Giovedì, Marzo 11, 2010
   
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Politica italiana

  • Signore e signori, c'est l'Italie! La situazione che si è creata negli ultimi giorni non può far altro che far sorridere… Inutile irritarsi, innervosirsi e farsi prendere da improvvisi...
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Termometro Politico blog

larussa_carlomagno

Su La Stampa di oggi Mattia Feltri sostiene che effettivamente una qualche aggressione fisica di La Russa a Carlomagno ci sia stata:

Gli ha pure rifilato una gomitata allo sterno, come dice Carlomagno e testimonia un cameraman.

Un fatto gravissimo, che si somma alle parole udite a caldo durante la diretta del Corriere.it (“La Russa che gli dà un ceffone“), e su cui andrebbe fatta maggiore chiarezza. E che invece non interessa a nessuno. Il Corriere si limita a parlare di un “litigio” tra il ministro e il “contestatore che interrompe il premier”. Di cui viene sottolineata la frase “non sono un Tartaglia qualsiasi” (evidentemente qualcuno l’aveva pensato) e l’abitudine alle “sceneggiate” e a “certe imprese”. Anche La Stampa, che pure mette in evidenza il dettaglio, preferisce sottolineare la vicinanza di Carlomagno al Popolo Viola.

Libero opta per la versione che dipinge La Russa come colui che “difende il premier” dai (deduco) pericolosi assalti del guastatore. Sposando, tra l’altro, una ricostruzione “creativa” delle parole sussurrate a Berlusconi dal collaboratore (e che ci ha raccontato ieri Wil):

Il Carlomagno, comunque, ha insistito ancora e Berlusconi stava per dargli la parola, ma uno dei suoi più stretti collaboratori gli ha consigliato di non lasciarlo parlare, perché c’erano altri prima di lui e perché non si tratta di un giornalista. “Lei è fuori ordine, in questo momento non ha l”opportunità di intervenire”, ha detto il premier.

Peccato che il video (che Libero tra l’altro ha l’imprudenza di mostrare immediatamente sotto) dimostri che Berlusconi abbia chiesto di “accompagnare gentilmente alla porta” il freelance prima dell’entrata in scena del collaboratore. Che comunque ha detto tutt’altro, e cioè:

Presidente non esageri, le potrebbero fare queste domande, è uscita un’agenzia di Fini, le ho fatto una ipotesi di risposta…

Forse si trattava di un linguaggio in codice, dove “Fini” sta per “non è un giornalista” e “non esageri” per “c’erano altri prima di lui”.

Ribadisco, Carlomagno non è certo un eroe (come vorrebbero alcune migliaia di utenti suFacebook, ad esempio); tuttavia un ministro della Repubblica non può permettersi di alzare le mani su chi, in modo maleducato finché si vuole, ha avuto il solo ardire di porre delle domande. Come scrive Furio Colombo sul Fatto di oggi, “Quel ministro della Difesa, che ha attraversato la sala per far tacere l’intruso è sembrato un brutto presentimento“. Il mondo dell’informazione farebbe bene a privarcene. Magari a partire dal cameraman che ha testimoniato del colpo allo sterno.

 

Blog dell'autore: ilnichilista.wordpress.com


I "bari": corsi e ricorsi storici

Posted by: Livio Ricciardelli

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È opinione diffusa che spesso la storia tenda a ripetersi. Nel corso di anni, decenni, secoli. Ma anche nell’arco di pochi mesi, che sono nulla agli occhi della storia stessa.

E spesso tra coloro che si fanno protagonisti del ripetersi della storia puoi trovare di tutto: dal presidente del Consiglio “dalla basse morale” (come direbbero i programmatori della Lucasart), ai plenipotenziari onnipresenti in tv, fino ai politici locali che, terrorizzati dall’idea di tornare a lavorare, decidono di andarsi a prendere un panino. O forse due.

E quindi i famosi “paninari” (fenomeno che agli occhi della storia potrebbe apparire come farsesco) non erano radicati solo nella Milano degli anni ’80, così relativista e priva di valori. Ma anche nella Roma del nuovo millennio persone amanti del panino assortito possono divenire, loro malgrado, protagonisti di un caso politico a livelli nazionali.

La presentazione in ritardo di una lista elettorale di per sé non è un evento raro. Ma per un partito importante elettoralmente come il Pdl è forse il primo caso che rende la situazione una pura anomalia. Un’anomalia aggravata dal fatto che questa presentazione ritardataria delle liste elettorali è dovuta non tanto a meri errori tecnici, ma ad un “incasinamento” generalizzato dovuto ai rappresentanti del Pdl stesso ed evidenziato da autorevoli quotidiani di centrodestra.

Forse non sapremo mai perché il presidente del XIX municipio di Roma, Alfredo Milioni, sia uscito dal Tribunale di Corte d’Appello. Forse per l’appetito, forse per "sbianchettare" qualche nome poco gradito.

Resta il fatto che un semplice politico locale ha creato seri problemi al Pdl, principale partito di governo.

Le soluzioni a questo punto non erano molte: attendere la giustizia amministrativa poteva apparire un azzardo. Non solo perché storicamente il governo e il centrodestra hanno scarsa fiducia nei confronti dell’operato dei magistrati; ma anche perché la storia della presentazione in ritardo della liste appariva già alquanto diversa da altri casi, come il rischio di non-presentazione del listino della Polverini nel Lazio (mancava una firma del vice-coordinatore regionale del Pdl) o il rischio di esclusione della lista civica, sempre della Polverini, dovuta alla presenza di un’altra lista troppo simile, poi cassata per irregolare composizione del listino.

