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pubblicato: giovedì, 29 dicembre, 2011

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Chi vuole tornare al voto?

voto

Dopo la luna di miele forse più breve della storia, nessuno, a quanto pare, ama più il Governo Monti.
La reazione, dopo una manovra economica fatta prevalentemente di entrate, percepita come l’ennesimo, ulteriore, prelievo forzoso a chi ha sempre pagato le tasse, con una riforma delle pensioni particolarmente amara, con un numero crescente di voci che vedono l’Italia comunque condannata al fallimento – previo risucchio di tutte le risorse disponibili – per volontà dei grandi gruppi della finanza mondiale, era forse scontata. Era lapalissiano che i partiti avrebbero iniziato a far risuonare i propri distinguo e i propri malumori verso il Governo, iniziando ad agitare i pugni e mostrare i muscoli per pretendere determinate riforme ed impedirne altre, e minacciando, qualora abbiano i numeri per farlo, le elezioni anticipate.
È tuttavia importante saper individuare, nelle dichiarazioni dei politici, quali indicano un chiaro ritorno alle urne e quali invece sono le frasi fatte scandite solo per tranquillizzare il proprio elettorato di riferimento, senza che vi siano vere mosse per staccare la spina al Governo Monti.

[ad]Il quadro di partenza è indubbiamente il cui prodest, ed in questo frangente vi sono tre fattori di cui tenere conto, uno politico e due elettorali.
L’elemento politico riguarda la collocazione, nei primi quattro mesi del 2012, di circa duecento miliardi di euro di titoli di stato sul mercato. Gli interessi a cui tali titoli saranno collocati sarà determinante nel definire la sostenibilità del nostro debito pubblico negli anni a venire, e la responsabilità politica di un’asta fallimentare – con gli ulteriori durissini tagli che ne seguirebbero – sarebbe troppa da sopportare per qualsiasi formazione politica. Lo scudo formato da un governo tecnico a cui scaricare le responsabilità maggiori è utile tanto alle forze che sostengono oggi Mario Monti quanto a quelle che lo avversano: per le prime, naturalmente, sono a disposizione gli appelli al bene comune e alla salvezza del Paese, a scelte condivise che non soddisfano appieno ma che era necessario sostenere in sede parlamentare; alle seconde, invece, fa semplicemente comodo il ruolo di opposizione per pontificare senza prendersi alcuna responsabilità di offrire un’alternativa o compiere scelte magari dolorose.
Il secondo tema, uno spauracchio all’orizzonte per molte forze politiche, è il referendum sulla legge elettorale, che – se considerato ammissibile dalla Corte Costituzionale – permetterà in caso di esito favorevole di abrogare la Legge 270/2005 varata dal Governo Berlusconi III per ripristinare la legge elettorale precedente, il cosiddetto Mattarellum (Legge 276/1993 e Legge 277/1993). Malgrado a parole tutte le forze politiche deprechino questo o quell’aspetto del Porcellum, è chiaro che le forze della ex-maggioranza di centrodestra sarebbero le più interessate a disinnescare quest’arma facendo cadere il Governo Monti prima dell’appuntamento referendario e andare a votare con l’attuale legge elettorale, specialmente dopo che l’esperienza referendaria del 2011 ha dimostrato come il raggiungimento del quorum non sia un obiettivo utopico. Per il Partito Democratico la scelta migliore sarebbe invece una nuova legge elettorale promulgata dal Parlamento, non ritrovandosi né nel Porcellum né nel Mattarellum, ma è chiaro che se si dovesse arrivare al referendum questo non potrebbe essere un motivo valido per il partito di Bersani per interrompere l’esperienza di Governo. Ancora più ostili all’attuale legge elettorale sono IdV e Terzo Polo, il primo per motivi ideologici, il secondo perché sarebbe sicuramente favorito da una qualsiasi legge che non preveda unaa definizione ferrea delle coalizioni prima del voto.

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