Argentina, cosa c’è dietro la crisi inflazionistica

Pubblicato il 30 Gennaio 2014 alle 14:30 Autore: Giacomo Morabito
sondaggio sulla crisi

La debolezza dell’economia Argentina aveva toccato l’apice nel 2001, ma nei giorni scorsi ha mostrato ancora tutta la sua debolezza, tornando a occupare il centro della crisi finanziaria internazionale. Il peso argentino ha perso l’11% del suo valore sul dollaro statunitense durante la scorsa settimana, e nessuno crede che la politica economica adottata per frenare il crollo della valuta sia terminato.

Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Axel Kicillof, ha dichiarato che l’attuale tasso di cambio (fissato a 8 pesos per un dollaro) è adeguato, e ha accusato il settore finanziario del Paese e altri dell’economia di aver creato da anni un mercato dei cambi illegale per speculare per destabilizzare il governo di Cristina Fernández de Kirchner.

Tuttavia, le politiche economiche adottate dal suo governo si sono dimostrate incoerenti e inadeguate a gestire le reazioni dei mercati internazionali: la conseguente incertezza non ha aiutato gli investitori stranieri e, soprattutto, lo Stato che fatica a trovare qualcuno disposto ad acquistare i suoi titoli di debito, che hanno un rating molto basso (CCC+, secondo i recenti dati dell’agenzia Standard & Poor’s). Inoltre, l’imposizione di misure volte a controllare rigidamente i cambi non ha fatto che aiutare il mercato nero della valuta.

Simili scelte non hanno dato alcun risultato positivo e molte statistiche, in particolare relative all’inflazione e alle condizioni di povertà, sono state apparentemente “ritoccate”, come denunciato dalla rivista economico “The Economist”, che già nel 2012 annunciò di non pubblicare i dati statistici relativi all’inflazione dell’Argentina perché ritenuti falsati.

kirchner

Infatti, dal 2007 i dati sull’inflazione rilasciati dal governo argentino sono due o tre volte inferiori a quelli comunicati da economisti del settore privato o degli uffici provinciali: secondo “The Economist”, molti di loro sono stati “invitati” a tacere mentre quelli che svolgevano consulenze interne al Governo sono stati sostituiti con altri più vicini alle idee “kirchneriane”. La correttezza dei dati statistici è una parte importante del problema dell’Argentina: infatti, prima di impegnare i loro soldi nel Paese, gli investitori vogliono sapere qual è lo stato reale dell’economia e, al momento, le cifre ufficiali sono totalmente inaffidabili.

Il governo argentino ha adottato politiche economiche espansionistiche senza vincoli che hanno causato, però, forti pressioni inflazionistiche. Lo stesso governo ha deciso di rifiutare tale condizione e, anziché attuare politiche fiscali più restrittive e più in generale ristrutturare l’economia in senso di maggiore produttività, ha preferito affidarsi al Banco Central de la República Argentina, che ha perso la propria autonomia ed è stato costretto a stampare moneta per finanziare crescenti deficit pubblici e, di conseguenza, l’inflazione si è sviluppata in maniera crescente.

Nel frattempo, le scelte protezioniste adottate dal governo argentino hanno complicato la situazione: i limiti alle importazioni hanno ostacolato le aziende che dipendevano da prodotti importati, mentre le misure imposte alle aziende petrolifere hanno reso l’Argentina una meta poco attraente per questo tipo di industria.