Quindi le strade erano due: o rischiare di vedersi fuori dalla competizione elettorale in Lombardia (un altro caso dovuto alla non regolarità della firme presentate in sostegno del listino di Roberto Formigoni) e senza il Pdl nella provincia di Roma, o tentare di risolvere la vicenda. Sfruttando il fatto di stare al governo.

Ecco dunque un decreto legge d’urgenza.

Questo strumento, mai utilizzato per cercare di risolvere i problemi legati all’economia ed al sociale a seguito della grande crisi del 2008, viene utilizzato in chiave “interpretativa” per consentire di salvaguardare la “sostanza” a scapito della “forma”.

Il decreto è approvato da un Cdm convocato inizialmente alle 18 di venerdì, poi alle 19,30 fino ad arrivare alle 20 passate. Viene firmato dal Capo dello Stato alle 23,45.

A dir la verità già  nei giorni precedenti si era tentati, da parte del governo, di provare la strada del decreto. Il problema però era “un decreto come”?

Una volta sondata e quindi data per certa l’indisponibilità delle opposizioni a dialogare su un tema che avrebbe portato ad una sanatoria della violazione delle regole, i plenipotenziari governativi si sono concentrati su un decreto che rinviasse le elezioni o su un decreto che allungasse il tempo disponibile per presentare le liste elettorali.

Compresa anche l’indisponibilità del Colle, si è giunti ad un decreto interpretativo che, in quanto tale, si impegnava a fornire dei dettagli maggiori, senza modifiche formali, sulle leggi vigenti.

Su questo testo il Quirinale firma e il giorno sabato 6 marzo il decreto viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

A dire il vero non è  la primissima volta che si assiste ad uno scenario così desolante. Un anno fa, con un decreto fatto in fretta e furia ma poi non firmato dal Quirinale, si cercava sostanzialmente di fermare una sentenza della magistratura sullo spinoso tema legato ad Eluana Englaro.

E per quanto riguarda temi più prettamente tecnici, nel 2005 si modificò la legge elettorale nazionale pochi mesi prima delle elezioni Politiche del 2006. E secondo molti questo DL, seppur interpretativo, modifica di fatto la legge elettorale. Perché i regolamenti e le procedure legati alla presentazione delle liste sono essi stessi materia di campagna elettorale.

La Regione Lazio infatti ha già annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale in quanto di fatto si interviene sulla legge elettorale regionale, che appunto è competenza della Regione.

Si consideri tra l’altro che la norma, seppur difficile da non attuare, rimane interpretativa - e ciò non assicura né la presenza del Pdl nella provincia di Roma né la continuità della sospensiva che in Lombardia per adesso consente la corsa di Roberto Formigoni.

Insomma, come ha detto il Presidente della Camera Fini, questo decreto risulta essere per molti “il male minore”.

Ma per il governo si trattava dell’unica strada. L’unica strada di un governo alla frutta. Che costringe il paese con lui a percorrere una deriva pericolosissima per lo stato di diritto.


Blog dell'autore: lasino.ilcannocchiale.it

L'Italia degli irresponsabili

Posted by: fabiochiusi

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C’è una rivelazione dolente dietro al modo in cui la politica, da destra a sinistra, ha affrontato la questione della possibile esclusione del PDL dalla competizione elettorale in Lazio e di Formigoni in Lombardia: siamo governati per buona parte da irresponsabili. Un’affermazione forte, ne sono conscio, ma a mio avviso giustificata. Si prendano le dichiarazioni di questi giorni. Da un lato si è parlato di “teppismo politico ai limiti dell’eversione” (Margherita Boniver), si è sentito “il sapore di un colpo di Stato” (Francesco Storace) e ci si è detti “pronti a tutto” (Ignazio La Russa). Dall’altro si è evocato il ventennio fascista, fino a giungere, come ha fatto Luigi De Magistris, a ipotizzare che l’Italia non sia più una democrazia plebiscitaria, ma “un regime vero e proprio” in cui un “novello Pinochet in versione profetica” sta “attuando un colpo di Stato” (De Magistris e Storace sulla stessa lunghezza d’onda – chi l’avrebbe detto).

I giornali naturalmente hanno pensato bene di gettare benzina sul fuoco. La prima pagina del Fatto Quotidiano del 5 marzo sembrava un bollettino di guerra: foto del Duce, editoriale di Padellaro che conclude “chiamiamolo fascismo e facciamo prima” e immancabile pezzo di Travaglio intitolato (una coincidenza?) “Forza Mussolini“: proprio “come ai tempi del fascio“. Libero invece da giorni sostiene la opposta tesi del complotto per eliminare Berlusconi. Un “sabotaggio“, una “rapina in corso“, un ladrocinio “di polli e di voti”. Un sempre più allarmato Giampaolo Pansa invita a non stupire se da un giorno all’altro “scoppierà la violenza“.

Insomma, con la consueta dote di sintesi del premier, “è un golpe“. Messo in atto da magistrati “talebani”, “peggio della mafia”, che intendono offrire alla sinistra l’unico assist che abbia la concreta possibilità di tradursi in una vittoria elettorale: eliminare l’avversario dalla competizione. No, realizzato da un governo – ribatte il fronte opposto – che per rimediare alla incredibile incapacità di pochi decide di stravolgere le regole delle elezioni, in barba a ogni buon senso democratico.

