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pubblicato: giovedì, 6 febbraio, 2014

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Reportage dal Sud Sudan: brutta cosa la guerra

Sud Sudan, non si parli di guerra etnica

Il reportage in diretta di Raffaele Masto dal Sud Sudan, il paese africano sconvolto dalla guerra civile.

“Da martedì 4 febbraio sono in Sud Sudan. Paese al quale sono affezionato e nel quale sono stato più volte in passato. Paese che rappresenta anche una delusione cocente per quanti avevano esultato, due anni e mezzo fa, quando aveva raggiunto l’indipendenza con un referendum pacifico, ma dopo una lunga lotta di liberazione. Paese che rappresenta anche un fallimento per tutta l’Africa che, ancora una volta, ha fatto precipitare nella guerra quella che poteva essere una avventura esaltante di una Africa nuova”. Raffaele Masto

Dall’elicottero ancora in quota Mingkamann appare come una distesa di alberi di acacia e qualche baobab. Poi quando si scende di quota si capisce la situazione: il bush è punteggiato per chilometri di profughi. Sono piazzati sotto ogni albero per sfruttare la poca ombra di una savana infuocata. L’elicottero attraversa il Nilo che qui sembra un serpentone blu e poco dopo siamo a terra in una nuvola di polvere dalla quale, poco dopo, appaiono figure che sembrano fantasmi: bambini, donne avvolte in logori ma variopinti tessuti colorati. La prima impressione è che sono alti, altissimi. Infatti sono dinka, l’etnia del presidente Salva Kiir, l’uomo dal cappellaccio nero che appare nelle immagini storiche dell’indipendenza di questo paese. Ora quella massa di profughi e sfollati che vedevamo dall’alto è alla nostra altezza. Sotto un albero una nutrizionista del CCM, il Comitato di Collaborazione Medica, con il quale viaggio e che è una delle poche organizzazioni che lavorano in questa remota regione, misura braccia e gambe dei bambini per scoprire i casi di malnutrizione. Sono tanti, ci dice senza staccare gli occhi dal suo lavoro. Un bimbetto piange disperato perché viene inserito nell’imbragatura per essere attaccato al gancio della bilancia. La mamma sbrigativa chiede alla nutrizionista di fare il suo lavoro. Questa pianura era abitata da una popolazione dinka che viveva in capanne circolari con il tetto di paglia e le pareti di fango. Vivevano abbastanza bene; coltivavano piccoli appezzamenti di terreno a manioca e avevano le mucche. Adesso l’arrivo dei profughi ha frantumato il sistema sociale. All’inizio della guerra i locali hanno accolto e aiutato i dinka e hanno condiviso con loro il poco che avevano, erano tutti dinka, era il minimo. Ma quando i fuggiaschi sono diventati decine di migliaia e poi centinaia di migliaia tutto è cambiato. Di fatto adesso questa comunità è distrutta e i bambini si ammalano come quelli dei rifugiati. Il cibo manca per tutti, la guerra ha travolto anche le popolazioni che non sono state coinvolte. Mentre assistiamo alle visite nella facility si vede una nuvola di polvere tra gli alberi in lontananza che si avvicina. Ci rendiamo conto che è una jeep, poco dopo che sono militari. Arrivano zigzagando, a tutta velocità. Si fermano sollevando una nuvola di terra: hanno mimetiche nuove e armi lucide, evidentemente lubrificate, segno che sono pronte al combattimento. Alcuni hanno occhiali a specchio, si vantano evidentemente della paura che suscitano. Poco dopo il loro capo spiega il motivo della visita: cercano due prigionieri feriti a morte in un recente combattimento. Il responsabile della facility li informa che sono arrivati in gravi condizioni e sono morti. I militari se ne vanno nella loro nuvola di polvere. Non capisco se felici di non dover fare un lavoro in più o delusi. Brutta cosa la guerra.

IL NILO

Il Nilo scorre, quasi tumultuoso, nell’ampia ansa che attraversa Juba. Sulle sue acque galleggiano intricati gigli acquatici di un bianco smagliante, strappati dalla forza della corrente chissà dove, a monte, in quella regione dei grandi laghi, dove il Nilo nasce, che è un autentico forziere di ricchezze di tutto il continente. Sopra le sue acque volteggiano decine di falchi, con aperture alari da aquile, giocano con le correnti d’aria, volano quasi senza sforzo e con i loro occhi acuti puntano prede a terra, topi, piccoli animali che escono dalle tane. Questa visione di affascinante natura, da catalogo turistico è inversamente proporzionale al contesto politico, umanitario e sociale che vive oggi il Sud Sudan e la sua capitale, Juba. Quasi a ricordarcelo su una spiaggetta di sassi del fiume ad un certo punto compaiono prima due ragazzini, poi una donna con dei panni, poi un’altra. In breve la spiaggia è affollata e se si osserva bene si vede che i panni che le donne sfregano nell’acqua sono poveri indumenti laceri, magliette con più buchi che tessuto, pantaloni lisi e sformati. Gli operatori umanitari con i quali parliamo ci informano che potrebbero essere profughi della guerra. Civili che hanno camminato magari giorni e che ora, in città, si sentono più sicuri. Ci dicono che la cintura di Juba è affollata di diverse migliaia di profughi. E intanto, proprio oggi, sono arrivate le ultime stime delle Nazioni Unite: si parla di ottocento milioni di sfollati interni e diverse decine di migliaia di rifugiati che hanno varcato le frontiere. Questa guerra, come tutte le guerre moderne, produce profughi, cioè civili le cui sofferenze sono appunto, una variabile del conflitto che finisce per favorire uno o l’altro delle parti in guerra. Intanto il caldo è soffocante. La pioggia di ieri ha prodotto umidità e ora le possibilità di trasmissione di malattie è più alta. Per queste vittime di guerra non ci sono sconti, neanche dalla natura.

