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pubblicato: sabato, 25 gennaio, 2014

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Anatomia di un elettore

anatomia di un elettore

Anatomia di un elettore

Breve vocabolario semiserio dell’elettore peninsulare.

L’elettore crede di esercitare un diritto costituzionale e a malapena conosce la data nativa e i contenuti della Carta. Si muove come un lombrico sulla sua vischiosità, attende, e crede di essere leone solo quando uno schermo evoca le parole che vorrebbe sentire. È lento, molto lento, non sa prevedere il futuro neanche sotto forma di calcoli oroscopici ma è convinto dannatamente di sapere già tutto, di aver visto già tutto o, nel peggiore dei casi, di aver previsto tutto.

Come un astante di un bar tra astanti di un tre sette ha un’opinione su tutto, ecco perché non rileva alcuna distonia nell’ascoltare le opinioni del politico su qualsiasi spaccato dello scibile umano. Il politico, nella testa dell’elettore “so tutto”, deve sapere tutto, deve esprimersi sulle schedine, gli ornamenti della prima della Scala, l’acconciatura dell’ultimo maradona acclamato dai media, il Nobel, le buche, il libro e il porno.

L’elettore è un animale di una specie tra le meno variegate, anche se sussistono piccole variazioni sulla razza, trascurabili macule che diversificano una tipologia di elettore da un’altra.

L’ignorante. Non è necessariamente stupido, anzi, a volte, è anche intelligente. Non si interessa di politica. Mai. Ma vota, eccome se vota. Vota perché qualcuno alle elementari gli ha detto che dopo un certo numero di tornate elettorali (tre?) saltate perde il suo diritto a scegliere (enorme panzana). Vota perché è così, funziona così. Il voto fatalista. Vota perché, in fondo, farsi mettere un timbro sul certificato elettorale equivale a prendere l’ostia ogni domenica, anche se il venerdì precedente, per via di cause di forza maggiore – il mito dell’uomo pragmatico – ha intascato una mazzetta, l’ha pagata, oppure, ad ogni modo, ha fottuto il prossimo.

Il senziente. Anch’esso segue poco la politica ma non perde mai il telegiornale della sera e un programma, a caso, nella fascia prime time. Non segue veramente quello che si dice in televisione ma è attentissimo ai titoli del telegiornale, alle acconciature delle conduttrici (se maschio, non disdegna qualche fantasia spinta sulle medesime) ed è attirato irrimediabilmente dalle urla degli agonisti del talk, salvo dimostrarsi indignato per la gazzarra, o cagnara, ocaciara,  quando il giorno dopo commenta, compito, davanti ad un caffè acquitrinoso insieme al collega di lavoro stempiato e con pancia prospiciente al bancone del bar. Al momento del voto, sceglie il più forte. Per lui sono importantissimi i sondaggi.

L’habitué. Si interessa ai suoi possibili eletti con fare volenteroso. È colto ma non troppo, del genere che conosce molto bene i titoli dei paragrafi. Vuole capire. Ma fino ad un certo punto, ossia fin dove non sente un certo crampo al cerebro: non spingersi mai nel regno del sapere. Gli va bene sentire alcune parole giuste. Si, sono proprio le parole giuste quelle che cerca:diversamente abile in luogo di handicappatotrovare la quadra invece di un più sobriamente italiano obbiettivo raggiunto. È abbastanza avvezzo al linguaggio da neolingua inventato dai talk e dai politici e, non di rado, si scopre a parlare come i suoi semidei al bar con gli amici durante una conversazione tesa. Ecco che pronuncia perifrasi udite dall’eco dell’informazione. “Io ti ho lasciato parlare, adesso taci”, “Questa manovra permetterà delle discrete economie di scala” (pensa, vergognandosi, che cosa diavolo mai saranno le economie di scala?), “Bisogna attuare il cambiamento”. Eccetera. Vota, di solito, per convenienza terragna, o perché glielo ha suggerito il vicino di casa. Che si presenterà come consigliere di circoscrizione nella città in cui vive da sempre.

L’onnisciente televisivo. Le sa tutte e le vede tutte. Non se ne perde una ma dichiara di vedere al massimo qualche stralcio di programma televisivo. È talmente ossessionato che conosce a memoria tutte le dichiarazioni di giornata rilasciate all’Ansa dai politici. Dà valore a ogni virgola di ogni dichiarazione e si scopre a fare l’esegesi dell’ultimo rutto di Bossi o dell’esuberante ovvietà di Renzi. A volte, guardando Paragone su La7, comincia a cantare mentre quest’ultimo imbraccia la chitarra. Prova solo un po’ di rossore ma poi continua a muovere l’ugola ed esclama: “Niente male ‘sto Paragone!”. Al voto arriva preparato, sa già per chi votare. E vota senza amletismi tentennanti.