Accuse gravi. Perché parlare di “irresponsabilità”, dunque? Perché la politica si è lasciata stritolare dai due corni del dilemma: e cioè come valorizzare il rispetto della legge (primo corno) senza falsare del tutto la competizione elettorale (secondo corno). Di fronte a questa emergenza la politica avrebbe avuto il dovere di reagire con fermezza e compostezza. Fare quello che le è proprio: decidere, senza farsi prendere dal panico. E invece ha strillato, sbraitato, puntato i piedi. Gridato all’eversione, al colpo di Stato, al golpe. Parole che grondano storia e sofferenza, e che non meritano di venire sprecate per questo consesso di adolescenti sull’orlo di una crisi di nervi che di fronte alle difficoltà preferiscono invocare nuovi totalitarismi piuttosto che sedere intorno a un tavolo e discutere.

Questo è il reale problema che affligge oggi il governo della cosa pubblica; un problema che l’informazione cavalca e amplifica per vendere un pugno di copie in più o tenere l’opinione pubblica in quel costante stato di sovraeccitazione che serve per far dimenticare che mentre sarebbe necessario un nuovo modo di concepire l’istruzione, la ricerca, il sistema pensionistico, gli ammortizzatori sociali, il fisco e chi più ne ha ne metta nessuno ha il fegato per fermarsi, pensare e proporre. In un’Italia sconvolta dagli scandali, dalla mediocrità della sua classe dirigente e di chi la racconta, il vero pericolo non è neppure che il linguaggio abbia perso la sua funzione, che la parola non abbia più senso: il vero pericolo è che ancora ce l’abbia. E che a forza di esprimerlo, questo paradossale desiderio di catastrofe si avveri. Prima che a impedirlo intervenga una comune assunzione di responsabilità. E’ di questo che c’è, e subito, bisogno. Non resta che sperare che avvenga.

 

Blog dell'autore: ilnichilista.wordpress.com


Regionali: voti reali o "bandierine"?

Posted by: Livio Ricciardelli

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“Una testa, un voto” recita un famoso motto divenuto simbolo e spiegazione stessa della Rivoluzione Francese. Il principio, che oggi diamo per scontato, fu invece qualcosa di assolutamente rivoluzionario a suo tempo contro l’allora dominante “voto per ordini” che vedeva schierarsi nobiltà e clero contro il terzo stato (vincenti sempre per 2 a 1).

Passano i secoli e l’abitudine di votare si fa sempre più frequente ed irrinunciabile (nelle democrazie, almeno). Capita così che si vota per le elezioni regionali del 2010 e, anche questa volta, Silvio Berlusconi cerca di volgere a suo favore una possibile sconfitta elettorale.

Dopo averle definite “un voto amministrativo”, vedendo i sondaggi non favorevoli lo ha definito test nazionale “contro quelli che vogliono lo stato di polizia” (con precisazione di Fini che ha giustamente dichiarato che in uno stato di polizia la percentuale di evasione fiscale è minore). E va bene.

Però dire che queste elezioni regionali conteranno in termini di voti assoluti anziché in termini di regioni vinte o perse non va assolutamente bene. Per quanto possa apparire come un segnale positivo per l’opposizione, pronta a scorgere un lieve segno di preoccupazione del premier.

Uscito dalla batosta dalle “colossali proporzioni” del 12-2 nel 2005, Silvio Berlusconi non ritenne necessario dimettersi. Non ricordava che per aver perso le regionali 8 a 6 Massimo D’Alema lasciò Palazzo Chigi. Ma ancor peggio Berlusconi non volle trarre conseguenze politiche dal quel voto elettorale (“Avoja a dire che non è stato un referendum su Silvio Berlusconi” esclamava l’allora “spina nel fianco” del centrodestra Bruno Tabacci) e anzi si recava a sorpresa a Ballarò accanto ad un costernato Alemanno, mentre Rutelli e D’Alema avevano facile gioco su di lui e qualche leghista, a “Porta a Porta”, rivendicava una fantomatica affermazione del centrodestra (!).

Le dimissioni dei membri del governo dell’Udc e del Nuovo Psi furono l’unica ragione che portò Berlusconi ad formare un nuovo governo (il Berlusconi ter) con eminenti statisti a suo fianco tra cui l’attuale candidato Pdl in Campania Stefano Caldoro presso l’importantissimo ministero dell’attuazione del programma con ufficio a Largo Chigi. Per non parlare poi dello sconfitto Francesco Storace che, subito dopo aver perso, fu ripescato come ministro della Sanità.

Lo scenario del 2005 è  radicalmente diverso dal 2010, anche per il solo fatto che cinque anni fa correva l’ultimo anno della legislatura, mentre adesso ne mancano tre.

Senza dubbio quindi il centrosinistra non riuscirà a conservare delle regioni che riuscì a strappare al centrodestra nel 2005. Con questo copione quindi siamo già  pronti ad immaginare uno scenario di analisi del voto in qualche salotto televisivo, col Castelli di turno che ricorda che il centrodestra è avanzato rispetto al 2005 (difficile vincere meno di due regioni!) e che magari la Lega ha superato gli alleati del Pdl al nord.

Allora perché preoccuparsi, Cavaliere? Se i suoi plenipotenziari hanno già preparato il copione da recitare nella peggiore ipotesi possibile, perché buttare lì nel dibattito politico il tema dei voti reali anteposti alle caselle vinte o perse?

La preoccupazione di Berlusconi infatti non è tanto dovuta agli scandali di questi giorni, specialmente quelli legati al suo "uomo del fare" Bertolaso, ma ad un trend elettorale che forse qualcuno gli ha spiegato: la maggior forza, da un punto di vista strutturale, del centrosinistra sul centrodestra.

Per quanto il Pdl abbia dimostrato, in occasione delle elezioni amministrative del 2009, un rispettabile radicamento territoriale, è evidente che dal punto di vista regionale la partita appare in molte e importanti regioni ancora in bilico.

