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pubblicato: lunedì, 15 gennaio, 2018

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Elezioni politiche: una campagna elettorale con la paura di perdere – DAL BLOG

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Elezioni politiche: una campagna elettorale con la paura di perdere – DAL BLOG

Il livello della campagna elettorale 2018 è stato universalmente riconosciuto come tra i più infimi della recente storia repubblicana. 60 giorni in tutto che, però, arrivano a poco più di un anno dall’effettiva partenza della competizione, quel 4 dicembre 2016 che ha segnato uno spartiacque in questa prematura ed incompleta terza repubblica italiana.

La mancata vittoria nel referendum costituzionale da parte del fronte “nuovista” renziano – che nel suo 40% ha raccolto non solo larga parte dell’elettorato Pd, ma anche fronde M5S e soprattutto i “liberali” di centrodestra – è stato solamente il gong della prima di 12 estenuanti riprese che accompagneranno l’Italia fino al prossimo 4 marzo.

Un elemento, però, risulta essere trasversale: una grandissima paura di perdere, dovuta anche alla nuova legge elettorale.

Rosatellum e Porcellum

Prima di tutto un passo indietro: il “Rosatellum” viene concepito sull’onda del risultato alle elezioni europee del 2014, con il Pd che – forte del richiamo al voto responsabile contro la “paura” 5 Stelle – arriva a quella quota 40% risultato frutto di tantissimi fattori ad oggi difficilmente replicabili.

Per questo le varie soglie – coalizione/partito; accesso a Camera e Senato – del Rosatellum sono inizialmente molto alte ed improntate ad un mantenimento tripolare dell’assetto politico. Tutto però cambia nel 2017 con una veloce “rincorsa” verso il Porcellum ed il mantenimento di una quota di seggi maggioritari.

Punto cruciale: la generazione di politici che si è affacciata in questo secondo decennio del 2000 a Montecitorio e Palazzo Madama è cresciuta integralmente con il Porcellum e le primarie “interne”; due strumenti elettorali diversi da quel che prevede l’attuale Rosatellum.

Elezioni politiche, i segni di paura

Ora, la competizione elettorale vissuta attraverso primarie interne (ad esempio il Pd per le politiche 2013 le fece a ridosso del Capodanno) e la ripartizione “a tavolino” delle liste bloccate è stata vissuta spesso ‘passivamente’ dai candidati; spesso mero specchietto per le allodole a livello locale.

Il ritorno al maggioritario ed una così veloce compressione della campagna elettorale, per di più con collegi nuovi e spesso disarticolati rispetto a quelli delle “fu” province o a quelli delle elezioni regionali, evidenzia il vero “nodo” delle politiche 2018: la paura di perdere.

L’attesa fino all’ultimo delle composizioni delle liste, dove ci sarà bisogno di integrali e derivate per cercare di inserire i giusti nomi negli uninominali e nei listini proporzionali, non è altro che un segno di paura.

Elezioni politiche: collegi in evoluzione

Non ci sono più – o sono ridotti ad una manciata – quei “campioni di preferenze” cresciuti tra la fine della Prima repubblica ed il Mattarellum; c’è – in compenso – una nutrita schiera di galoppini (dall’estrema destra all’estrema sinistra) arrivati in carrozza attraverso i voti di lista; senza una vera campagna elettorale territoriale. Da cosa si deduce questo atteggiamento? Dai nomi che circolano per i collegi maggioritari. Chi prova con i “campioni di preferenze” nelle varie roccaforti; chi invece cerca candidati della “società civile” molto legati al territorio.

Palliativi che cercano di compensare i ridottissimi listini del proporzionale. Dove saranno inseriti i due profili estremi di queste politiche 2018; i certi del posto ed i sacrificabili; cioè quelli con scarsissime chance di ingresso.

Neanche i certissimi, però, tengono conto della rapidissima evoluzione dei collegi; anche la “rossa” Toscana, ad esempio, nelle ultime tornate amministrative (un tempo punto di forza del PCI-PDS-DS-PD) ha spostato il suo baricentro verso destra. Il tempo per comprendere stringe; salvo imprevisti dell’ultimo minuto i rapporti di forza rimarranno pressoché intatti fino all’urna del 4 marzo. Soprattutto per la paura di perdere.

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