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pubblicato: venerdì, 29 novembre, 2013

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Dopo la decadenza di Berlusconi: scenari di sistema tra immobilità e dinamismo

Due giorni fa, lo sappiamo, è stata votata la decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore. Non è il caso di sprecarsi anche qui in considerazioni immediate su una deliberazione che, in qualunque altro paese, sarebbe stata una semplice formalità, o di lasciarsi trasportare da suggestioni da “fine dell’impero” su cui molti sin stanno cullando. E’ forse più interessante guardare a questo snodo sicuramente significativo della quotidianità politica italiana in una prospettiva più ampia.

berlusca

In primo luogo, bisogna cercare di chiarire nei loro contorni specifici gli effetti che questo evento può avere sugli equilibri di governo. Fin dal suo insediamento, infatti, l’Esecutivo di Enrico Letta ha avuto prospettive e ambizioni in parte diverse da quelle che avevano caratterizzato il gabinetto tecnico del suo predecessore Mario Monti, con cui pure condivideva l’ampia maggioranza “trasversale”. Dopo l’esito delle elezioni dello scorso febbraio, infatti, l’obiettivo di Letta era quello di garantire l’”incubazione” di una base genuinamente politica, e non solo tecnica, per le “larghe intese”. Uomo tradizionalmente votato al dialogo, insieme a D’Alema e a Violante ma con un profilo politico e forse una onestà intellettuale decisamente superiore, all’interno del centro-sinistra con i nemici giurati del centrodestra, di fronte all’ondata dello scontento “di pancia” simboleggiata dalla valanga di deputati del Movimento 5 Stelle, con l’appoggio sempre più esplicito e decisivo del Quirinale Letta ha pazientemente cercato interlocutori e “compagni di viaggio” nel fronte moderato-conservatore, in modo da isolare i “populismi” di varia natura da lui ripetutamente ed esplicitamente condannati come principale minaccia alla necessaria stabilità istituzionale italiana ed europea. L’uscita acida e rancorosa di Berlusconi e dei suoi sostenitori più esagitati dalla maggioranza di governo, in quest’ottica, appare un passo avanti. L’attuale presidente del Consiglio ha più volte mostrato aperta diffidenza per le venature pesantemente antisistemiche delle sparate del Cavaliere, e la separazione di quest’ultimo da un centro-destra “buono” di Alfano, Lupi, Formigoni & C., sostenuto da gruppi di potere più interessati alla tranquillità amministrativa che alla sovversione come CL, il notabilato statale e parastatale e il grande capitalismo privato che munge il sostegno pubblico, può essere il viatico per un definitivo consolidamento in un’alleanza di governo dell’area della governabilità “responsabile” che esclude definitivamente le frange destabilizzanti che l’unità forzata del PdL tratteneva nelle istituzioni col pericolo di una loro esplosione a orologeria.

Sul piano sistemico, però, tutto questo non appare troppo distante dall’operazione tentata, e miseramente fallita, tra 2012 e 2013 da Bersani, non a caso auspice proprio un “pontiere” di razza con le forze centriste e conservatrici come D’Alema. Sicuro di avere una buona maggioranza relativa al Senato, ed evidentemente incapace e probabilmente privo anche della volontà di provare a vincere tutto il piatto aggregando ulteriore consenso per conto suo, l’allora segretario del Partito democratico ha cercato di coinvolgere prima Casini, poi a causa della progressiva erosione del consenso di quest’ultimo Monti, in un accordo di governo successivo alle elezioni ma di fatto già stipulato prima del voto, così da garantirsi una “stampella” moderata che marginalizzasse sia i fronte pentastellato, la cui consistenza si riteneva meno solida di quella reale, sia soprattutto PdL e Lega. Il fallimento sia del primo tentativo, sia in modo assai più fragoroso alle urne del secondo, ha ampiamente dimostrato che le assunzioni teoriche su cui Bersani basava la sua manovra erano errate. Esse presupponevano, infatti, una logica di appartenenze rigide facilmente controllabile da parte dei partiti, simile a quello delle grandi forze di massa nell’età repubblicana classica. Un comportamento elettorale, in sintesi, in cui i votanti avrebbero seguito il “loro” partito, che li rappresentava al cento per cento, in qualunque evoluzione, e che quindi non si sarebbero spostati o tirati indietro di fronte a nessuna alleanza e a nessun giro di valzer. Un aimile atteggiamento però necessita di basi strutturali e di un contesto culturale che, senza che evidentemente Bersani e i suoi coetanei se ne rendessero conto, è ormai non solo dissolto, ma anche semplicemente improponibile. Il mercato elettorale è più mobile, l’atteggiamento di identificazione più sfuggente, la fiducia nei confronti dei propri rappresentanti più condizionata, e a conti fatti è sano e fisiologico che sia così.

Non è chiaro quanto Letta, pur essendo più giovane e culturalmente più aggiornato di Bersani, abbia presenti questi semplici spunti di analisi. Sicuramente mostra di muoversi in modo più smaliziato: da un lato, ha saputo ottenere e conservare il pieno supporto di Napolitano che vede nella sua opzione l’unica valida per evitare quello che sarebbe poco meno che un crollo di sistema; dall’altro, sta cercando di orientare la riforma elettorale verso lo scrutinio di lista, sistema che in un quadro partitico così spappolato potrebbe fare da surrogato al consenso popolare ormai sempre più risicato, attraverso una limitazione dell’offerta e una manipolazione dell’espressione del voto. La continua e decisa ricerca di puntelli sostituivi significa che probabilmente, e a ragione, sa bene che una compagine di governo data dal raggruppamento delle forze “affidabili” non potrà contare su un adeguato sostegno degli elettori. La scelta di Letta, però, nei fatti non muta gli orientamenti precedenti, perché dopo l’evidente insufficienza di un’alleanza in cui il PD “azionista di maggioranza” ha imbarcato prima uno e poi due soggetti minori alla sua destra, si limita a imbarcarne un terzo, “depurando” la destra del suo aspetto più criminale e scostante.