L’onnisciente della carta stampata. Guarda in televisione le rassegne stampa e si abbevera, sussumendo di carpire il tutto, dei titoli in evidenza delle maggiori testate. Può anche essere assiduo frequentatore di edicole, comprarsi il periodico pur mai leggendone tutto il contenuto. Sicuramente scruta la prima pagina, nei giorni di festa azzarda la lettura dell’editoriale, è attento ai virgolettati dei politici. Quando chiude il giornale, dopo una ventina di minuti, è contento di essersi liberato di quella noia. In cabina elettorale è quasi sempre sicuro. E, non di rado, puntuto nel coinvolgere gli amici indecisi su chi votare.

Il raffazzonatore. Arraffa notizie, notiziole e rumors. Superficiale per scelta, partecipa alle cene elettorali della sua città per scroccare qualcosa da mangiare, per bere un aperitivo, per vedere da vicino qualcuno che potrebbe finire in televisione di lì a breve. Non necessariamente vota per chi gli ha offerto la cena, ma in giro non lo direbbe mai se non agli amici più stretti. “Mi sono pure ubriacato”. Il voto, per lui, è un accessorio tra i tanti che la vita ti concede. Spesso non si reca nell’urna, dice sempre di aver votato, ma non per chi perché il voto è segreto.

L’utilitarista. Conosciuto dai più, è colui che vota per uno stretto bisogno di cassa, di vita, di opportunità per sé, per i suoi figli, i suoi affini. Si divide in coloro che votano perché gli promettono di mandarlo in pensione, assumere il nipote come Ata in una scuola pubblica, o far partecipare il figlio del cognato di secondo grado ad un master per ottenere lo scatto in azienda. Non disdegna un posto al caldo nel pubblico. Vota, ovviamente, ma può anche far votare. Favorisce il sistema clientelare, il più diffuso e antico sistema del mondo. Molto affine al più antico mestiere: il meretricio.

Il diffidente. Le sa tutte ma non ne vede nessuna. È sinceramente convinto che la televisione sia un male, per questo si abbevera di informazione e controinformazione sul web. Di solito non vota ma quando lo fa è dannatamente convinto della scelta, la migliore delle scelte possibili. Non vota il meno peggio, locuzione bandita dal suo approccio serioso all’elezione, ma, spesso, è peggio di coloro che avrebbe potuto votare.

L’entusiasta. Si lamenta sempre del suo partito di riferimento, ha la soluzione per ogni cosa e si chiede con minaccioso ciglio come mai è stato possibile che abbiano fatto ciò. “Ma come hanno fatto a sbagliare?”. Non gli sfiora nemmeno l’idea che forse c’è del dolo volontario, piuttosto si danna a causa dell’errore commesso per dabbenaggine. Contrito e frustato, convinto di non votare mai più il partito che votava il nonno e la mamma, si fa prendere dall’entusiasmo quando scorge l’uomo nuovo, il leader che porterà fuori dalle secche il suo partito. È permeato di un alone fragoroso e mistico e diventa un supporter che neanche i Drughi allo Juventus Stadium. Il suo destino è segnato: ad ogni entusiasmo consegue la sconfitta, il rincrescimento, l’amara disillusione. Dimentica in fretta per un nuovo entusiasmo e un nuovo leader. In cabina elettorale, ovviamente, vota il leader e, mentre appone la matita sul foglio elettorale, muta il suo sguardo come fosse Mosè sulla cima del Sinai.

Il superbo. Legge tutto prima del voto e durante la legislatura. Insomma legge sempre e si tiene informato. Non vota, e se lo fa si tura il naso, credendosi più intelligente di tutti. Ha uno sguardo di chi ha vissuto mille vite politiche, non si entusiasma mai, si chiede se abbia ancora senso la democrazia e omette le altre soluzioni non conoscendole. Poi, dopo qualche anno, all’ennesima tornata elettorale evitata, cominciano le domande esistenziali. “E io ho ancora senso?”.

L’intellettuale. Si eccita con la teoresi. Deve sistematizzare e rendere in categoria qualsiasi cosa senta o veda. Crede di poter analizzare tutto, e con disincanto cerca di spiegare al proprio interlocutore anche le cose più strambe con frasi del tipo: “Successe anche nel XVI secolo, quando re Baudembergo esiliò Zavorella, uno dei tanti capipopolo della Storia”. Non importa se ciò che cita sia di pura fantasia poiché l’intellettuale sceglie il suo uditorio in base alla sapienza di quest’ultimo. Di solito risibile. Vota certamente, e spesso lo fa per interessi di bottega, provando ad ammantare la sua scelta di una dura e riflettuta analisi etica, morale, filosofica.

Lo scocciato. Non vota da decenni, e considera l’elettore un piccolo uomo, un’ameba che vive della grandezza riflessa dei leader politici. Si costringe a non guardare la televisione, non leggere i giornali, disertare Internet, fuggire dalle conversazioni, fa finta di gustare tomi di fisica spiegata dal figlio di Piero Angela oppure pretende di leggere un romanzo che non ha mai letto, dicendo agli amici: “Sto rileggendo Delitto e Castigo, se lo leggessero anche i politici non ci troveremmo dove siamo”. Ovviamente non si reca alle urne, ma, in fondo, se c’è il sole, un giretto se lo fa e un po’ lo rimpiange.

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