Oltre alla Puglia (dove l'Udc corre da sola) e  al Piemonte, il Lazio è una regione storicamente in bilico che sta vivendo in queste ore uno scenario alquanto imprevedibile che potrebbe portare ad un’esclusione della lista del Popolo della Libertà nel collegio di Roma e della sua provincia.

Ma nelle altre regioni? Il Termometro Politico, che quotidianamente monitora la situazione nelle regioni, ben definisce con la propria cartina nella home page lo stato delle cose: per quanto il Pd appaia come un partito ancora pieno di difficoltà ha molte più “roccaforti”: Emilia-Romagna, Marche, Toscana, Umbria e Basilicata vengono date per certe al centro-sinistra. E c’è da crederci. Nonostante qualche sondaggio dia per esempio il presidente Errani vincente con un calo elettorale rispetto al 2005, nessuno si sognerebbe di attribuire all’Emilia-Romagna lo status di “regione incerta” (avete capito perché l’’uomo di Arcore ci tiene tanto a contare i voti reali a scapito delle regioni vinte?) e lo stesso si può dire nelle Marche, in Toscana e in Basilicata. L’Umbria appare meno certa, forse anche a causa di un certo autolesionismo espresso in sede di primarie da parte del Pd. Ma è uno scenario alquanto fantapolitico vedere questa  regione governata dalla pasionaria berlusconiana Fiammetta Modena!

Le uniche due regioni date per sicure al centro-destra sono le solite Lombardia e Veneto. Certo, il Pdl ha buone chance il Campania e in Calabria, ma obiettivamente, insieme a Lazio, Puglia e Piemonte, non me la sento di inserire la Liguria tra le regioni dove la partita è già chiusa.

Sul fatto poi che Veneto e Lombardia sono “già del centro-destra” sarebbe anche giusto sottolineare come Zaia e Formigoni siano due candidati sì fedeli al governo, ma con una propria storia, una propria rete e delle proprie aspirazioni.

Insomma: non sono dei “berluscones” al 100%. Non sono Fiammetta Modena.

 

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"Libero" interprete

Posted by: fabiochiusi

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Il meccanismo ormai è noto. Si stabilisce, in primo e in secondo grado, che un avvocato viene corrotto per rilasciare testimonianze “false o reticenti” per favorire un imputato, che ne è il corruttore. Mentre ciò avviene, con una mano si sparano bordate sulla magistratura per delegittimarne le conclusioni e con l’altra si approvano leggi che accorcino i termini di prescrizione per l’episodio di corruzione ipotizzato. In Cassazione si ottiene l’architettata prescrizione (chiamandola “schiaffo ai giudici”, o anche “sentenza all’italiana”). Da ultimo, si dichiara che ciò equivale a una assoluzione. E non del corrotto, ma del corruttore.

E’ questo lo schema applicato nel caso Mills. In cui viene certificato che vi sia stato un corrotto (David Mills), ma che la sentenza di condanna vada annullata perché il reato commesso (commesso) è da ritenersi, grazie a una leggina su misura del centrodestra, prescritto. Grazie al fantasioso meccanismo sopra descritto, Libero può (liberamente) interpretare:

In sostanza un reato commesso ma prescritto dal corrotto diventa una sentenza di assoluzione per il corruttore. Il cui reato sarà, con un mostro giuridico, anche prescritto. Nelle parole di Maurizio Belpietro: “La Suprema Corte ha preferito applicare la giustizia all’italiana, decidendo di mandare assolto l’imputato [David Mills, nda], ma al tempo stesso non discolpandolo totalmente”. Grazie ai “tanti Ponzio Pilato” che compongono la Cassazione “tutti i giustizialisti d’Italia potranno continuare a scrivere che la corruzione ci fu” (l’idea è che a dichiarare il reato commesso non sia la Cassazione, ma il Fatto Quotidiano, Repubblica e gli altri “mandanti morali” dell’accanimento contro il premier). Così si chiude “il procedimento che non doveva cominciare” (questo sì che è “processo breve”).

In sostanza la prossima volta che qualcuno vi chiederà conto di 600 mila dollari di troppo, fate come David Mills: tirate in ballo Silvio Berlusconi. A questo modo avrete immediatamente a vostra disposizione il Parlamento, qualche televisione e dei giornali. E soprattutto, una bislacca interpretazione del diritto per cui si può essere assolti a reato commesso.

Sempre che ve la sentiate di regalare una ennesima assoluzione al premier, sia chiaro.

PS: Il Tg1 non poteva essere da meno: “dopo l’assoluzione dell’avvocato Mills [...]“, “il giorno dopo la sentenza di assoluzione [...]“.

 

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In ricordo di Domenico Carpanini

Posted by: MarcoGhiotti

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Per chi come me è nato a Torino e segue la politica da vicino, vicinissimo, il primo marzo è un giorno particolare. 9 anni fa morì, durante una conferenza stampa, Domenico Carpanini, vice sindaco della giunta Castellani, pronto a farsi certamente eleggere alla guida della città. Il cuore gli cedette mentre stava parlando di politica, insieme a Roberto Rosso, che concorreva per il centrodestra. Un'ultima conferenza stampa, un ultimo dibattito, di politica, perché Carpanini fu, e secondo me lo è tuttora, uno di quei pochi politici che, non importa come la si pensi, rimane una figura da emulare, da guardare con rispetto, a tratti anche ammirazione oggettiva.