Tutto questo, oltre che poco onesto per il tenativo di aggirare la volontà degli elettori mantenendo nei fatti gli elementi davvero deleteri del “porcellum” dopo un maquillage di alcuni orpelli scorretti formalmente quanto poco rilevanti (le preferenze, le dimensioni del premio di maggioranza…), è anche molto pericoloso. Una relazione franca e onesta con l’opinione pubblica, al di fuori del mero tentativo delle istituzioni politiche di auto-riprodursi e di auto-sostenersi, prima o poi è necessario, se non si vuole finire per alimentare la presenza sociale di quelle forze politiche inaffidabili e demagogiche che si cerca di arginare. Da questo punto di vista non è un caso che un sistema elettorale pensato apposta per “congelare” gli equilibri esistenti, e spacciato surrettiziamente per un “modello spagnolo” di cui in realtà mancherebbero alcuni requisiti essenziali, è proposto a gran voce anche dal Movimento 5 Stelle, i cui vertici sono ben consapevoli di poter raccogliere in tal modo la forza elettorale che l’inevitabile logoramento della responsabilità di governo farà dispedere alle forze che si sforzeranno di sostenere in tempi difficili un Esecutivo dalle basi popolari fragili. A ciò si aggiunge poi la relazione ancora ben più che ambigua tra “berlusconiani” e “alfaniani”, con questi ultimi pronti addirittura a consumare una scissione, con tutte le rotture di metodo e di merito con la passata collocazione politica che essa comporta, senza escludere una ricomposizione dell’alleanza se la vita al governo si farà dura, tornando al passato facendo praticamente finta di niente e riversando solo sulla forza di governo maggioritaria la responsabilità di eventuali criticità operative.

L’attore che attualmente cerca di forzare le cose per uscire da un impasse potenzialmente rovinoso è colui che si appresta a diventare segretario del PD, partito in questo momento schiacciato dalla necessità di sostenere un governo di cui è magna pars e quindi a condivderne gli incerti destini. Ponendo con forza alla Camera (dove il PD è autosufficiente) l’obiettivo di una legge elettorale a doppio turno che ripristini gli equilibri dell’alternanza tra forze di governo contrapposte, e soprattutto che stimoli la ricostruzione di un rapporto fiduciario dei partiti con gli elettori attraverso il confronto diretto nei collegi, ma senza la paura di andare al voto subito se la proposta si arenerà, così da non fare del “porcellum” l’eterno alibi per l’immobilismo istituzionale, secondo le proposte operative che Roberto D’Alimonte ha lucidamente enunciato poche settimane fa alla Leopolda, Matteo Renzi potrà mettere subito in chiaro che il governo attuale avrà ragion d’essere esclusivamente come esecutore delle riforme istituzionali d’emergenza (dalla legge elettorale all’abolizione del bicameralismo perfetto), e nel caso in cui la road map si riveli impraticabile potrà andare al voto senza assumersi la responsabilità di aver mantenuto artificialmente in vita una compagine governativa inerte, e con la possibilità di indicare chiaramente i veri responsabili del fallimento di un tentativo serio di risolvere alcuni problemi.

Questo comportamento, che D’Alimonte caldeggia inascoltato ormai da alcuni anni, può aver trovato in Renzi l’esponente politico capace di assumerlo e attuarlo veramente, per solide ragioni di opportunità e di convenienza. Interprete fin dai suoi primi passi come leader nazionale di un confronto bipolare moderno, in cui i partiti avversari sanno trasformarsi in competitori e “rubarsi” tra loro il voto di settori incerti sulla base delle loro capacità di persuasione e la flessibilità delle proposte programmatiche, Renzi ha assoluto bisogno di scardinare la strategia tendenzialmente difensiva delle “(ormai non più molto) larghe intese” di sapore doroteo e neocentrista, in cui la compagine “responsabile” cerca di ingessare il dibattito perdere il più lentamente possibile voti su cui sa di non poter contare per molto, nell’attesa che un improvviso e inopinato miglioramento della situazione economica internazionale tarpi le ali alla demagogia per evitare la quale si è asserragliata in un instabile fortino.

La definitiva identificazione di Renzi con questa opzione chiaramente maggioritaria e bipolare, che parte dal presupposto che una forza politica con grande base di massa possa e debba governare stando sulle sue gambe, maturando una precisa identità negli obiettivi e nelle proposte e quindi imponendo con la vittoria elettorale il programma che che la rappresenta senza ulteriori trattative sopra la testa degli elettori, ha avuto un effetto che fino a non molti mesi fa (forse fino al suo sostegno incondizionato accordato per la presidenza della Repubblica a Romano Prodi, figura “mitica” tra i più fedeli elettori del centro-sinistra) era difficile prevedere, perché rappresenta il ruolo a cui si sono formati, e che sentono più naturale, gran parte degli elettori, dei militanti e dei quadri democratici. Da evidente spia di un’appartenenza antropologica e di una contiguità programmatica alla “destra” personalista e al “neoliberismo” estraneo alla cultura “socialdemocratica” che si voleva veder trionfare almeno a casa propria, l’aggressività renziana sul mercato elettorale sta gradualmente trasformandosi, nella percezione degli iscritti al partito che lo hanno sostenuto con percentuali di rilievo, nell’unica risorsa che la cultura politica elaborata dalle esperienze confluite nel PD ha a disposizione per dettare alla società italiana un’agenda a sé congeniale trovandovi responso positivo senza passare per ulteriori compromessi al ribasso.

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