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pubblicato: mercoledì, 11 maggio, 2011

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Città vs campagna: il centrodestra a Milano

Anche nell’apparente immobile panorama politico e sociale italiano in realtà, per chi le vuole scorgere, sorgono tendenze e novità, e qualche volta sono addirittura in sintonia con quanto accade oltrefrontiera.

Milano è sempre stata un po’ pioniera in Italia, la città più moderna e cosmopolita del nostro Paese, e a quanto pare anche nelle tendenze politiche è tra le prime ad avvicinarsi a un trend ben diffuso all’estero: quello del progressivo spostamento a sinistra rispetto al territorio circostante delle grandi aree urbane.

Se prendiamo come riferimento la Lombardia e le elezioni regionali dal 1995 ad oggi, i dati risultano evidenti: nel 1995 il centrodestra (inteso in modo semplificativo come Polo + Lega nel 1995 e PDL+Lega+UDC nel 2010) a Milano prende solo l’1,8% in meno del dato regionale; nel 2000 il delta si allarga al 2,7%; nel 2005 diventa il 4%, e nel 2010 diviene un baratro con l’ 8,8% in meno del dato della Lombardia.

Il tutto con un’affluenza che tende ad essere sempre più vicina a quella regionale e non molto più bassa come 16 anni fa: se nel 1995 il voto di Milano rappresentava il 15% del voto lombardo per il centrodestra, ora rappresenta il 10%.

Una stessa tendenza può essere rintracciata in modo netto in altre grandi città anche diverse come Roma e Venezia, così come prendendo località medio piccole di provincia: da Abbiategrasso a Suzzara a Pioltello è innegabile come dal 1995 al 2010 lo swing rispetto al dato del centrodestra regionale si sia ridotto se negativo e ampliato se positivo.

Il centrodestra potrebbe reagire facendo notare che la perdita di appeal relativo nelle città, e a Milano in particolare, è compensata, a volte più che compensata, da un aumento in provincia, anche in zone dove era relativamente più forte il centrosinistra, comuni di vecchia tradizione operaia “gentryfied” da un afflusso di giovani coppie in aree residenziali, alla ricerca del verde delle villette a poco prezzo, spesso coppie sposate più conservatrici di coetanei single e professionisti che sono rimasti in città o che anzi dalla provincia o dal Sud ci vanno per vivere l’urban style of life al quale ambiscono.

E potrebbe trarre vantaggio, il centrodestra, dal fatto che Milano e le grandi città perdono importanza relativa a livello di popolazione a vantaggio dei piccoli centri che crescono di popolazione.

Oppure potrebbe prospettare un’offerta diversa per Milano, una città dove con l’aumentare dell’immigrazione e dell’allarme su immigrati, moschee, identità messa in pericolo, in realtà è diminuito l’appeal proprio di quelle forze che su questi temi puntavano.

Poiché in realtà ormai dal kebabbaro che qualcuno vorrebbe lontano dal centro e chiuso la notte va, alle due del mattino, non solo l’alternativo del centro sociale, ma anche il ragazzo «normale» figlio di elettori del Pdl, il giovane lavoratore molto borghese in pausa o all’uscita dal lavoro. E senza particolari allarmi.

È utopico pensare che il cdx possa concentrarsi su una proposta, come forse era nel ‘94, di destra modernista, concentrata su temi economici, magari in contrasto con rigurgiti anti-capitalistici riaffioranti in parte della sinistra (lotta contro Marchionne, contro ogni privatizzazione dell’acqua, per la patrimoniale)? Una destra quindi capace di parlare a una città in cui gli anziani cresciuti senza immigrati e ora con la paura di uscire di casa perchè sotto c’è un call center pakistano, si estingueranno gradualmente e con essi la dote sicura di voti alla attuale destra securitaria milanese. Capace di parlare ai futuri italiani che in fondo con le loro attività di piccolo commercio, ristorazione, libero professionismo, i loro valori socialmente conservatori e meno laicisti, non sono certo potenzialmente lontani da una identità di voto al centrodestra.

Il centrodestra potrebbe quindi rimanere nelle sue posizioni, senza cercare un approccio articolato e adattivo alle diverse tipologie (elettorato urbano o di provincia), dando magari per persa senza tanti rimpianti una fetta di elettorato urbano che prima aveva. Oppure cambiare, rendendo possibile un futuro assessore peruviano o cingalese di destra nella Milano del futuro, considerando che ciò che è accaduto, sta accadendo e accadrà a Milano potrebbe essere solo un anticipo di una tendenza nazionale.

Però prima di tutto forse, e questo è ciò che non è avvenuto, dovrebbe essersi accorta di tutto ciò, che Milano, e non solo, è cambiato negli ultimi 15 anni, esserne consapevole, averlo osservato, e c’è il dubbio che né De Corato, né La Russa né la Moratti lo abbiano fatto, ripetendo, come fanno, quasi sempre gli stessi slogan.

Potrebbe esserci il rischio che la destra milanese stia ripetendo l’errore della sinistra milanese degli anni ‘80, che non si accorse di quanto la città stesse cambiando, non fosse più operaria, ma borghese e edonista.

E la perse, per moltissimo tempo.

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