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pubblicato: giovedì, 21 novembre, 2013

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Europa, bilanci ed elezioni: la settimana scandinava

Jimmie Åkesson

In cima alla lista ci sono sempre loro, i soldi, i conti da far quadrare, i bilanci statali. Poi c’è l’Europa, intesa come quel luogo dove le manovre di bilancio vengono valutate. E poi ci sono le elezioni, non importa se vicine o lontane. La settimana in Scandinavia viaggia su questi binari.

Per cominciare, una domanda: ma è solo l’Italia ad essersi presa il rimprovero dei contabili di Bruxelles per una legge di stabilità che non convince troppo? No, non è solo l’Italia. Nel gruppetto dei ‘rimandati’ c’è anche un illustre compagno, insospettabile solo in apparenza: la Finlandia.

Bruxelles teme che l’anno prossimo il paese nord europeo vada oltre il tetto del 60 per cento nel rapporto debito-Pil. La manovra del governo di Helsinki non pare in grado di impedirlo. Il Commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn (che tra l’altro è finlandese), ha definito ‘allarmante’ la tendenza verso l’alto del debito pubblico di Helsinki. “Sono necessarie misure rapide per affrontarlo” ha detto, assicurando che per ora la Commissione non ha intenzione di aprire una procedura d’infrazione.

Il finlandese Olli Rehn, commissario europeo per gli Affari economici e monetari

Il finlandese Olli Rehn, commissario europeo per gli Affari economici e monetari

Un ulteriore giudizio l’Ue lo esprimerà a inizio 2014, qualche mese prima di quelle elezioni europee che spaventano molti politici in giro per il Continente. Sempre Olli Rehn, ad esempio, sabato scorso ha espresso il timore che il voto per il Parlamento europeo certifichi il boom delle forze euroscettiche.

Per risultare il più chiaro possibile ai suoi connazionali, Rehn ha paragonato quei partiti ai Veri Finlandesi (che nel gruppo ci rientra a tutti gli effetti), dichiarando che a suo modo di vedere così come accaduto a Helsinki anche a Bruxelles la vittoria di questi soggetti politici non contribuirebbe a risolvere i problemi, anzi.

Un passo indietro per capire di cosa parliamo. Alle elezioni del 2011, i Veri Finlandesi raggiungono il 19,1 per cento, uno straordinario risultato che sembra in grado di farli entrare nel governo. Considerato che la loro campagna elettorale è stata tutta all’insegna del no all’euro e del no ai piani di salvataggio per i paesi indebitati, Bruxelles trattiene il fiato. Dopo settimane e settimane di trattative con gli altri partiti, il primo ministro Katainen riesce a formare una coalizione senza il supporto dei Veri Finlandesi – col sollievo dell’Ue.

Il populismo non porta soluzioni hai problemi” ha dichiarato Rehn sabato scorso, “i Veri Finlandesi non hanno contribuito a migliorare le cose, al contrario il processo decisionale è diventato più difficile”.

Timo Soini, che dei Veri Finlandesi è il leader, non la pensa allo stesso modo: “I burocrati europei vogliono governare indipendentemente da quale sarà il risultato elettorale. È grazie ai Veri Finlandesi che è finalmente evidente la natura non democratica che condiziona il processo decisionale dell’Ue”.

Di bilancio si parla pure in Norvegia, ma con meno pressioni rispetto a Helsinki. L’accordo tra i partiti sulle correzioni per il bilancio statale del 2014 è stato raggiunto pochi giorni fa. I due partner di governo, il Partito del Progresso e il Partito della Destra, hanno trovato un’intesa con il Partito Popolare Cristiano e con il Partito Liberale, che l’esecutivo lo sostengono dall’esterno.

Il governo ha concesso più sostegno allo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie e ha aumentato la somma degli aiuti da destinare all’estero. L’intera manovra si basa ancora sulle linee tracciate dal precedente governo rosso-verde, bisognerà aspettare l’anno prossimo per vedere maggiore discontinuità.

