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pubblicato: mercoledì, 9 ottobre, 2013

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Il discorso di Enrico Letta al Senato

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(09/10/2013) Letta al Senato. Il 2 ottobre 2013 è stata sancita, per la prima volta da anni, l’irrilevanza di Silvio Berlusconi nella scena politica italiana.

La fiducia al Governo Letta, a cui il leader del centrodestra ha dato il proprio nulla osta in extremis, e solo dopo l’oggettiva constatazione di una fronda nel PdL in grado di garantire la sopravvivenza dell’esecutivo, è il suggello definitivo dei nuovi equilibri del centrodestra.

Sebbene lo scontro abbia – in qualche modo surrealmente – trasceso la dimensione politica dell’azione del governo di Enrico Letta, vale la pena soffermarsi sul discorso tenuto dal Presidente del Consiglio, in quanto evidenzia diverse tematiche di particolare rilevanza in quello che sarà lo scenario politico italiano dei prossimi mesi o addirittura dei prossimi anni.

Tag cloud del discorso di Letta al Senato

Come emerge in maniera piuttosto evidente dal tag cloud del lungo discorso di Letta, la parola di gran lunga più utilizzata è Italia. È dunque il Paese a costituire il cuore del discorso del Presidente del Consiglio, come d’altra parte era logico attendersi.

Ciò che tuttavia costituisce punto di maggior interesse sono le parole di secondo livello, che in genere declinano e dettagliano il tema portante del discorso. In primo luogo l’analisi dei verbi evidenzia una nettissima predominanza di fare, verbo che predomina sui potere, dovere e volere. Anche se si tratta di un elemento più che altro simbolico, si evidenzia in questa scelta quella che è la vita stessa del governo, costretto a fare le riforme necessarie, in bilico costantemente tra l’espressione delle proprie potenzialità ed i doveri imposti dall’esterno, ma lacerato internamente e in cui quindi ben poco rispecchia l’espressione di una volontà ben precisa.

Spostando invece l’attenzione ai sostantivi, il trittico che traspare è politica, europa e governo. Si tratta di scelte decisamente interessanti, che in qualche modo evidenziano la strada molto stretta su cui si è trovato l’esecutivo, schiacciato in qualche modo dai diktat europei e al tempo stesso strattonato e vincolato dal protagonismo dei partiti della larga maggioranza che lo sostiene, ciascuno impegnato a conquistare un vantaggio sull’alleato temporaneo da sfruttare in una competizione temporale considerata sempre troppo imminente per permettere un sereno dispiegarsi dell’attività di governo.

A livello macroscopico, pertanto, il dato più eclatante del discorso di Letta si fa notare per la sua assenza: un riferimento concreto a quanto è stato fatto e resta da fare per il Paese. Si assiste infatti più che altro ad una sorta di rivendicazioni di carattere squisitamente politico, per evidenziare come nessuna delle anime della maggioranza sia stata scontentata al punto da far crollare il Governo, e ad una giustificazione per quanto al contrario non è stato possibile attuare.

È solo scendendo di un ulteriore livello che si individuano i primi riferimenti a temi di azione politica, in particolare a lavoro e fisco. Si tratta tuttavia di due contenitori estremanente ampi e generalisti, che a loro volta avrebbero bisogno di ulteriori connotazioni e dettagli, che tuttavia non appaiono presenti nel resto del discorso. Questo, unito ai continui riferimenti a termini legati alla sopravvivenza dell’esecutivo – uno su tutti il mantra degli ultimi anni: stabilità – evidenziano come il discorso di Letta, dotato oggettivamente di equilibrio e precisione, faccia tuttavia riferimento ad una dimensione politica diversa da quella del Paese.

A questa impressione non possono poi non contribuire i numerosi riferimenti alle scadenze temporali: anno, mese e addirittura settimana sono termini largamente utilizzati dal Presidente del Consiglio, e sono proprio questi continui riferimenti ad un orizzonte temporale, a cui ci si appiglia in maniera quasi compulsiva, a indicare come il discorso di Letta fosse ben più orientato al Governo che al Paese.

Le parole del Presidente del Consiglio, seppure sapientemente misurate ed equilibrate, non riescono quindi a offrire le necessarie rassicurazioni ad un Paese che la politica ha lasciato solo da troppo tempo e paiono destinate all’Aula ben più che ai comuni cittadini.


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