Integerrimo, onesto, capace, dal forte carattere, dalla tempra inattaccabile. Una figura che il palcoscenico attuale della politica italiana probabilmente non accetterebbe, perché incapace di deludere il proprio ideale, di commettere azioni contrarie al proprio spirito, alla propria indole. Non era uno politico di spettacolo, non amava circondarsi di cortigiane, vere o presunte, amava il suo lavoro, e lo svolgeva dal primo minuto della mattina all'ultimo della sera. Lavorava per i cittadini che lo avevano eletto, lavorava per migliorare la città. Un uomo di centrosinistra, anzi, un uomo di sinistra, perché a quei tempi la sinistra era ancora qualcosa di reale, almeno a Torino. Città socialista, antifascista, partigiana, operaia e stacanovista, che bada al sodo e non perde tempo in inutili cerimonie.

Un cittadino di cui andare orgogliosi e la cui mancanza si fa sentire ogni istante negli uffici di Piazza Palazzo di Città.

Al suo posto venne eletto Sergio Chiamparino, inserito nella contesa con Rosso in tutta fretta, per riempire il tragico vuoto. Non che Chiamparino non abbia svolto bene i suoi due mandati. Certo, come ogni politico qualche errore lo ha commesso e qualunque azione compia, ci sarà sempre qualcuno pronto a criticarlo. E' questo l'onere di essere il primo cittadino tra i cittadini; tuttavia se è ben voluto da ben oltre il suo elettorato, qualche motivo ci sarà pure. Nel 2001, però, il mio voto era pronto in cassaforte per Carpanini e la sua morte fu uno colpo al fianco, di quelli che lacerano. Poche volte sono andato a votare con così tanta certezza (soltanto un'altra volta è successo ma lì  il mio candidato ha perso.) La città si strinse attorno alla sua famiglia e per Rosso la contesa elettorale fu ormai segnata. Non c'era più partita: si sarebbe potuto candidare anche Mr. Nessuno, ma contro la compassione, il cordoglio e la passione niente può vincere. Ed infatti Rosso perse con il 47%, in fondo, un buon risultato data la situazione in cui partecipava. Perse con stile, soprattutto perché Rosso, presente durante il collasso di Carpanini fu subito pronto a soccorrerlo e pianse, così come piansero tutti i torinesi. Destra o sinistra che fosse. Se sei una persona come Carpanini, chiunque ti concede l'onore di una lacrima. Cosa che non capita a molti, specie in politica.

Questo dunque era Domenico Carpanini, il mio ricordo; secondo il mio personale parere, il vero sindaco di Torino.

Ciao Domenico, ci si rivede uno di questi giorni.


Protezione civile e "birbantelli"

Posted by: Livio Ricciardelli

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Tutti i giornali nazionali, e anche la stampa internazionale, riempiono le primissime pagine con fiumi di articoli (ed intercettazioni) sul caso del momento: lo scandalo legato agli appalti e alla Protezione Civile. Un intreccio degno di un romanzo romantico francese dell’800 che vede intrecciarsi Protezione Civile, sottosegretari, coordinatori di partito, provveditori e imprenditori in un vortice che giustamente è stato definito “gelatinoso”.

Quasi in contemporanea, il consigliere comunale di Milano Mirko Pennisi, presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino, viene colto in flagrante mentre intasca una tangente. Una storiaccia di tangenti sembra riguardare pure il presidente della Provincia di Vercelli, arrestato proprio in questi giorni.

Alla luce di questi inquietante eventi sorgono nell’opinione pubblica le due seguenti domande: siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli? E se sì, sarà la fine di quella che viene definita come “Seconda repubblica”?

Tangentopoli o no (e ha bene illustrato il presidente della Camera Fini la differenza tra un certo tipo di finanziamento nella Prima repubblica e quello attuale, che esiste a fini solo privati) il presidente del Consiglio Berlusconi ha deciso di agire. O almeno, di provarci.

Dopo aver definito le elezioni regionali un test amministrativo, e poi aver cambiato idea definendolo “test nazionale” avendo visto sondaggi non molto favorevoli al centrodestra, ha annunciato di predisporre delle norme anti-corruzione: espediente mediatico per riacquisire consensi e per riappropriarsi di una forma di legalità che a quanto pare s’era smarrita da un pezzo (“rivoglio la politica pulita del '94” pare abbia esclamato il premier, così come il sottoscritto ha esclamato “rivoglio Adone Zoli” a 50 anni dalla morte dell’eminente statista). Dunque il Consiglio dei ministri doveva approvare questo progetto berlusconiano anti-corrotti che si basava sia su pene più severe per i corrotti sia su una minore possibilità di candidare gente inquisita.

Per realizzare questo grandioso piano sono state fatte le cose in grande: il ministro Alfano, il ministro-ombra Ghedini e la presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno hanno lavorato su questo testo, per rappresentare tutte le anime del Pdl.

Me il Consiglio dei ministri non approva queste norme. “Io stesso ho proposto un rinvio per migliorarla” ha dichiarato il presidente del Consiglio in una delle sue classiche note scritte del sabato; note in cui tra l’altro definiva il problema riguardante lo scandalo appalti un caso che riguarda “solo dei singoli”, come qualche giorno prima aveva dichiarato, a proposito del caso Pennisi, che si trattava solo di “birbantelli” (parafrasando indirettamente Craxi e il “mariuolo” Mario Chiesa, mentre Fëdor Dostoevskij lo avrebbe definito semplicemente un “lestofante”).

Il disegno anti-corruzione probabilmente si arenerà e, anche se approvato dal Consiglio dei ministri, potrebbe finire nel dimenticatoio parlamentare insieme ad altre vittime del bicameralismo perfetto.

Ma dunque, siamo di nuovo di fronte ad una nuova Tangentopoli?