Il primo ministro norvegese Erna Solberg (a sinistra) con Siv Jensen, ministro delle Finanze

Il primo ministro norvegese Erna Solberg (a sinistra) con Siv Jensen, ministro delle Finanze

Ciò non toglie che le opposizioni abbiano trovato comunque motivi per contestare il  governo. Jonas Gahr Støre, portavoce per le questioni finanziarie del partito laburista (ma anche ex ministro della Salute e figura di spicco tra i socialdemocratici) ha bocciato la manovra: “aumenta le differenze sociali ed è negativo per l’ambiente”, ha detto.

In Danimarca, invece, martedì è stata la giornata delle elezioni amministrative. Tanta paura tra i socialdemocratici, che a un certo punto hanno temuto una catastrofe. Alla fine i laburisti restano il partito col maggior seguito elettorale in giro per il paese (29,5 per cento, praticamente quello che avevano raccolto nel 2009) e tengono come da previsione le quattro principali città del paese: Copenhagen, Aarhus, Odense e Aalborg. Una ottima notizia per il primo ministro Helle Thorning-Schmidt. I Liberali dell’ex premier Rasmussen sono fermi al 26,6 per cento.

È l’Alleanza Rosso-Verde il grande vincitore di questa tornata elettorale. Un successo che era nell’aria. “Queste sono le migliori elezioni amministrative di sempre per l’Alleanza Rosso-Verde” ha dichiarato una radiosa Johanne Schmidt-Nielsen, leader del partito, “ora comincia un nuovo capitolo della nostra storia”. Annunciata era pure l’ascesa del Partito Popolare Danese, ormai saldamente la seconda forza conservatrice per seguito elettorale in giro per il paese.

Più lontano è l’appuntamento elettorale in Svezia. Eppure non si direbbe, stando al fermento che coinvolge l’intero panorama politico. Una decina di giorni fa era stato il leader laburista Stefan Löfven a fare dichiarazioni concilianti verso il centro, raccogliendo però solo risposte gelide.

La scorsa settimana è toccato a Jimmie Åkesson, leader di quei Democratici Svedesi che a Stoccolma sono la forza più a destra che siede in Parlamento.

Jimmie Åkesson

Jimmie Åkesson

L’isolamento politico fino a oggi non ha danneggiato i Democratici Svedesi, anzi: il partito è ormai una realtà, i sondaggi certificano un bacino elettorale potenzialmente intorno al 10 per cento. Il problema è che da soli non si va da nessuna parte e il leader del partito Jimmie Åkesson lo sa. Per questo domenica scorsa, nel corso di un’intervista allo Svenska Dagbladet, ha teso una mano dicendosi pronto, se necessario, a mettere da parte gli aspetti più intransigenti delle proposte sull’immigrazione, da sempre lo scoglio che divide il partito dal resto del mondo politico svedese.

Nel corso degli ultimi mesi, Åkesson ha cercato di grattar via dal suo partito quell’etichetta di forza xenofoba che s’è portato dietro a lungo, ad esempio liberandosi di qualche figura estremista. Ora si tratta di provare uno scatto in avanti: Åkesson ha dichiarato che i Democratici Svedesi sono pronti a collaborare con chi “è disposto a darci qualcosa in cambio”. Se dopo le elezioni ci creerà una situazione politica incerta, con nessuno schieramento in grado di raggiungere la maggioranza dei seggi, dice Åkesson che il suo partito si caricherà sulle spalle la comune responsabilità di fare qualcosa per andare oltre il problema.

Basterà? Difficile. Lena Mellin, commentatrice del quotidiano Aftonbladet, crede che i Democratici Svedesi resteranno inevitabilmente dei soliti nel Parlamento: “Né il leader dei moderati Fredrik Reinfeldt né quello dei laburisti Stefan Löfven entreranno in trattative con Jimmie Åkesson” ha scritto lunedì scorso. E a oggi questo sembra proprio lo scenario più probabile.


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