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pubblicato: mercoledì, 14 dicembre, 2011

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Speranze tradite

speranze tradite

Se avessi avuto più tempo, almeno sei mesi, per mettere mano anche all’evasione, avrei fatto una cosa più equa.

Con queste parole il Presidente del Consiglio Mario Monti ha risposto alle critiche di chi ritiene la nuova manovra economica poco equa, sbilanciata sul lato delle entrate, incapace di dare quel necessario cambio di rotta che, dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi, gli Italiani aspettavano con ansia e speranza.

Come già dettagliato in precedenza, il cosiddetto decreto Salva-Italia è estremamente complesso, ma se si guardano i saldi della manovra, si nota come l’intero provvedimento si riduca a due, forse tre, interventi: IMU, pensioni, e in misura minore l’incremento delle accise sulla benzina.

Se infatti è vero che la nuova IMU disegna una situazione strutturalmente simile all’ICI lasciata dal Governo Prodi nel 2008, il sistema di rivalutazioni delle rendite catastali, le aliquote fissate e l’importo detraibile definito dalla manovra la rendono molto più pesante dal punto di vista economico.
Sicuramente vengono colpite le seconde case: ad esempio, una seconda casa con valore catastale non rivalutato di 140 € (come può essere un monolocale in luogo turistico) passa da 112 € a 180 € annui; una seconda casa con valore catastale di 450 € (il tipico appartamento ereditato da genitori o nonni) schizza da 360 € a quasi 580 €. E tuttavia la stangata arriva anche sulle prime case: un appartamento con valore catastale di 350 € passa dall’esenzione totale a 35 €: la nuova legge fissa infatti intorno a 297 € di rendita catastale non rivalutata la soglia oltre la quale l’IMU inizia a farsi sentire anche sulla prima casa.
I calcoli sono stati fatti con aliquote medie: nel caso – probabile – in cui i Comuni decidessero di avvalersi dell’aliquota massima l’IMU nei tre casi segnalati passerebbe rispettivamente a 250 €, 800 € e 150 €.
La nuova IMU è la prima voce di entrata della nuova finanziaria.

Passando alle pensioni, il tema economico è strutturato su tre punti principali: l’aumento delle aliquote previdenziali dei lavoratori autonomi, il passaggio al contributivo e l’innalzamento dell’età pensionabile. Anche se i punti in cui il cittadino versa soldi allo Stato sono i primi due, il tema doloroso riguarda soprattutto la terza voce dell’elenco. A regime la riforma comporterà un incremento dell’età media di pensionamento di circa quattro anni, ma è estremamente significativo il caso dei lavoratori nati nel 1952, per i quali – a meno di un mese dalla maturazione del requisito di età previsto dallo scalino di Prodi – si prefigura di colpo uno slittamento dell’età pensionabile dal 2013 al 2018.

L’incremento delle accise, infine, ha portato i prezzi dei carburanti a dei veri e propri record probabilmente a livello mondiale, con la benzina che si sta assestando intorno agli 1,7 € al litro. Considerando che all’ingresso della moneta unica, nel 2002, il prezzo si aggirava intorno all’euro al litro, in un decennio si è avuto un incremento medio di circa il 6% annuo, un valore assolutamente esorbitante.
Il peso di un simile, folle, incremento è tanto maggiore se si tiene conto del fatto che ormai si tratta di un bene di prima necessità per la vita quotidiana e degli impatti a catena sui prezzi di tutti i beni che, nel loro ciclo produttivo e logistico, richiedono una fase di trasporto.

Dinanzi a tutto questo le tre tasse sui beni di lusso o l’imposta sui capitali scudati impallidiscono in termini di apporto finanziario, non arrivando a due miliardi complessivi di introiti per lo Stato.
La moanovra è molto altro: vi sono misure antievasione come la tracciatura dei capitali o l’obbligo di inserimento del canone TV in dichiarazione dei redditi, ma certamente non sono lenitivi sufficienti per chi si ritroverà stangate da un migliaio di euro annui o dovrà restare al lavoro per cinque anni in più.

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