Il fatto che Berlusconi negli ultimi giorni si sia adoperato per combattere la corruzione, secondo me ben rappresenta lo stato delle cose. Sappiamo bene che si tratta di una manovra propagandistica più che realista ed è proprio per questo motivo che probabilmente l’immane lavoro del trio Alfano-Ghedini-Bongiorno sarà inutilizzato.

Nonostante tutto, colpisce la motivazione che il premier, anche per darla in pasto ai giornali, ha utilizzato: “rivoglio la politica pulita del '94”.

Il 19 gennaio scorso è  stato commemorato Bettino Craxi, a dieci anni dalla sua morte. I plenipotenziari del Pdl, tra cui spiccavano ovviamente gli ex socialisti, hanno consacrato con convegni e celebrazioni l’ex presidente del Consiglio come uno dei massimi statisti italiani. Berlusconi, anche se si è rifiutato di intervenire al convegno della Fondazione Craxi in suo onore, oggi come oggi attacca la”magistratura politicizzata” e le terribili “toghe rosse”. Inutile dire che Tangentopoli quindi è stato il “male” e il tentativo da parte della magistratura di rovesciare le fondamenta dello Stato.

Ma com’era questa politica pulita nel 1994?

Il 24 gennaio del 1994 Berlusconi scende in campo e vince le elezioni politiche di marzo. La pensava in maniera differente su Tangentopoli, allora. Non solo per la nota vicenda dell’autorevole ministero dell’Interno che il Cavaliere voleva affidare ad Antonio Di Pietro. E nemmeno per i gridi di giubilo leghisti che, esibendo un cappio a Montecitorio, attaccavano la classe politica corrotta invocando una “piazza pulita”. Come del resto la pensava in maniera differente non solo per la presa di posizione dei suoi futuri alleati della destra, allora missina (“Per noi Di Pietro è meglio di Mussolini”, disse Maurizio Gasparri).

Berlusconi infatti può considerarsi da un certo punto di vista come il primo figlio di Tangentopoli: assodato il fatto che la magistratura è un organo indipendente dello Stato che ha il sacrosanto diritto di lavorare senza interferenze della politica, è ovvio che il forte malcontento popolare nei confronti della classe politica ha fortemente favorito l’uomo di Arcore che, presentandosi come l’uomo nuovo contro i politici di professione, ha avuto modo non solo di sfruttare un vuoto politico che si era delineato a seguito dello scioglimento dei grandi partiti della Prima repubblica, ma anche di acquisire un forte consenso elettorale in chiave anti-sistema. Quel sistema che aveva portato ad una politica corrotta, al finanziamenti illeciti ai partiti ed al tracollo generalizzato che si stava avvertendo già, anche in termini economici.

Oggi si scaglia contro Tangentopoli e contro i giudici considerati “comunisti”. Nel 1994 si scagliava contro quella classe politica che oggi difende e che allora considerava l’origine di ogni male. Insieme a quelli che oggi sono i suoi più stretti alleati di governo.

 

Blog dell'autore: lasino.ilcannocchiale.it


Questione (im)morale

Posted by: fabiochiusi

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Più si scava nel torbido, più escono le voci bianche. Tra le infinite contraddizioni che abitano questo Paese c’è anche il risvegliarsi dei “moralizzatori”, che scatta puntuale, all’unisono con il tintinnare delle manette. Torna quindi a tenere banco l’annosa “questione morale” di berlingueriana memoria. E torna per tutti. Pier Ferdinando Casini, dopo l’arresto del consigliere comunale di Milano Pennisi, si accorge improvvisamente che “stanno capitando cose brutte in giro per l’Italia“. Non si tratta di essere giustizialisti: “Ritengo il giustizialismo un peccato mortale e lo detesto, ma guai a confonderlo con l’idea che la corruzione non esiste, con l’impunità per tutti”. Conclusione: “La questione morale esiste e dobbiamo avere il coraggio di sollevarla: i giudici non si possono sbagliare sempre, si possono sbagliare ogni tanto. Il livello etico in questo Paese si è abbassato pericolosamente”. Viene da chiedersi rispetto a quando.

L’idea ad ogni modo mette tutti d’accordo. Ignazio La Russa ne fa ”il presupposto centrale e fondamentale non solo in Campania, ma in tutto il Paese”. Al punto di rispolverare, per il PDL, il codice etico. Del resto “è necessaria, all’interno del Pdl, una rinnovata consapevolezza circa la questione morale che va affrontata con le riforme, conpropositi precisi e chiari [...]“. In questo caso verrebbe da chiedersi quali.

Dall’altro lato della barricata giunge l’eco di Rosy Bindi, che parla di una “nuova questione morale” della quale il premier dovrebbe venire a riferire in parlamento. E “non solo perché ogni giorno un politico finisce sotto inchiesta” (quello, infatti, non sarebbe niente di nuovo), ma soprattutto perché ora si tratta di accertare le responsabilità del “funzionario pubblico che gode di maggiore credibilità” (Bertolaso), e che dunque “più di altri ha il dovere di rendere ragione del suo operato”. In sostanza, se non si parlasse di un eroe che opera nelle (ormai onnipresenti) emergenze, niente questione morale, e niente “commissione d’inchiesta”. La domanda è, ovviamente, perché.

Anche il giornalismo si lascia trascinare dall’ondata moralizzatrice. Ferruccio De Bortoli, ad esempio, lamenta l’esistenza di un “fenomeno trasversale agli schieramenti politici, segnato più dall’avidità e dall’edonismo individuali o di gruppo che dalle ragioni di appartenenza a un partito o a una corrente come avveniva con Mani Pulite”. La differenza è che chi ruba non ne ha più vergogna. E dunque “dovremmo domandarci tutti (stampa compresa) se il livello degli anticorpi della nostra società non sia sceso sotto il limite di guardia“. Un esempio “diseducativo e devastante” per le “nuove generazioni”. Certo, De Bortoli. Tuttavia dovremmo domandarci anche dove: e cioè dove fosse il direttore mentre tutto questo accadeva; dove fosse mentre il Corriere perdeva la sua capacità di parlare con autorità, per assumere un atteggiamento di inutile non belligeranza.

