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pubblicato: lunedì, 15 febbraio, 2016

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Banche e Borse. E’ crisi?

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Banche e Borse. E’ crisi?

La crisi delle banche e delle borse di questo inizio anno ha indotto qualche commentatore ad un parallelo con la situazione che condusse alla caduta del governo Berlusconi a fine 2011.
Ma è oggi possibile il ripetersi di quello scenario? Salvo improvvisi shock mondiali lo ritengo improbabile. Diverse nubi si avvicinano sulla nostra economia, ma a differenza di allora abbiamo diverse armi di difesa.

Le stime sulla crescita del Pil 2106, dell’occupazione e dell’inflazione sono inferiori alle attese, nonostante il job acts e le altre misure governative di stimolo. Anche che il rinvio dell’esame della Commissione europea della richiesta di flessibilità rispetto agli obiettivi di finanza pubblica non gioca a favore.

Sul fronte bancario l’accordo al ribasso per la garanzia statale sulle sofferenze bancarie e le proposte, di ponderazione dei titoli di Stato dei paesi a rischio detenuti dalle banche non aiutano il sistema bancario. Parimenti, le idee di una sorta di “bail–in”, negli interventi del “fondo salva stati”. Cioè il congelamento degli interessi e del rimborso dei titoli dello Stato che chiede l’aiuto europeo sono alla base del rialzo dello spread tra BTP decennale e Bund tedesco che, in poche sedute, è salito dai 100 punti base (1%), cui ancorato da molti mesi, a 140 (1,40%).

Tuttavia, da qui ad uno scenario simile a quello che condusse al governo tecnico del prof. Monti, ce ne corre molto.

L’indice Mib, ieri alle 14 sotto quota 16.000, oggi si sta riportando verso quota 17.000. Un rimbalzo che potrà consolidarsi se, ad esempio, nei provvedimenti governativi in arrivo sulle banche ci saranno (come sembra) norme che consentano l’esodo incentivato del personale delle banche interessate a fusioni e migliori condizioni di cessione dei crediti in sofferenza, anche rendendo più veloci le procedure giudiziarie di recupero crediti.

Il calo delle Borse da inizio anno si verifica nonostante le misure monetarie che hanno inondato i mercati di moneta a costo zero. Parlo del Quantitative easing della BCE e della dichiarazione di Draghi nel 2012: faremo tutto ciò che serve, “whatever it takes”, ribadita dagli annunci recenti di una ancor più intensa “politica accomodante” per garantire al sistema liquidità e bassi tassi.

A scatenare la speculazione innanzitutto la difficoltà delle banche europee (non solo le italiane) ad assorbire l’impatto del “bail–in” e delle regole di capitale imposte dalle autorità di controllo europee. Poi gli effetti a lungo termine della crisi cinese e della crescita europea inferiore alle attese.

In questo quadro, è curioso che le misure più negative verso le banche italiane (direttive sul bail-in; proposte di ponderazione dei titoli di stato dei paesi periferici, etc.) siano state approvate anche dai nostri rappresentanti in Europa, quasi certamente ignari del loro effetto deflagrante.

Ciò dimostra pure (oltre all’errore di voler applicare a tutti i costi regole nate all’interno di gruppi di studio preparati ma poco consapevoli degli effetti di queste su mercati, banche e risparmiatori) quanto sbagliata sia stata finora la selezione della classe politica e della burocrazia statale che rappresenta l’Italia in Europa. Persone scelte con criteri discutibili si sono dimostrati poco idonei a rappresentare l’Italia a Bruxelles, Strasburgo e Francoforte.

Va invertita la rotta iniziando a mandare in Europa elementi competenti, che conoscano diritto, economia e lingue (l’on Calenda ambasciatore è un buon inizio). Disposti a vivere gran parte dell’anno (compresi i weekend perché è in quei giorni che si consolidano i rapporti) nelle sedi delle istituzioni europee.

Rispetto a quattro anni fa possiamo contare innanzitutto sull’esperienza fatta in questi lunghi anni di crisi post 2008.

Innanzitutto la maggiore risolutezza nel contrasto degli elementi di crisi. Ma anche l’aver messo sotto vigilanza comune le 120 banche europee che rappresentano l’85% del credito erogato nell’area è un elemento di stabilizzazione. Infatti le banche europee, in questi anni hanno molto rafforzato i loro patrimoni per pagare i costi della crisi fatti di svalutazione dei crediti deteriorati, delle partecipazioni acquisite, degli avviamenti e delle perdite su derivati.

Saranno forse inevitabili interventi di tagli e tassi volti a mettere in sicurezza i conti pubblici nostri e degli altri paesi in difficoltà dell’Unione monetaria.

In positivo però cresce la volontà di mettere in sicurezza le banche dell’Unione con una garanzia europea sui depositi e forse con un rinvio o attenuazione delle regole sul “bail–in”. Anche la previsione di un Ministro dell’economia europeo con ampi poteri e risorse, e perché no anche di uno con un budget per lo Sviluppo economico, gioca a favore del passaggio dall’unione monetaria a quella politica.

Tutto ciò che rafforza l’indissolubilità dell’euro come moneta unica, va a minimizzare gli spread tra i titoli emessi dagli stati forti rispetto a quelli periferici, andando a tutto vantaggio della spesa pubblica di questi ultimi per pagare il costo del debito.
Più Europa è quindi la migliore assicurazione contro i rischi di instabilità anche del nostro governo, a patto ovviamente che non esageri con flessibilità non dovute.

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