri popoli?

Ciò che intravvediamo oggi ci fa immaginare come sarà la società del futuro: non ci saranno italiani d.o.c., nemmeno europei d.o.c., come già oggi non ci sono americani purosangue. La Russia o la Cina sono potenze multietniche anche se per noi gli occhi a mandorla giapponesi sono quasi indistinguibili dai cinesi.

Lampedusa

A me piace pensare che io oggi sto forgiando gli italiani del futuro. E lo sto facendo stabilendo rapporti e relazioni con i cinesi, con gli africani, con i latinoamericani, con gli indiani che già lavorano nel mio paese e che faranno figli in Italia che andranno a scuola in Italia che diventeranno cittadini del mio paese, che voteranno qui e che faranno crescere il mio paese.

Che Lampedusa ci insegni almeno questo, cioè a sentirci orgogliosi di essere chiamati a formare gli italiani del futuro, ad insegnare loro la nostra storia e ad apprendere la loro. Non c’è nulla di nuovo, nemmeno in questo. Quando ero bambino c’erano i “terroni”, oggi nessuno si sognerebbe di non considerare milanese o torinese un cittadino di origini calabresi. Come pure non c’è nessuno che pensa che un americano di origini cinesi, irlandesi, italiane sia meno americano di un pellerossa nativo delle Grandi Praterie.

Tutto questo presuppone che l’Italia non adotti una politica dei respingimenti. Non solo respingimenti materiali, ma anche quelli psicologici, quelli di chi per buonismo accoglie ma si lamenta dell’inquinamento culturale o dello sperpero di risorse. Una politica dell’accoglienza, una politica che facilita l’approdo, che consideri la contaminazione sociale una ricchezza renderebbe meno facili le tragedie come quella di Lampedusa.

 

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