 JUBA

La città di Juba va controcorrente. Le altre città africane crescono in altezza: grattacieli, palazzi presidenziali, centri commerciali, stadi nuovi di zecca, spesso costruiti dai cinesi. Juba, invece si allarga, cresce sul territorio. Dall’alto, arrivando con l’aereo questa differenza è evidente: capanne, case basse con il classico tetto in lamiera e poi quel colore ocra della terra, della savana che domina su tutto. Una volta a terra la conferma: l’aeroporto è il classico scalo africano di un tempo, niente a che vedere con gli aeroporti moderni di Maputo, di Kinshasa, di Lagos. Juba è una città con il coprifuoco. Prima della firma del cessate il fuoco si parlava di un attacco alla città di migliaia di giovani nuer, l’etnia dell’ex presidente Riek Machar. Ora quel pericolo è tramontato ma la possibilità di attentati, o di incursioni è ancora alto. E poi il regime teme complotti, alleanze che potrebbero avere interesse a cambiare tutto. I primi commenti a questa situazione raccolti qui a Juba sono eloquenti: quasi nessuno crede alla fine della guerra o alla tenuta del cessate il fuoco. La tregua, si dice, è stata raggiunta sotto la pressione internazionale, sul territorio combattimenti continuano e i profughi, gli sfollati interni continuano ad attraversare il paese senza nessun aiuto. Insomma, in Sud Sudan la partita è ancora tutta da giocare. E la situazione umanitaria peggiora ogni giorno. A Juba oggi è piovuto, un fatto insolito in questa stagione e adesso c’è un tramonto mozzafiato, come solo questo territorio sa produrre. Un incanto avvelenato dalla guerra.

KALASHNIKOV

Per arrivare all’ospedale di Yirol, partendo da Bunagok, si percorre un’ampia strada di terra, una sorta di cicatrice in questa savana arroventata dal sole e quando si arriva non si hanno parole: l’ospedale è letteralmente preso d’assedio. E’ una edificio ad un piano, costruito a quadrato con uno spiazzo interno. Ci sono pazienti dappertutto, ma l’equipe medica assegna senza dubbio la priorità ai feriti da guerra, ci dice il dottor Enzo Pisani del Cuamm. Sono molti e sono senza dubbio i più gravi. C’è un giovane al quale un colpo d’arma da fuoco ha perforato l’addome, ha l’intestino fuori e la vescica spappolata. E’ stato operato e dodici ore dopo è già in piedi, senza antidolorifici. C’è un ragazzino colpito di striscio al ginocchio. La pallottola gli ha disfatto la rotula, è fuoriuscita e lo ha colpito in gola senza recidere nessuna delle importanti arterie del collo, gli ha però bucato la trachea. E’ arrivato in ospedale che gli fuoriusciva aria dal collo. Operato, ora è lì su una branda sgangherata con altri due pazienti. Mi guarda con degli occhioni placidi e una espressione buona. Mi chiedo se è stato colpito per sbaglio, o per semplice crudeltà, o se imbracciava anche lui un kalashnikov. La sala operatoria funziona senza soluzione di continuità. Mi spiegano che questi feriti sono il frutto dell’ultima sanguinosa battaglia che si è svolta in questa regione. Un gruppo di ribelli, di etnia nuer dovevano raggiungere la capitale, Juba, si diceva fossero ventimila. Sono stati respinti, il governo ha anche distribuito armi ai civili e questi duemila hanno finito per rimanere bloccati. Ci sono stati svariati combattimento, poi i governativi hanno finito per lasciare loro un corridoio. Ora il risultato è che ci sono armi dappertutto. Sulla strada del ritorno ci sono diversi posti di blocco. Ci sono soldati in mimetica ma anche in borghese, impossibile distinguere la popolazione dai soldati. Lungo quella cicatrice di terra rossa ci avvertono di stare attenti ai banditi, o a gruppi di ribelli rimasti alla macchia. Sul bordo di quella striscia di terra ad un certo punto vedo un’intera famiglia in fila: il padre davanti, la moglie con in equilibrio dei sacchi sul capo e due ragazzini dietro. Tutti trasportano un kalashnikov.





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