Paolo Mieli prevede che stia per “saltare il tappo”, Borrelli rilancia snocciolando leanalogie con Tangentopoli. Il tutto per un valore, ricorda Travaglio, compreso tra i 40 e i 60 miliardi. In presenza di una tale confusione di interessi a poco serve, come ha fatto il sindaco di Milano Moratti, escludere paralleli con la fine della Prima Repubblica: se son rose sfioriranno. Fa quasi tenerezza, dunque, dover leggere da parte di un condannato in via definitiva come Paolo Cirino Pomicino, che di quella stagione fu protagonista (Montanelli di lui scriveva: “[al ministero del] Bilancio un personaggio che sapeva farlo quadrare molto bene, il suo s’intende”), le dichiarazioni rilasciate oggi a Il Tempo:

Non si può immaginare, ad esempio, che se un Consigliere comunale di Milano prende soldi, l’intero Consiglio comunale possa essere sospettato.

E certo, perché dovremmo? Tutto sommato, chiosa Cirino Pomicino, “il termine questione morale è stato usato molto spesso dagli immorali“. Su questo impossibile formulare alcuna domanda: gli ipocriti hanno già risposto.

 

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L'UMP: partito rivoluzionario?

Posted by: Livio Ricciardelli

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Qualche sera fa mi trovavo a fare una cosa molto diffusa e molto amata dai ragazzi di 20 anni come me: mi trovavo con un mio amico a discutere del gollismo.

È un tema che mi ha sempre appassionato per due ragioni: in primo luogo perché è un’ideologia, o comunque un’area politica, che si ispira ad un personaggio veramente carismatico (Charles De Gaulle) che ha fatto, nonostante le divergenze ideologiche, il bene del suo paese. In secondo luogo perché ho sempre considerato il fenomeno del gollismo come la chiave per la comprensione dello “stato d’eccezione ideologico e politico” che da parecchi secoli contraddistingue la Francia. Del resto negli ultimi mesi analizzato la vicenda con un piccolo saggio in cui giungevo in sostanza alla conclusione che la particolarità francese nascesse nel privilegio di aver ospitato all’interno della propria storia, e all’interno dei propri confini nazionali, un evento campale come la Rivoluzione francese.

Ultimamente ho notato, e ringrazio il mio amico per avermene segnalato la fonte, un aspetto riguardante l’Union pour un mouvement populaire (il partito di maggioranza in Francia e del presidente Sarkozy) e la sua accezione politica che, seppur ricollocabile nel centrodestra, assume caratteri alquanto particolari rispetto all’idea conservatrice e mostra una tendenza “all’egemonizzazione politica” racchiudendo al suo interno varie istanze e correnti di pensiero (provocatoriamente nel saggio avevo delineato una sinistra e una destra nel partito). Il mio caro amico infatti mi ha segnalato un video su Youtube dal titolo “Lipdub jeunes UMP 2010 version sous-titrée karaoke”. Si tratta in pratica di un video elettorale che si contraddistingue per la sua demenzialità (oggi diremmo che somiglia molto ad uno spot di una banca!): vi sono infatti molti giovani che canticchiano una canzone mostrando magliette dell’Ump ed altri desideratissimi gadget “made in De Gaulle”. Il tutto si svolge in un treno mentre alcune immagini intervallano la sequenza della ferrovia per mostrare altri ragazzi accompagnati da autorevoli esponenti del partito nel cantare la stupida canzoncina (ovviamente il tutto in karaoke: lo stato francese dovrebbe pagarci per ascoltare l’ex premier Raffarin che canta). Questo video è un classico spot elettorale, che senza dubbio farà discutere, in vista delle elezioni regionali di marzo (storicamente  i socialisti, anche perché spesso all’opposizione, vanno molto bene in questa competizione elettorale).

La cosa che più  mi ha stupito del video, oltre il fatto che tra i cantanti ci sia l’apparente “trombata” Rachida Dati, è il messaggio finale che del resto dovrebbe racchiudere la sintesi del senso politico dello spot: “Changeons le monde Ensemble”.

Del resto il ritornello della canzoncina è proprioTous ceux qui veulent changer le monde”.

Cosa ne possiamo ricavare?

Sinceramente la mia primissima, per quanto semplicistica considerazione, è stata quella di cogliere un profondo atto d’incoerenza. Per quanto possa apparire un ragionamento poco idealista, al limite del cinismo, ho sempre considerato alquanto remota la possibilità di cambiare il mondo da parte di un partito riformista. Figuriamoci per uno di centro-destra, che non a caso spesso è definito “partito conservatore”! Il concetto di cambiare  il mondo mi è sempre  parso un concetto radicale, di estrema sinistra e settario (se non improponibile a seguito della morte delle ideologie: forse sarebbe meglio migliorarlo gradualmente).

Qualche anno fa mi colpì, nel corso di un congresso di un’organizzazione giovanile dell’area progressista e riformista, un intervento che poneva come obbiettivo di massima dell’organizzazione “quello di cambiare un mondo ingiusto”. Di per sé trovavo l’affermazione abbastanza comprensibile, poiché era posta in modo tale da far capire che si doveva lottare per ottenere sempre e comunque il miglior risultato possibile.

Ma questa volta, leggendo una analogo concetto in un spot di un partito di centrodestra, la mia reazione è stata differente. Dopo il sentimento d’incoerenza mi sono chiesto: non è che la faccenda sia un tantino più complessa?

