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pubblicato: martedì, 27 marzo, 2012

articolo scritto da:

Dal Blog: Il Paese irreale

Di lo Scorfano:

Lo dico subito chiaro, come se dovessi togliermi un peso o un sasso da un scarpa male allacciata: non mi è per niente piaciuto il lungo articolo che ieri Galli della Loggia ha scritto per il Corriere della sera, e che portava il bel titolo di «Le ostriche del potere», e che è stato variamente ripreso e citato e ribloggato in rete.
Non mi è piaciuto per il tono, innanzitutto. Il tono che, a mio parere, nasconde un certo compiacimento e una buona dose di ruffianeria populistica, celata in certi piccoli ami nascosti tra le pieghe della sintassi. Ami piccoli ma per niente invisibili, in realtà; ami che finiscono per trascinare qualunque lettore alla superficie delle cose e per lasciarlo lì, come si fa con i pesci, nella facile e un po’ apnoica sensazione di essere «diverso», diverso dalle «élites», diverso dai «politici» e da don Verzè, diverso dai piccoli industrialotti di provincia che scendono negli hotel della capitale, diverso da tutti coloro che vengono nominati nel testo e che sono poi i nomi che oggi stanno sulla bocca di tutti. Non mi piace questo passaggio, quindi:

… un gruppo di persone spesso proprietarie di ville su remote spiagge oceaniche o di case con viste strepitose sui più bei centri storici della penisola, intente appena possono a trascorrere vacanze in costosissimi resort esotici, a consumare pranzi e cene in locali da nababbi. Al senatore Lusi capitava di ordinare al ristorante piatti di spaghetti con non so che cosa, del costo di appena 180 euro. Viene da chiedersi: «Era sempre solo? E ai suoi ospiti sembrava ovvio andare in un posto del genere?». Evidentemente sì. Certamente appariva ovvio al sindaco di Bari Emiliano (e nel capoluogo pugliese non solo a lui, a quel che sembra) ricevere come regalo un intero acquario commestibile…

E non mi piace, per lo stesso motivo, nemmeno questo passaggio:

Queste odierne esibizioni e possibilità, così vaste, di lusso ostentato, di superfluo, questa mancanza di misura, dicono molte cose dell’élite italiana. Ci dicono per esempio di un gran numero di redditi occulti, di guadagni privati protetti da leggi compiacenti, e naturalmente di evasione e più ancora di elusione fiscale su grande scala, che la caratterizzano. Ci dicono, ancora, di una sua complessiva, forte diversità rispetto agli altri grandi Paesi europei con cui amiamo confrontarci…

Perché si tratta di passaggi che non obbediscono a una logica argomentativa stringente (il lusso non è affatto una necessaria conseguenza dell’evasione fiscale, per esempio) ma piuttosto a un desiderio un po’ ruffiano di compiacere il lettore, di farlo sentire dalla parte giusta, di smarcarsi e di smarcarlo dai «cattivi» che ordinano ostriche al ristorante e piatti da 180 euro l’uno.
Ma detto questo, a proposito del tono, rimane la tesi di fondo dell’editoriale. La quale tesi è espressa nelle poche righe finali, dopo la lunga parte dedicata appunto alla retorica degli esempi. Ed è questa:

Ma il rapporto della classe dirigente italiana con il denaro e con il lusso forse parla di qualcosa di più profondo. La sfrontata pervicacia con cui troppe volte essa esibisce entrambi sembra rispondere più che altro, infatti, al bisogno di occultare un intimo senso d’insicurezza. Quasi che sentendosi inadeguata al proprio ruolo, ai contenuti reali e impegnativi di questo, l’élite italiana pensasse di mostrarsi superiore nel modo più facile che le è possibile: con i soldi. Ma così agi e guadagni, invece di rappresentare in qualche modo una conferma della sua superiorità, alla fine sono solo la riconferma della sua inadeguatezza. Della sua lontananza dal Paese reale, della sua inettitudine a capire il bisogno che oggi esso esprime di essenzialità e di misura.

Ecco, no: niente affatto. Perché sarà pur vero che esiste una parte del cosiddetto «paese reale» che si sente molto lontana dagli alberghi a 5 stelle e dai resort di lusso e da un certo modo di esibire la ricchezza. Ma è solo una parte, non è tutto il paese reale; ed è forse, addirittura, una parte minoritaria del paese. E comunque, per quanto grande sia, è una parte di paese che magari non condivide certi sogni e certi ideali, ma senz’altro condivide certi modo di vivere, che sono anche quelli dell’altra parte.

Dobbiamo cominciare a capirlo (e soprattutto a capirci) sul serio, altrimenti non abbiamo compreso niente di cosa siano stati 18 anni di potere mediatico e politico di Berlusconi. Altrimenti rifacciamo gli stessi errori di vent’anni fa, e continuiamo a ragionare come se gli italiani fossero quelli degli anni Cinquanta o Settanta, che infatti eleggevano e si meritavano tutt’altri politici e governanti.

Ecco, no: non siamo più quegli italiani lì. Siamo, tutti, diventati molto più ricchi, per esempio. Ci possiamo, tutti, permettere viaggi all’estero, per esempio, in America, alle Maldive, dove vogliamo. Ci possiamo permettere le ostriche e ce le permettiamo (io me le permetto, una volta ogni tanto). Ci possiamo, tutti, permettere gadget elettronici e tablet. E non è lusso sfrenato, questo: è la normalità nostra, è quello che siamo diventati. E tra di noi c’è qualcuno (non pochi, forse la maggioranza) che ha cominciato a pensare che la felicità assomigli sostanzialmente a questo: alberghi a 5 stelle, ostriche, escort, eccetera. Forse per ingenuità, forse per ignoranza, forse perché altri modelli, in giro, non se ne vedono… E quindi, è inevitabile, chi ne ha la possibilità, esibisca e si esibisca. E che ordini piatti da 180 euro l’uno e li ordini anche per i suoi invitati. I quali lo stanno in quel momento invidiando e sperano solo, un giorno, di potere essere come lui; e pensano che questo sia quello che si è sempre chiamato «la felicità».
Ecco, sarebbe bene che un giorno o l’altro la capissimo questa banalissima cosa: che l’Italia è per lo più questa, non un’altra; e che lo è da molto tempo, e che è inutile fare sempre gli stessi discorsi moralistici. E che il «paese reale» non è quello che Galli della Loggia vorrebbe che fosse, ma è semplicemente quello che è. Con i desideri che ha e i modelli di felicità che, nel frattempo, gli sono stati dati. Anche da certe «élites» intellettuali e dal loro complice silenzio o dalla loro palese inutilità; e anche da Galli della Loggia, pertanto.
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