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pubblicato: venerdì, 27 dicembre, 2013

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Roma: i primi sei mesi da sindaco di Ignazio Marino

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Roma: i primi sei mesi da sindaco di Ignazio Marino

I primi sei mesi da sindaco di Roma per Ignazio Marino, sei mesi alla guida di una città complicata e in difficoltà, sei mesi tra debiti, bilancio, errori, disoccupazione e scontri di partito. Col 2013 che sta per finire, si può tracciare un bilancio di questa prima metà d’anno di governo cittadino.

A giugno, Marino viene eletto sindaco al secondo turno col 63 per cento delle preferenze. Alemanno si ferma al 36. Bassissima l’affluenza: 44,9, segnale di una città stanca e sfiduciata. Il Campidoglio torna al centrosinistra, che si prende pure tutti i municipi della città. Considerato che anche la Regione è governata dal Pd, la strada per Marino sembra spianata. Alibi non ce ne sono.

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L’inizio è sprint. Il sindaco va in giro in bicicletta, zainetto in spalla, sorrisi e linguaggi nuovi, si guadagna prestissimo il soprannome di ‘marziano’. Vara una giunta che è a metà strada tra quella che voleva lui e quella che voleva il Pd, il partito di maggioranza in consiglio comunale ma anche il partito che lo ha sostenuto in campagna elettorale. Ad agosto Marino inaugura una via dei Fori Imperiali pedonalizzata nel tratto compreso tra il Colosseo e largo Corrado Ricci. Per alcuni sarebbe meglio chiamarla ‘corsia preferenziale’, ma il ritorno d’immagine è grande abbastanza da mettere a tacere polemiche lunghe tutta un’estate.

I problemi cominciano a settembre. L’Aula Giulio Cesare lavora a scartamento ridotto, sono poche le delibere da votare, nel Pd i mugugni sono essere sempre più sensibili, si comincia già a sussurrare della necessità di un rimpasto in giusta: il partito chiede di essere coinvolto di più. Fuori, il contesto socioeconomico non è semplice. C’è il pressing dei sindacati, il mondo dell’impresa che domanda maggiore coraggio, e poi disoccupazione, manifestazioni, una crisi economica che a Roma produce numeri sempre più preoccupanti: secondo la Comunità di Sant’Egidio sono 100mila le persone che non arrivano a fine mese.

Il sindaco per di più commette qualche passo falso, alimentando le critiche di eccessivo personalismo. La nomina del comandante dei Vigili urbani, ad esempio, con Marino che inizialmente sceglie Oreste Liporace salvo poi scoprire che l’ex colonnello dei carabinieri non ha i requisiti necessari. Il corpo di polizia municipale non la prende bene, ribadisce al sindaco la richiesta di scegliere un interno ma Marino opta per un ex poliziotto, Raffaele Clemente. E con i Vigili urbani i rapporti rimangono tesi.

In mezzo all’ordinaria amministrazione, Marino ha dovuto gestire una serie di eventi straordinari. Come la morte di Erich Priebke, col pasticcio dei funerali ad Albano Laziale, a due passi dalla Capitale. O come le tante manifestazioni che contrassegnano la vita della città. La più attesa sfila per le strade di Roma il 19 ottobre. Pochi i momenti di tensione, il corteo per il diritto alla casa e al reddito non diventa la bomba ad orologeria che si temeva. Per Marino è un sospiro di sollievo che però non basta a risparmiargli il rimprovero dell’opposizione: nelle stesse ore in cui il corteo manifesta in città, infatti, Marino si trova a Cracovia. “Sono in stretto e costante contatto con l’unità di crisi” spiega, ma il centrodestra denuncia lo stesso un sindaco assente.

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Non bastasse tutto questo, ci si mette pure lo stravolgimento del quadro politico. A metà novembre Lionello Cosentino viene eletto segretario del Pd romano. Cosentino è un uomo d’apparato, a livello nazionale sostiene la mozione di Gianni Cuperlo. Con Marino ha già lavorato in passato. I due si conoscono e si stimano. Neanche un mese dopo, Renzi stravince le primarie del Pd e diventa il nuovo segretario. Il ‘rottamatore’ fa il pieno di voti anche a Roma, Cuperlo finisce dietro Civati. È una spallata alla vecchia classe dirigente. La nuova generazione chiede spazio. Marino ha sempre sostenuto Renzi, l’ha votato alle primarie senza farne mistero: non rischia di essere travolto dal cambiamento ma col cambiamento dovrà farci i conti.

La partita politica più importante dei suoi primi sei mesi da sindaco è stata quella sul bilancio. Un bilancio dai numeri difficili, considerato il debito di 800 e passa milioni di euro che grava sulle casse comunali. Serve l’intervento del governo, che prima vara il decreto Salva-Roma, poi fa convergere gli aiuti nel Milleproroghe. Mentre Palazzo Chigi fa la sua parte, Marino e la sua maggioranza se la battono in Aula Giulio Cesare con un’opposizione di centrodestra tentata dall’ipotesi del commissariamento. La corsa all’approvazione del bilancio comincia con una rissa, prosegue tra accuse e ricorsi e termina qualche giorno dopo i termini di legge.

Il centrosinistra canta vittoria, Marino ne approfitta per mettere a tacere le costanti voci di un rimpasto di giunta sibilando “squadra che vince non si cambia”. Ma non basta. Anche perché il clima in Campidoglio non è sereno. Due esponenti di punta della giunta da settimane si guardano storto: Guido Improta, assessore alla Mobilità, e Daniela Morgante, assessore al Bilancio. Pedine pesanti con idee diverse.

Il 2014 ripartirà da loro due, dagli equilibri in giunta, dalle pressioni sul governo cittadino. Tra il sindaco e il Partito Democratico, i rapporti non sono idilliaci. Non lo sono mai stati a partire proprio dalla campagna elettorale, con Marino e i suoi manifesti senza logo del Pd. Il sindaco-chirurgo s’è presentato fin dall’inizio come un uomo fuori dai vecchi schemi della politica e su questo binario ha incardinato il suo approccio alle cose, la sua immagine, il suo modo di governare. Il Pd non sempre ha gradito, finendo per chiedere maggiore coinvolgimento con crescente insistenza: sia nelle scelte, sia negli uomini. Una richiesta da leggersi appunto come un invito a un rimpasto, un ‘invito’ ad abbandonare la logica dell’uomo solo al comando per fare quel ‘cambio di passo’ che come un mantra si sente ripetere in Aula Giulio Cesare ormai da settembre.

Tra incognite e tensioni, il 2014 del sindaco ricomincia da qui. Il ‘vecchio’ Pd della storica classe dirigente non ha voglia di restare ai margini. Il ‘nuovo’ Pd dei renziani è pronto a reclamare maggiore spazio. Marino sta in mezzo, a governare una città piena di problemi.


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