Nel mio saggio sul gollismo ricordavo che l’eccezionalità politica francese non risiede solo nel possedere un partito come quello gollista che ha aspirazioni egemoniche, ma anche in atti concreti della politica francese. In primis la politica estera e lo spirito di grandeur.

Non è erroneo definire, anche quando governa un esecutivo moderato come quello di adesso, la politica estera della Francia come politica “anti-americana”.

Questo sia perché nell’ottica europea il ruolo britannico in questo ambito è quasi subalterno alla politica statunitense, e ciò accentua per reazione il carattere francese, sia perché lo spirito idealista (che proprio in questi giorni vede Parigi in prima fila nel chiedere sanzioni all’Iran) appare a tratti agli antipodi rispetto alla scuola realista delle relazioni internazionali storicamente ereditata dal lavoro e dagli studi di Kissinger.

In conclusione grazie a questo video possiamo aggiungere una postilla al ragionamento teso a comprendere meglio la “diversità francese”: l’Ump, che governa il paese da anni, non solo tenta di creare un’ideologia nazionale francese (egemonica) che collochi al proprio interno i soggetti della classica dialettica politica (destra, sinistra, centro), ma è anche il partito che ha il compito di accentuare questo spirito particolarista non solo nella definizione politica in sé (“non sono un conservatore, sono un gollista”) nonché negli atti concreti che hanno fatto la storia della politica francese. Quindi: cambiamo il mondo, insieme. Forse rendendolo un po' più francofono e un po’ meno anglofono. Con questo programma anche quelli che forse dovrebbero essere un po più “rivoluzionari” di noi (i socialisti) appariranno come la forza della conservazione. E non è un caso che Giulio Tremonti negli ultimi tempi lodi il posto fisso lavorativo…

Una rivoluzione copernicana quindi. Un partito di destra moderata che vuole una rivoluzione.

Ciò che può apparire indecifrabile in realtà ci mostra una particolarità, una situazione, uno status che da soli possono realmente cambiare la visione le ideologie della politica mondiale.

 

Blog dell'autore: lasino.ilcannocchiale.it


Costretti a difendere i “pollai”

Posted by: fabiochiusi

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Se non fosse che a difendere la decisione della commissione di Vigilanza della RAI è stato un Presidente del Consiglio che pensa che la par condicio sia una legge “liberticida e assurda” e che vada abolita “reintroducendo quella norma che stabilisce presenze televisive proporzionali ai voti“, verrebbe quasi da gioire. Lo confesso: mi provoca una certa sensazione di sollievo pensare che, almeno per un mese, quella stragrande maggioranza di italiani che utilizza la televisione per avvicinarsi alla politica potrebbe fare a meno di sorbirsi le litigate, la dietrologia, il populismo e l’inconcludenza dei talk shownostrani. Su una cosa sono d’accordo con Berlusconi: si tratta, né più né meno, di pollai televisivi (anche se con le debite proporzioni).

Non posso credere, infatti, ci sia davvero chi ha imparato qualcosa da una puntata diPorta a Porta o Ballarò – a parte alcuni precisi artifici retorici per impedire all’avversario di esprimersi compiutamente. Qualcosa, sia chiaro, che non avrebbe potuto imparare in pochi minuti (e non in due ore e mezzo) aprendo un giornale qualunque, anche il più sgangherato (inserite un nome a scelta, le idee non mancano) o almeno la sua versioneonline – il che consente tra l’altro di risparmiarsi le urla, i “mi lasci finire” e le infinite digressioni che non tornano mai al punto. C’è davvero bisogno di AnnoZero per sapere dei processi del Premier? Perché di questo avrebbe parlato, con ogni probabilità, anche nel mese a venire. Non di nucleare. Non di istruzione. Non di federalismo. Sempre e solo dei processi di Berlusconi. Consiglio una capatina in libreria: anche lì c’è (quasi, per fortuna) solo quello. I libri hanno inoltre il vantaggio di non riportare, di solito, i volti ributtanti e le voci stridule dei presenzialisti dei salotti televisivi. Un altro punto a favore di non poco conto. Certo, costano una maggiore fatica, ma è il prezzo da pagare per non dire stupidaggini (se basta).

Il problema, come sempre, è che di mezzo c’è Berlusconi. Che, essendo l’uomo delle leggi ad personam, non è esattamente il politico più adatto (se mai ce ne fosse uno) a fare i palinsesti televisivi. Della terzietà, insomma, è lecito dubitare (è un eufemismo). Anche l’idea di sostituire tribune politiche ai talk show non sarebbe di per sé cattiva: chissà che gli intervenuti non siano costretti, per una volta, a parlare di programmi, mandare a memoria qualche statistica, fingere di avere in mano la soluzione a uno qualunque dei problemi reali dei cittadini. Se non fosse che poi, di fatto, le regole finirebbero probabilmente per favorire qualcuno (chissà chi) a discapito di altri. Il che spiega, credo, la violenta protesta dei “partitini”, che altrimenti dovrebbero ringraziare il premier per tanta magnanimità (chi li ha visti a Ballarò etc. – a parte Vendola – alzi la mano).

In definitiva siamo nell’orrenda, paradossale situazione di dover tirare in ballo i diritti costituzionali, gridare allo scandalo, indire scioperi e riesumare la parola libertà (che triste destino la perseguita) per difendere il nostro diritto di guardare Porta a Porta. Siamo costretti a difendere i pollai. Non c’è che dire, questo Paese non finisce mai di stupirmi.

 

Blog dell'autore: ilnichilista.wordpress.com


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